La prima medicina, l’infinito Amore. Intervista immaginaria a Giuseppe Moscati, il medico solidale

Intervista immaginaria di Gioconda Fappiano

“Chi può metta, chi non può prenda”. Il motto che Giuseppe  Moscati, medico napoletano dei poveri,  ha scritto su un cartello affisso nel suo ambulatorio, compare in questi giorni difficili della nostra storia sul panaro solidale, nei quartieri popolari del centro storico di Napoli. L’attuale pandemia ha sconvolto vite e coscienze, ha scoperchiato il vaso di Pandora, facendo venire fuori il meglio e il peggio dell’umanità. Chiedo alla signora che ha calato il suo panaro dove posso incontrarlo. Mi indica il percorso per via Benedetto Croce, fino alla chiesa del Gesù Nuovo dove potrò parlargli.  Entro in chiesa e trovo solo qualche fedele distanziato, come le misure di sicurezza impongono, con guanti e mascherina, che si rivolge al Moscati per ottenere grazie per il male che dilaga, invocando anche la Madonna, san Gennaro e san Ciro. Mi dirigo nella cappella e nelle stanze che ne ricostruiscono la vita,  che i padri gesuiti hanno allestito come custodi del suo ricordo. Lo incontro nel luogo dove sono i suoi resti. Indossa il camice e lo stetoscopio, dietro gli occhiali uno sguardo mite e intelligente.


Il motto che campeggia sui cesti che si trovano in quasi tutti i quartieri di Napoli mi ha ricordato la sua storia. Ultimamente eravamo abituati a vedere la figura del medico più legata ad uno status symbol che a una vera e propria missione, quella della cura.

Non tutti gli esempi del vostro tempo in campo sanitario sono edificanti, e non lo erano neanche ai  miei. Il diritto alla salute sancito dalla nostra bella Costituzione, e che ai tempi in cui operavo non era ancora stato stabilito, era uno dei valori in cui mi sono riconosciuto come laico e credente.  Di fronte a casi disperati io non prenderei mai soldi, neanche se mi tagliassero le mani. L’unica forma di compenso gradita sarebbe trascorrere una giornata fra amici lieti e simpatici. Un buon medico, più che curarsi dell’immagine, dei riconoscimenti sociali, delle lodi, dovrebbe essere disposto solo al bene e prodigarsi per realizzarlo al meglio.  I periodi di crisi come quello che stiamo vivendo mettono in luce gli aspetti negativi di una Sanità ferita e colpita al cuore, ma fanno anche emergere il lato buono delle persone, richiama i medici al compito primario di perseguire la difesa della vita e il sollievo dalla sofferenza degli ammalati, operando secondo scienza e coscienza. Non bisogna mai perdere la fiducia nell’uomo.

Lei ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia agiata, suo padre era un magistrato, ma ha deciso di dedicarsi alla Medicina e il suo nome è strettamente legato all’ospedale Santa Maria del Popolo degli Incurabili di Napoli. 

Da ragazzo, quando la mia famiglia si trasferì a Napoli a causa del lavoro di mio padre- sono nato a Benevento, anche se la famiglia Moscati proveniva da Serino, in provincia di Avellino- guardavo da casa mia con interesse l’Ospedale degli Incurabili che mio padre mia additava da lontano ispirandomi sentimenti di pietà per il dolore senza nome lenito in quelle mura. Come già ho scritto in qualche lettera, ero preso da un salutare smarrimento e cominciavo a pensare alla caducità di tutte le cose e le illusioni passavano, come cadevano i fiori degli aranceti che mi circondavano. Ho sempre preferito la vita nelle corsie degli ospedali alla carriera accademica, anche se ho cercato sempre di coltivare il lavoro di docente e ricercatore, tanto che nel 1905 divenni assistente ordinario alla cattedra di Chimica fisiologica e nel 1916 fui sostituto del professore Malerba per questa disciplina. Però alla sua morte non volli prendere il suo posto, indicando per quella carica un mio carissimo e fraterno amico, il dottor Gaetano Quagliariello. Durante la prima guerra mondiale, come direttore medico del reparto militare, ho visitato più di 2500 soldati, come è stato annotato nel registro degli Incurabili, ospedale presso il quale sono diventato primario nel 1919. Conservo gelosamente il ricordo di quei giorni tristi e terribili, e di tanti giovani sconvolti nel corpo e nell’anima. Il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un’anima, a cui un altro fratello, il medico, accorre con amore.

Nel 1911 un’epidemia di colera investì Napoli e lei, oltre ad assistere gli ammalati, redasse per l’Ispettorato della Sanità Pubblica una relazione sulle opere necessarie per il risanamento della città. Lei aveva anche precedentemente lavorato all’Ospedale per malattie infettive Domenico Cotugno.

Antonio Cardarelli, Domenico Cotugno, Filippo Bottazzi, solo per ricordarne alcuni, sono stati miei grandi maestri non solo di scienza ma soprattutto di umanità. Vedo con piacere che anche oggi la mia Bella Partenope si prodiga attraverso tanti medici geniali e animati di coraggio, nell’assistenza e nella ricerca di cure efficaci per questo morbo sconosciuto che ha invaso il mondo,  con ottimi esiti. Sono molto addolorato nel vedere ospedali- dove è possibile l’errore, ma questo non dovrebbe avvenire- trasformati in luoghi per infettare pazienti, parenti degli ammalati, medici e personale sanitario, file di bare di uomini e donne che non hanno ricevuto l’assistenza dovuta andarsene senza saluto e conforto dei propri cari. Ancora più squallide trovo le beghe, i pettegolezzi, il livore e l’invida tra quelli che con la medicina si sono assunti la responsabilità di una sublime missione. A volte quando sento parlare coloro che dovrebbero avere a cuore il bene pubblico e la salute degli italiani, penso a un’opera continua di distruzione del Paese. Ricordo quando nel 1923 mi rivolsi a Benedetto Croce per provare a bloccare il Regio Decreto con il quale Giovanni Gentile ordinò che i professori ufficiali di clinica invadessero gli ospedali, scacciando il personale medico autonomo, reclutato per merito e concorso, spegnendo la scuola medica libera e fiorente, il libero insegnamento, quello appunto di Cotugno, Cardarelli, Calerei e di tanti altri luminari più antichi. Ma allora si respirava il clima illiberale di un nuovo regime. Alla sanità pubblica, che non è gratuita perché pagata da tutti i cittadini, servono competenze e investimenti controllati, trasparenti e senza sprechi, ma sicuramente non necessitano tagli e dimezzamenti di posti letto. Troppo grande e il dolore e il calvario di questi giorni per non riflettere su tutto questo.


Uno dei problemi di questi giorni è però anche la difficoltà nel reperire personale medico e infermieristico, in un clima di paura nel quale hanno già perso la vita cento medici e decine di infermieri. Eppure c’è ancora chi considera gli ammalati degli appestati e così anche chi li assiste.

Il sacrificio di queste persone è encomiabile ed è parte del rischio a cui si va incontro in questo mestiere. Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo in alcuni periodi. Se ci dedicheremo al bene la morte non potrà essere altro che una tappa che conduce alla vita.  Personalmente sono stato pronto a coricarmi nel letto stesso del malato, ma non si può mandare a combattere a mani nude tante persone, abbandonarli al loro lavoro e alla loro buona volontà senza protezioni adeguate. Ho inoltre creduto e credo tuttora che tutti i giovani meritevoli, volenterosi di avviarsi sulla strada della medicina, abbiano il diritto di studiare e di perfezionarsi, leggendo soprattutto un libro che non fu stampato nero su bianco, ma che ha per copertura i letti ospedalieri e le sale di laboratorio, e per contenuto la dolorante carne degli uomini e il materiale scientifico, libro che deve essere letto con infinito amore e grande sacrificio per il prossimo. Penso sia debito di coscienza istruire i giovani, aborrendo l’andazzo di tenere gelosamente misterioso il frutto della propria esperienza. Ai giovani dico che il medico si trova in una posizione di privilegio, non per il guadagno economico, ma perché si trova al cospetto di anime assillate dal dolore ansiose di trarre un conforto. Beato quel medico che sa anche comprendere il mistero di questi cuori. 

Lei è diventato santo, prima presso i poveri per i quali si è sempre speso oltremisura,  poi quando è stato proclamato tal da Giovanni Paolo II nel 1987.

Della fede e della scienza ho fatto i pilastri della mia vita: la scienza ci promette il benessere, la fede dona, a chi crede, il balsamo della consolazione e un più forte senso del dovere. Ho amato sempre la verità e mi sono mostrato per quello che sono, senza finzione, paura o riguardi. La mia riuscita, però, non significa vittoria mia, ma vittoria di un gruppo di amici stretti l’uno all’altro. Oggi l’individuo non ha più alcuna possibilità di successo se non quando avrà compreso che deve far parte di una catena. Il suo merito consiste solo nel saper scegliere la catena, di cui deve divenire un anello.


Mi congedo da Giuseppe Moscati ripromettendomi di riflettere sulle sue parole e di condividerle con gli altri. Prima di andare via dalla chiesa del Gesù Nuovo mi soffermo sul registro delle firme al momento della morte, avvenuta il 12 aprile 1927, sorridendo e pensando che quest’anno la ricorrenza cade a Pasqua, la festa della Resurrezione. Scopro che una mano anonima ha annotato: Non ha voluto fiori, e nemmeno lacrime. Ma noi lo piangiamo, chè il mondo ha perduto un santo, Napoli un esemplare di tutte le virtù, i malati poveri hanno perduto tutto”.