Covid19. Perché è necessario cercare un nuovo equilibrio?

Intervista di Antonella Vitelli, Torino, marzo 2020

Una tragedia, un disastro, uno dei peggiori "accidenti" che ci potesse mai capitare. Cos'è il coronavirus? Il fisico Massimiliano Sassoli de Bianchi lo definisce un hacker creato dalla natura per mostrare la vulnerabilità del nostro sistema prima che collassi completamente". Dunque siamo di fronte ad un avvertimento? Ad un passaggio necessario da compiere prima che tutto vada inesorabilmente verso il basso, come una palla su un piano inclinato? Sassoli de Bianchi ribaltando completamente la prospettiva del solo "problema" ci invita a guardare alla malattia anche dal punto di vista di una soluzione. Ma cosa dobbiamo risolvere? E chi è il soggetto di questa nuova svolta? Se di svolta si può parlare. Quanto c'entra l'individuo, quanto c'entro io? Charles Darwin ci ha insegnato che sopravvivere alla realtà vuol dire reagire, reagire al cambiamento. Non serve né la forza né l'intelligenza, ci vuole solo la reattività al cambiamento.  Abbiamo bisogno, mai quanto adesso e a più livelli, di ristabilire un nuovo equilibrio con ciò che abbiamo irreversibilmente mutato. Da queste domande nasce questa intervista a Massimiliano dottore in fisica teorica e ricercatore presso il Center Leo Apostel for Interdisciplinary Studies (CLEA) della Vrije Universiteit Brussel (VUB), in Belgio. La sua ricerca verte principalmente sui fondamenti delle teorie fisiche, la meccanica quantistica, la quantum cognition e lo studio della coscienza.

Massimiliano qualche giorno fa per caso mi è comparsa questa tua citazione interessante. “Il coronavirus è un hacker creato dalla natura per mostrare la vulnerabilità del nostro sistema prima che collassi completamente.” Ci spieghi meglio questa tua idea? Vedi delle relazioni con l'evoluzione naturale?

Ciao Antonella, questa mia metafora è da comprendere soprattutto nel senso seguente. Per interpretare correttamente un fenomeno è spesso importante adottare più di una sola prospettiva, e a volte anche poter ribaltare completamente la prospettiva che agli occhi di tutti appare come la più scontata. Il sole gira attorno alla terra o la terra attorno al sole? Il coronavirus viene oggi compreso unicamente come il veicolo di un minaccioso problema, cui dobbiamo liberarci il prima possibile. E questo è il modo in cui solitamente interpretiamo ogni nostra malattia. Ma cosa accade se per un momento proviamo a ribaltare completamente questa prospettiva e guardiamo alla malattia come a una soluzione, anziché come a un problema?

Se il coronavirus è il veicolo di una potente soluzione, qual è il problema che la natura, attraverso di esso, starebbe cercando di risolvere? Possiamo allearci con vantaggio a questa soluzione, anziché combatterla?

E cosa significa allearsi con una soluzione di questo genere? Non sono ovviamente domande facili: sono solo l’inizio di un possibile percorso di ricerca, che secondo me in troppo pochi stanno esplorando. Riguardo la relazione tra queste domande e le teorie evoluzionistiche, possiamo chiederci: cosa ha reso così fragile e vulnerabile il “sistema umanità”? E ancora: una soluzione è sempre qualcosa di piacevole e innocuo? Gli organismi, in particolare, sono diventati molto più fragili. Ti faccio un esempio.

Nelle nostre società industriali manteniamo i nostri ambienti di vita sempre a temperatura costante, scaldando d’inverno e raffrescando d’estate. È molto gradevole, certo, ma il nostro corpo non è fatto per questo: necessita di esplorare una spiaggia di temperature molto più ampia. E se non lo fa s’indebolisce.

Come ricorda l’olandese Wim Hof, il famoso “uomo ghiaccio” (che tra l’altro ho conosciuto di recente in una piccola spedizione in Polonia), “o vai al freddo o prendi freddo!” È solo un esempio, si dovrebbe parlare di molte altre cose, di alimentazione, di veleni ambientali (senza dimenticare quelli mentali), e nel caso specifico del coronavirus, delle condizioni di promiscuità innaturali ricreate nei “wet market” cinesi, vere e proprie bombe genetiche ad orologeria, ma anche del modo in cui l’inquinamento atmosferico favorisce la diffusione dei virus. Tutto questo, in un modo o nell’altro, ci porta a contemplare qualcosa cui solitamente non prestiamo attenzione: la qualità di un “terreno”. Devi intendere qui la nozione di terreno in senso dinamico. Ad esempio, per il nostro organismo, bisogna includere nella sua definizione anche il sistema immunitario. Ora, quello che è in grado di crescere in un terreno degradato (inquinato, impoverito) non può crescere in un terreno ricco e vitale. Nel primo possono facilmente penetrare gli “hacker”, e tramite la loro azione denunciare la situazione di degrado; nel secondo invece non possono farlo. Sorge allora una domanda: una volta che è passato l’’hacker, che ha attirato la mia attenzione creando scompiglio e distruzione, come posso proteggermi contro il successivo “attacco”?

Se posso suggerire una possibile risposta: occupandomi della qualità del mio terreno, prima di tutto come individuo, poi come collettività. Perché se imprigiono l’hacker invece di ascoltare il suo importante messaggio, il suo tentativo di soluzione verrà meno, e la prossima soluzione sarà ancora meno piacevole, fino ad arrivare al collasso strutturale dell’intero sistema.

Ci sono due punti molto interessanti in ciò che dici. Uno riguarda l’individuo e le sue responsabilità e un altro la scelta che abbiamo fatto con la modernità barattando un po’ di libertà con un po’ di sicurezza. Il fondamento primo della nostra organizzazione sociale. Vorrei chiederti, vista anche la tua esperienza di fisico e scienziato, qual è il tuo rapporto con la realtà, con l’osservazione di quest’ultima. Cosa ci dice la realtà? La nostra sopravvivenza di “fattore umano” sembra dover procedere in comunione di intento con ciò che ci circonda, con l’ecosistema pena un ripiegamento su eventi spiacevoli. A tal proposito la drammatica esperienza di Covid19 ci sta dicendo qualcosa? 

Sollevi un punto importante. Noi umani ci siamo emancipati dal mondo animale non da così molto tempo (su scala planetaria). D’altra parte, l’uomo, come diceva Vercors, fa ormai due con la natura: passando dall’incoscienza passiva alla coscienza interrogativa, si è prodotto uno scisma, un divorzio, uno sradicamento. Per usare un linguaggio più da fisico, si è prodotta una transizione di stato irreversibile. Come umanità, stiamo ancora metabolizzando questo avvenuto passaggio, questa uscita dal “paradiso terrestre”, e volenti o nolenti dobbiamo trovare un nuovo equilibrio. Tornare all’equilibrio precedente non si può più.

Viviamo tra l’altro nel cosiddetto antropocene, un’epoca in cui per la prima volta gli umani, con le loro azioni, producono modifiche strutturali di livello planetario e dobbiamo fare i conti con questa nostra nuova condizione, che rende la ricerca di questo nuovo equilibrio ancora più urgente.

Possediamo ancora un corpo animale e molti dei nostri istinti primari sono sempre attivi, alcuni dei quali ci portano purtroppo a depredare ogni risorsa disponibile, ma abbiamo perso molti degli antichi meccanismi regolatori, come le specie che un tempo si trovavano in competizione diretta con noi. Purtroppo, non abbiamo ancora imparato ad autogovernare la nostra “macchina umana”, a diventare padroni consapevoli di noi stessi, come individui. I virus però (come i batteri), sono entità vecchie di milioni di anni, molto più antiche di noi umani, sicuramente ancora in grado di darci del filo da torcere. E guardando le cose da una certa prospettiva, forse è un bene che sia così. Mi spiego tornando al concetto di “soluzione travestita da problema”. Più che chiederci “cosa ci sta dicendo” il coronavirus, comincerei semplicemente con l’osservare che “cosa sta facendo”. Promuove lo sgretolamento di vecchie strutture, rendendo più facile la loro sostituzione con strutture nuove, possibilmente meno propense a creare in futuro dei conflitti insanabili. Ma la scelta della direzione del nostro cambiamento è sempre e solo nostra. Per esempio, in questo momento ci stiamo occupando di individuare sostanze efficaci per abbattere la carica virale, e stiamo testando dei vaccini. Sono cose importanti e urgenti da fare.

Ma quanti si stanno altresì occupando dell’altra faccia della medaglia (di nuovo, il ribaltamento di prospettiva), quella più importante ancora del rafforzamento del sistema immunitario della popolazione umana, del suo stato di salute in senso lato?

La difficoltà sta nel fatto che questo tipo di cambiamento può partire solo da una presa di coscienza e assunzione di responsabilità a livello individuale. Se ciò avviene, e si supera una determinata massa critica di persone, il cambiamento può allora diventare “pandemico” e possiamo veramente dare inizio alla leggendaria “nuova era”. La fisica ovviamente non studia le questioni di cui stiamo parlando. Posso dirti però che il tessuto di cui è fatto l’ordito del reale, a un livello fondamentale, ha molto a che fare con ciò che indichiamo con il termine di potenzialità. Se la potenzialità è reale, anche la scelta lo è. E crisi significa scelta.

Ma come lo rafforziamo il nostro sistema immunitario?  Da quel che intuisco sopra proponi una sorta di abbandono della cosiddetta “zona comfort” e la ripresa delle nostre potenzialità ancestrali. Ho capito bene? 

Intendiamoci, io adoro le comodità. Ma come diceva Paul Watzlawick, due volte di più di una cosa non è due volte di più della stessa cosa. Su questo pianeta muoiono più persone per sovralimentazione che per sottoalimentazione. Dobbiamo studiare più attentamente il funzionamento della nostra macchina umana, in modo più oggettivo, senza pregiudizi culturali di sorta. Parliamo per un attimo di cibo. Non entro nel merito della qualità di ciò che ingeriamo, ovviamente importantissima, perché sarebbe un discorso troppo lungo.

Ma chiediamoci: cosa succede se semplicemente saltiamo un pasto al giorno? Supponiamo che solitamente ne facciamo tre. Cosa succede se ne saltiamo uno? Ebbene, dopo il disagio di un breve periodo di adattamento, ci accorgiamo che abbiamo molta più energia a disposizione, che perdiamo peso in eccesso, che si riducono i dolori infiammatori, che dormiamo meglio, che ci ammaliamo di meno.

Il nostro organismo si rafforza e abbiamo anche più soldi nel portafoglio, oltre ad aver ridotto il nostro “carbon footprint”. A dire il vero, in questo caso non possiamo nemmeno dire di essere “usciti dalla zona comfort”, perché passato quel primo momento di adattamento, fare due pasti al giorno resta qualcosa di molto confortevole. D’altra parte, nel corso della nostra evoluzione, il nostro organismo si è confrontato per millenni con l’alternanza di momenti di abbondanza di cibo e di assenza di cibo. Ecco perché, quando digiuniamo, il nostro metabolismo inizialmente non si abbassa, anzi. Digiunare per periodi di tempo anche lunghi comporta un certo stress per l’organismo, certamente, ma questo stress permette di attivare risorse dormienti, ad esempio la capacità di utilizzare con efficacia i corpi chetonici, come fonte energetica alternativa.

Chi mangia meno, chi digiuna in modo intermittente, paradossalmente ha meno fame di chi mangia tanto e spesso. Scompare la paura di rimanere senza cibo e il nostro “terreno interiore” diventa più pulito e vitale.

Ho parlato prima del contatto con il freddo. Sicuramente esporsi al freddo viene percepito come qualcosa di non piacevole. D’altra parte, ancora una volta, possiamo chiederci: cosa succede se in un ambiente freddo aspettiamo prima di coprirci? Ebbene, sorprendentemente, dopo una piccola fase di adattamento, la sensazione di freddo scompare, il corpo si adatta e comincia ad attingere alle sue capacità di termogenesi naturale. Oggi è di moda la crioterapia. È un modo timido con qui stiamo riscoprendo i benefici dell’esporre il nostro corpo alle basse temperature. Quello che accade quando lo facciamo è davvero notevole. Si produce un vero e proprio reset del sistema immunitario. Quando ho preso l’abitudine di fare bagni nel lago in inverno, rimanendo immerso fino a dieci minuti, le miei allergie stagionali sono diventate un ricordo. E ancora una volta, se abbassiamo il riscaldamento d’inverno e il raffrescamento d’estate, abbiamo più soldi nel portafoglio e ridotto ulteriormente il nostro “carbon footprint”. Noi stiamo meglio, il pianeta sta meglio (se così si può dire). Sono solo esempi. Come puoi ben immaginare, il tema è vasto e complesso. Permettimi di evocare un altro modo fondamentale di uscire dalla nostra zona comfort: quello di sedersi su un cuscino da meditazione, immobili, in silenzio, portando semplicemente attenzione al nostro respiro. Se proviamo a farlo, la nostra “mente scimmia” (per riprendere un concetto caro ai buddisti) si ribellerà. D’altra parte, se desideriamo davvero osservare la realtà (interiore ed esteriore) in modo più oggettivo, è necessario uno sforzo consapevole per governare quegli aspetti della nostra persona che il concetto di “mente scimmia” in parte riassume, come ad esempio la nostra capricciosità, incostanza, confusione, indecisione, incontrollabilità.

Se impariamo a farlo, non solo avremo a disposizione molta più energia (perché ne disperderemo meno), ma nella quiete interiore che gradatamente andremo a costruire, giorno dopo giorno, vedremo con maggiore lucidità come possiamo dare il nostro contributo all’evoluzione dell’umanità tutta, partendo ovviamente da noi stessi. In altre parole, come diventare parte della soluzione, anziché del problema.