Donatella Di Cesare: "Il dissenso non basta più: serve un’alleanza capace di superare l’indignazione del momento"

Donatella Di Cesare: "Il dissenso non basta più: serve un’alleanza capace di superare l’indignazione del momento"

Intervista a Donatella Di Cesare a cura di Antonella Vitelli

Nelle ultime settimane una cosa è tornata visibile: i giovani in piazza. Tutto è cominciato a Parigi, con liceali e universitari scesi in strada contro la guerra, il militarismo e la repressione. Da lì la protesta ha attraversato i confini. In Italia scuole e università sono state occupate e, da Milano a Torino, fino a Napoli e a Roma, studentesse e studenti continuano a manifestare, mentre si prepara lo sciopero studentesco internazionale del 20 novembre. I motivi cambiano da paese a paese: il riarmo, il costo della vita, la scuola. Ma il filo rosso è lo stesso: una generazione che non trova spazio per decidere del proprio futuro, che si sente chiamata a pagare scelte prese da altri e che chiede di poter dire la sua su ciò che la riguarda. Il tema, già affrontato su queste pagine, chiama in causa la gerontocrazia, sempre più percepita dai giovani come un’ingerenza, come una vera e propria occupazione del futuro da parte di chi è spesso incapace di comprendere le urgenze del presente. A questo tema si aggiunge quella sensazione di impotenza e spaesamento senza effetti che connatura un pò questo tempo, questa postmodernità. Non è una censura in senso classico, nessuno impedisce di parlare, ma sul clima di chi dissente pesa una condanna all’irrilevanza: si può dire tutto, ma la parola sembra non produrre effetti.

È questo il paradosso da cui parte Donatella Di Cesare, docente di Filosofia teoretica a La Sapienza di Roma, nel suo ultimo libro, “Il dominio e il dissenso. Breve manifesto per chi resiste”, edito da Feltrinelli Editore. Con lei vogliamo capire che cosa significhi, che cosa sia davvero il dissenso e che cosa possano fare, concretamente, coloro che non vogliono rassegnarsi.

Professoressa, da quando abbiamo iniziato a percepire il dissenso come minaccia e non come condizione irrinunciabile della democrazia, ma soprattutto quando è avvenuto questo rovesciamento?

Negli ultimi decenni si è allargata la possibilità di parlare, ma si è ristretta quella di incidere: le voci si moltiplicano, circolano ovunque, e tuttavia spesso non fanno presa. È una trasformazione interna alle democrazie, dove la parola è formalmente libera ma la scena in cui potrebbe produrre conseguenze resta presidiata. Il dominio non ha bisogno di vietare ogni parola. Può lasciare che il dissenso resti ai margini, frammentato e irrilevante; quando invece il conflitto attraversa il centro della decisione, lo criminalizza. In questo modo la politica viene ridotta a gestione tecnica e le scelte appaiono necessarie, sottratte alla discussione.

Chi ne trae vantaggio?

A trarne vantaggio è un potere che si vuole compatto e refrattario al conflitto: amministra le tensioni ai margini e conserva intatta la propria capacità di decidere.

Cosa è più pericoloso per una democrazia, il dissenso represso o il dissenso ascoltato e ignorato? E quanto pesa l’idea, che le persone si fanno propria, di non poter incidere?

Il confronto con la repressione del passato aiuta a vedere la differenza: oggi la repressione plateale non è più la forma prevalente, anche se non è scomparsa. Il dominio agisce soprattutto attraverso due strategie: ignora e disperde il dissenso finché resta ai margini; lo criminalizza quando diventa attrito e si avvicina al centro della decisione. Nel primo caso si può parlare senza essere ascoltati, e la parola non produce effetti. Nel secondo non si confuta ciò che si dice: si delegittima chi parla, presentandolo come un pericolo per l’ordine o la sicurezza.

La criminalizzazione anticipa il conflitto: tratta la parola critica come un rischio da neutralizzare prima ancora che possa produrre effetti.

Non sceglierei dunque tra dissenso ignorato e dissenso represso: il problema è un dispositivo che neutralizza il conflitto, rendendolo irrilevante oppure sospetto. Reprimere svela il potere; criminalizzare lo giustifica.

Lei sostiene che la divisione sia parte della democrazia e che siamo uniti proprio attraverso il confronto. Ma oggi la polarizzazione divide senza confrontare. Che differenza c’è tra la divisione che costruisce la democrazia e quella che la logora?

La città non è mai un corpo compatto: trattiene in sé fratture tra inclusi ed esclusi, tra chi ha voce e chi non viene ascoltato. Il dissenso porta allo scoperto questa divisione e rende visibili coloro che non erano stati contati; così modifica anche il modo in cui la comunità definisce le proprie parti. In questo senso non minaccia la democrazia: ne è una condizione. La polarizzazione la logora quando irrigidisce la divisione in schieramenti chiusi, ciascuno dei quali pretende di rappresentare il tutto e trasforma l’altro in un nemico.

La democrazia non deve cancellare il conflitto né ricomporsi in un’unità fittizia. Deve mantenere aperta la divisione, senza lasciarla degenerare in inimicizia. 

Nessuna parte, neppure quella del dissenso, può diventare una nuova totalità: ogni parte deve poter essere a sua volta contestata, perché nessuna presa di parola si trasformi in una nuova ortodossia.

Lei descrive un dissenso che parla ma non incide, ascoltato e ignorato. Come si esce da questa indifferenza? Cosa può fare concretamente chi dissente perché la sua voce torni ad avere un effetto?

Prima di chiedere come si esca dall’indifferenza, bisogna domandarsi che cosa la produce. Nel libro cerco di sottrarla alla condanna morale: dietro l’apparente apatia può esserci l’impotenza politica, la convinzione che intervenire non possa cambiare il corso delle cose. Non si può imputare ai singoli cittadini il venir meno di un legame politico che è già stato sciolto.

Perché l’azione torni a fare presa non basta esortare ciascuno a parlare: occorrono luoghi in cui le voci possano incontrarsi e diventare parola comune. 

Una voce isolata può essere ignorata o delegittimata; quando viene ripresa da altre, può trasformarsi in alleanza. Il libro indica proprio questo passaggio: contraddire il linguaggio che rende inevitabile l’ordine, interromperne gli automatismi, costruire legami capaci di durare oltre l’indignazione del momento. Allearsi non vuol dire annullare le differenze: significa restare legati anche quando emergono contrasti.

Ecco, negli ultimi mesi le piazze si sono riempite e ci sono state occupazioni, soprattutto di giovani. Queste mobilitazioni sono la prova che il dissenso è vivo o rischiano di essere un’altra forma di rumore che il potere annulla e dimentica?

Le mobilitazioni giovanili mostrano che il dissenso prende corpo nello spazio pubblico, ma protesta e dissenso non sono la stessa cosa. Una protesta può restare un episodio, essere assorbita nel flusso dell’informazione e dissolversi senza lasciare traccia. La piazza, però, può anche interrompere la continuità con cui il potere si presenta come necessità: rende visibile ciò che scorreva inosservato e porta il conflitto al centro. È allora che il dissenso può essere criminalizzato e l’interruzione ricondotta a un problema di ordine pubblico. Il dominio tollera il dissenso finché resta disperso ai margini come rumore di fondo; lo criminalizza quando diventa attrito visibile. Un singolo evento non lo spaventa: ciò che fatica a governare è quello che persiste e non rientra nel ritmo precedente. La questione è se, dopo la mobilitazione, si creino legami capaci di durare. Il dominio sa gestire l’indignazione; fatica di più a governare un’alleanza.

 

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