Intervista ad Andrea Staid a cura di Antonella Vitelli
Nelle città contemporanee, dove il diritto all’abitare si scontra con le rendite, il turismo e la finanziarizzazione, la casa smette di essere semplicemente esigenza e torna a essere una questione politica. In questo spazio che si colloca il lavoro di Andrea Staid, antropologo che da anni attraversa i margini urbani per osservare da vicino ciò che accade quando le regole ufficiali non bastano più a garantire l’accesso allo spazio e alla vita comunitaria.

Con Abitare illegale, Staid non si limita a raccontare le occupazioni o le forme di abitare informale, ma mette in discussione le categorie stesse con cui interpretiamo la città: legalità, proprietà, ordine. Il suo sguardo dà dignità e restituisce complessità a pratiche spesso ridotte a emergenza o devianza, mostrando come l’“illegalità” possa configurarsi, al contrario, come risposta strutturale a un sistema che esclude e come possibile terreno di sperimentazione sociale e politica.

In questa intervista, partendo dalla nuova edizione del libro, proviamo a entrare nel cuore di queste contraddizioni: il rapporto tra abitare e mercato, il ruolo della gentrificazione, il paradosso per cui le pratiche alternative vengono prima marginalizzate e poi assorbite dal sistema che le aveva espulse. Ne emerge una riflessione radicale sulla città e, più in profondità, sul modo in cui costruiamo relazioni, appartenenze e forme di vita nel mondo contemporaneo.
Andrea, in che modo il fenomeno dell’abitare illegale si intreccia con i processi contemporanei di gentrificazione urbana?
Il legame è di tipo dialettico e conflittuale. La gentrificazione agisce come una forza centrifuga che espelle le classi popolari dai centri urbani verso le periferie o verso l'invisibilità. L’illegalità la leggo come resistenza, in questo contesto, l'occupazione o l'abitare informale diventano l'ultima trincea contro l'estrattivismo immobiliare.
Siamo davanti anche a un paradosso che possiamo chiamare del "cool", spesso, paradossalmente, le esperienze di abitare informale o artistico (si pensi a Berlino post-muro o a certi quartieri di Brooklyn) creano quel "valore culturale" che poi gli sviluppatori immobiliari utilizzano per rendere il quartiere appetibile al mercato, innescando proprio quella gentrificazione che finirà per spazzare via gli abitanti originali.
Possiamo leggere l’informalità dell’abitare come una frattura del paradigma neoliberale della città, oppure ne è, paradossalmente, una conseguenza strutturale? Idee o condizione?
È probabilmente entrambe le cose, ma con sfumature diverse
Come conseguenza strutturale, il neoliberismo riduce la casa a mero asset finanziario. Quando il mercato non è più in grado di garantire il diritto all'abitare, l'informalità diventa la "valvola di sfogo" necessaria del sistema per gestire le sue eccedenze ed esclusioni.
Come frattura del paradigma, nel momento in cui l'occupante o l'autocostruttore rivendica il valore d'uso contro il valore di scambio, allora si crea una frattura politica. L'abitare illegale smette di essere solo una "mancanza di soldi" e diventa una "condizione" di autonomia che sfida l'idea che solo chi ha capitale abbia diritto alla città.

Che tipo di spunti può offrire "Abitare illegale" alla definizione delle politiche abitative, tanto a livello statale quanto nei diversi livelli di governo territoriale?
Difficile stabilire a priori quali direttrici possa tracciare questa ricerca; il mio intento è stato quello di restituire un’esperienza sul campo, convinto che ogni lettura possa generare interpretazioni e traiettorie differenti. Il punto nodale, tuttavia, resta la consapevolezza che l'abitare sia un costrutto culturale e non un dato immutabile. Riconoscere che la "casa-merce" è solo una visione specifica — e non l'unica possibile — significa riaprire lo spazio all'immaginazione politica e sociale.

Nel corso della tua ricerca hai attraversato e sostato in contesti molto diversi, dalle case occupate italiane ai wagenplatz tedeschi, dai villaggi rom e sinti agli ecovillaggi e alle esperienze di autocostruzione tra Europa e Stati Uniti, qual è stata l’esperienza o l’incontro che più ti ha sorpreso?
Una delle esperienze che più mi ha segnato, proprio perché capace di scardinare la narrazione dominante, è quella condotta nei villaggi rom (a Milano, Zona sud) e sinti (a Pavia, Viale Europa). Nonostante siano tra le comunità più colpite dal pregiudizio — basta leggere l'orrore nei commenti social sotto i post del mio libro per rendersene conto — in questi luoghi ho scoperto una dimensione dell'abitare che ribalta ogni stereotipo mediatico. Al di là della cronaca stigmatizzante, emerge un sistema di valori affascinante: la fluidità tra spazi interni ed esterni, la forza della vita comunitaria e una concezione della proprietà che sfida radicalmente la nostra.
Libro: "Abitare illegale", UTET