Eurobond e Green Deal. L'Europa davanti alla prova più grande

Intervista di Antonella Vitelli, Torino, marzo 2020

In queste ore si sta tanto discutendo tanto di Eurobond o Coronabond. Un vero e proprio scontro all'interno della UE. Sul tavolo c’era la proposta del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di varare dei titoli pubblici europei come strumento per aiutare i governi in un momento così complesso e devastante per l’economia europea. A rovinare i piani c'è il secco no della Germania. Il ministro tedesco Peter Altmaier definisce la questione “un dibattito fantasma poichè siamo tutti decisi a impedire una nuova crisi del debito in Europa, ovunque si presenti”. A condividere la posizione dei tedeschi c’è l’Olanda, invece un sì agli Eurobond è arrivata da Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo e ovviamente Italia. Per ora un nulla di fatto. Raggiungo telefonicamente il Professor Carlo Cottarelli per capire quali sono le ragioni che spingono gli stati del Nord ad una certa riluttanza e scetticismo verso questa nuova misura.

Professore ci spiega cosa sono i tanto citati “Eurobond” e perché c’è divisione tra i paesi del Nord e del Sud su una loro eventuale introduzione?

CARLO COTTARELLI: Gli Eurobond o Coronabond sono obbligazioni europee che dovrebbero essere emesse dai singoli Stati, ma garantite in solido da tutti i membri dell’area dell’euro. Un’introduzione appropriata visto che c’è un problema che riguarda tutti i paesi membri. Di certo c’è da dire che i paesi con meno debito pubblico hanno sempre visto con scetticismo questa soluzione perché si troverebbero a garantire anche per paesi con un debito pubblico più alto. E’ un test di solidarietà molto importante all’interno dell’area euro, una base solida per avviare delle  politiche economiche e della fiscalità che ancora non esistono.

Da più parti si parla di uno shock per l'economia globale più rapido e più grave della crisi finanziaria globale del 2008 e persino della Grande Depressione.  Uno shock anche diverso. Ricardo Hausmann scrive: “A differenza della crisi finanziaria globale del 2008, che ha portato a un crollo della domanda, la pandemia di COVID-19 è prima di tutto uno shock dell'offerta. Questo cambia tutto”. Concretamente cosa bisognerebbe fare nell’immediato considerando che tra poche settimane ci saranno molte famiglie in estrema difficoltà? 

CARLO COTTARELLI: Innanzitutto c’è la necessità di far sì che questa crisi sanitaria sia più breve possibile. E’ fondamentale preoccuparci innanzitutto del problema sanitario. Inutile dire che anche dal punto di vista dell’economia se non si lavora e  non si produce il Pil si abbassa. Siamo tutti a casa, consumiamo per quel che serve, per le cose basilare. Bisogna vedere una volta passato questo enorme problema quali sono le conseguenze che vengono fuori nel supply chain (catena di approvvigionamento si intende il processo che permette di portare sul mercato un prodotto o servizio, trasferendolo dal fornitore fino al cliente), nelle relazioni commerciali e nella crisi di liquidità. E’ fondamentale che lo Stato assista il più possibile le aziende per evitare fallimenti e chiusure. Ma non solo ci sarà anche un momento di incertezza successiva dovuta sia alle preoccupazione di ritorno dell’epidemia sia all’export visto e considerato che potremmo uscirne quando ancora gli altri paesi sono in una  situazione incerta. Insomma una politica monetaria a livello europeo e una politica fiscale a livello nazionale. Una classica azione keynesiana per evitare il più possibile le perdite. L’aumento di deficit è uno strumento di intervento temporaneo che può essere di aiuto. Altra cosa sono strumenti e cambiamenti strutturali come la flat tax. 

Qual è la valenza di una politica di riconversione industriale in questo momento? Una riconversione che coinvolgerebbe sia le aziende, è di ieri la notizia di FCA che in uno stabilimento produrrà mascherine sia realtà come quelle alberghiere e legate al turismo che potrebbero in una chiave nuova essere utili come ospedali temporanei e come mezzi di trasporto di attrezzature mediche. 

CARLO COTTARELLI: Diciamo che lo shock, anche vista l’esperienza della Cina, dovrebbe durare un paio di mesi. Parlare di riconversione industriale non credo sia appropriato. 

Da più parti si parla di «keynesismo sanitario». La sospensione del patto di stabilità, le difficoltà della sanità pubblica ovunque, e l’idea che arriva anche da Francia e Germania che lo Stato deve tornare ad occuparsi della spesa sociale mostra un chiaro fallimento delle politiche liberiste e di privatizzazione adottate fino ad oggi. Da dove deve ripartire la nuova Europa?  

CARLO COTTARELLI:  Tutto dipende dalla società che vorremmo avere. A mio avviso una società giusta è una società nella quale tutti hanno accesso all’istruzione e alle cure.  Ad oggi la spesa sanitaria tedesca è il 9% del Pil, quella della Francia 9,3% e la nostra tra pubblico e privato è di ’8,81%, esattamente come la media dei Paesi Ocse. Ma se si analizza il procapite a parità di potere di acquisto, siamo sui 3.428 dollari, contro i 3.992 della media.  La vera anomalia è il modello americano dove i prodotti sanitari costano, inspiegabilmente, 4 volte in più rispetto a paesi come la Germania. 

 

E’ un momento cruciale anche per porsi degli interrogativi rispetto all’ecosistema. La perdita della biodiversità, i cambiamenti climatici e la feroce deforestazione hanno avvicinato gli animali selvatici alle popolazioni umane. Forse è arrivato il momento di difenderci preventivamente dalle minacce del climate change. Forse dovremmo iniziare a fare i conti una nuova economia verde e circolare.  Una risposta per i posti di lavoro e il benessere delle comunità potrebbe arrivare dall’attuazione di quel famoso Green Deal europeo? 

CARLO COTTARELLI:  Di certo il problema è innanzitutto ambientale. Se non viene risolto non ci saremo più.  Dal punto di vista economico un nuovo paradigma richiede degli investimenti in tecnologia pulita e dei cambiamenti dei Comportamenti. L’Europa, Usa e Giappone ad esempio hanno un consumo di energia per unità di prodotto troppo alta perché il prezzo dell’energia è basso e non riflette i danni che si fanno all’ambiente. Ad esempio l’introduzione della carbon tax, cioè di una tassa sulle risorse energetiche che emettono diossido di carbonio nell'atmosfera, può rappresentare un inizio importante soprattutto negli Stati Uniti che hanno una percentuale di emissione di Co2 pari al 22% delle emissioni a livello mondiale. 

Ad oggi la carbon tax è presente in 56 paesi al mondo e in 10 paesi europei (Finlandia, Danimarca, Germania, Slovenia, Polonia, Norvegia, Svezia, Francia, Spagna, Portogallo). La Svezia ha introdotto la carbon tax nel 1991 e a fronte di un aumento del Pil del 78%, le emissioni sono calate del 26%. L'economista inglese Kate Raworth parla di Doughnut Economics  riferendosi alla creazione di uno "spazio operativo sicuro e giusto per tutta l'umanità". In altre parole, dobbiamo lavorare entro i limiti naturali del pianeta (il confine esterno della ciambella) assicurando al contempo che le comunità emarginate non restino indietro (nel foro della ciambella). Ora è il momento di iniziare a reindirizzare la spesa per i combustibili fossili verso infrastrutture verdi, rimboschimento e investimenti in un'economia più circolare, condivisa, rigenerativa e a basse emissioni di carbonio.  Gli umani sono resistenti e in grado di ricominciare. Abbiamo superato i nostri limiti ed oggi, proprio oggi è tempo di pensare a qualcosa di nuovo.