Gli ultimi della Gig economy. Chi sono i proletari digitali? Intervista a Maurizio Di Fazio

Intervista di Antonella Vitelli, Roma, dicembre 2019

Pagare nella speranza di poter lavorare, anche solo qualche volta senza l'esagerata pretesa di certezze e garanzie. Quando va bene si. Lavorare a ore, alla giornata quando va bene, senza garanzie, men che meno certezze.

Questa la condizione di partenza dei nuovi proletari, i proletari digitali. Chi sono? Come li riconosciamo? In che cosa differiscono dal classico proletariato di matrice marxista e quali sono le loro reali possibilità di riscatto davanti alla storia e all’onda lunga di una crisi che non accenna a terminare? L’abbiamo chiesto a Maurizio Di Fazio, giornalista che collabora con ilfattoquotidiano.it, l’Espresso, La Repubblica e Il Venerdì per citarne alcuni.  Maurizio è anche autore del libro “Italian Job. Viaggio nel cuore nero del mercato del lavoro italiano edito nel 2018 da Sperling&Kupfer. Nel libro-inchiesta l’autore racconta un Paese senza tutele e garanzie che si pensavano acquisite per sempre. Progredisce la tecnologia, regrediscono in maniera irrefrenabile i salari e i diritti. 

Maurizio nel 2018 con Italian Job hai raccontato il tuo viaggio giornalistico negli abissi dei nuovi lavori all’italiana. Un viaggio dove assistiamo inermi al progresso della tecnologia e alla regressione di salari e diritti. Immagino che queste siano le direttrici attorno alle quali si muove anche il tuo ultimo lavoro per l’Espresso sui proletari digitali. Qual è l’identikit del proletario digitale?

Sono gli operai specializzati, eppure di massa, della cosiddetta Gig Economy, l’economia dei lavoretti, che per la maggioranza di questi lavoratori stanno ormai diventando l’unica prospettiva possibile. Sono trentenni e quarantenni, ma anche tanti espulsi ed esodati dal mercato del lavoro tradizionale più in là con gli anni. Sono donne e uomini che guadagnano poco o nulla, alla giornata o meglio, all’ora, alla mercé di app e piattaforme multinazionali che li schiavizzano da remoto. Sono molto spesso persone particolarmente alfabetizzate, cartine involontarie di tornasole di una società che non solo ha bloccato ogni ascensore sociale, ma ne ha proprio manomesso l’ingranaggio, capovolto i tasti di funzionamento. Sono creativi di ogni genere: esperti di data entry, autori di tutti i contenuti che leggiamo sui siti web, esperti Seo, assistenti virtuali, alchimisti di Wordpress, customer agent, social media manager, professionisti del tagging e dei servizi di traduzione automatica, collaudatori di algoritmi. Lavorano da casa, o dovunque possano poggiare il loro computer-mondo, e non vedranno mai in faccia il loro datore di lavoro. 

Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx sostiene che alla pari dei borghesi che hanno distrutto il mondo feudale, così i nuovi proletari sono coloro che distruggeranno la società borghese e per questo l’unica classe sociale realmente rivoluzionaria.  Parimenti c’è nel nuovo proletariato digitale un potere realmente dirompente, rivoluzionario? Ma soprattutto chi sono i nemici che devono metaforicamente essere distrutti?

Il proletariato digitale è rimasto fin qui un soggetto magmatico, camaleontico e non organizzato. Lievitato nell’indifferenza dei garantiti, della politica e dei grandi sindacati. E difetta tuttora di un’auto-proiezione unitaria e collettiva. Ma gli elementi, in nuce, per una sua connotazione e rappresentazione di classe ci sono tutti. Incluse le potenzialità rivoluzionarie, perché i punti di contatto col proletariato di stampo ottocentesco, quello di cui fu testimone Marx, sono parecchi e insospettabili.

Sembra di assistere a una prima o a una seconda rivoluzione industriale reloaded: meno sudore e logorio fisico, certo, ma medesimo senso di sfruttamento senza fondo, di negazione di qualsivoglia diritto e garanzia, di escalation delle diseguaglianze.

I ricchi che ridiventano sempre più ricchi e i poveri che sprofondano, a prescindere dalla loro istruzione. Anche oggi, come allora, si lavora senza soluzione di continuità, tutto il giorno e tutti i giorni, per sbarcare un simulacro di lunario... Una storia, giusto un po’ più asettica e politicamente corretta, che si ripete. E potrebbe perciò ripetersi anche la lotta per ribellarsi a questo “stato di cose presenti”.  Immaginatevi quanta potenza immediata sulle nostre vite, e quanti intralci all’arricchimento sfrenato di queste multinazionali 4.0 (i “nemici da distruggere metaforicamente”, o meglio, da ri-umanizzare nella sostanza), potrebbe provocare un semplice sciopero su larga scala dei proletari digitali.

Maurizio, ma di chi è la colpa? Lo stato di cose che ci racconti è imputabile alla carenza del sistema politico nazionale o concerne un ambito ben  più ampio che ha a che fare con il sistema economico capitalistico?


Penso che in questo contesto c’entri poco o nulla il sistema politico nazionale, specie in una nazione intrisa di politica debole come la nostra, che negli ultimi anni si è limitata a fare ponti d’oro ai colossi del web, nel nome di un progresso molto malinteso. Già, il contesto problematico è quello del sistema economico globale, perché con Internet certe frontiere sono crollate per sempre. Mai come in questo caso la risposta dovrebbe essere universale o, come si diceva un tempo, internazionalista. E il proletariato digitale è già collegato e connesso di default.

"Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico". Così scriveva Marcuse. Odierno proletario digitale secondo te da cosa differisce dal marcusiano Uomo ad una sola dimensione? 

Il proletario digitale sta spostando le lancette dell’orologio a molti decenni, anzi secoli, indietro. Il pur imprescindibile discorso su certe libertà formali o di cartapesta o condizionate, per di più nella nostra epoca iperconsumistica, passa quasi in secondo piano, quando chi dovrebbe traghettarci nel futuro non ha più uno stipendio degno di questo nome ed è sotto ricatto costante. Purtroppo alle volte nemmeno se ne accorge.

Siamo dalle parti del post-sfruttamento, della post-povertà.


So che non sei un politico, da giornalista chiaramente analizzi e racconti i fatti, ma questa domanda te la faccio lo stesso! Ti sei fatto un’idea di come si esce da questa situazione? Cosa dovrebbe fare la politica e forse ancor prima il sindacato?

Poche regole di riscatto, ma chiare e intransigenti: fino a prova contraria, le reti e le fibre passano ancora per le strade e le piazze fisiche dei vari territori nazionali, e agli stati spetterebbero tuttora gli indirizzi da impartire alle rispettive politiche economiche. Confido molto in nuove forme di sindacalizzazione dal basso. Ai proletari digitali la creatività certo non manca.