Intervista di Antonella Vitelli ad Alexander Clapp
Dove finisce la plastica che differenziamo, chi paga il conto della nostra sovrabbondanza e perché il "gesto giusto" davanti al bidone non basta. Conversazione con l'autore del testo La guerra dei rifiuti, edito in Italia da Nottetempo ad ottobre 2026.
Per anni, a partire dagli anni Novanta, i rifiuti che città e fabbriche non volevano più hanno preso la strada dell'entroterra. Camion carichi di scarti industriali e di rifiuti speciali, anche tossici, risalivano l'Appennino fino alle aree interne: boschi, dirupi, luoghi lontani da occhi e controlli. Una piaga ambientale silenziosa, spesso venuta fuori postuma, legata sia alla nascita delle ecomafie sia all'espansione dei traffici illeciti che deviava i rifiuti industriali dalle città e dalle aree produttive del Nord e del litorale verso l'entroterra montano.
Era già, in piccolo, la stessa logica: spostare altrove il costo di ciò che consumiamo, il più lontano possibile dallo sguardo. Oggi quella strada ha cambiato scala. Non sale più sull'Appennino, ma gira, attraversano mari e continenti, dall'altra parte del mondo.
Ci hanno detto per decenni che differenziare era la soluzione a tutto. E se una parte di quella promessa fosse stata costruita a tavolino?
È la tesi, durissima, di Alexander Clapp: per la plastica il riciclo sarebbe stato un mito, promosso da un'industria che ne conosceva i limiti per far sentire i consumatori meno in colpa. Una tesi che il suo libro, La guerra dei rifiuti, sostiene con due anni di inchieste da Giava al Ghana.
La domanda è: dove va a finire ciò che gettiamo?
Clapp, giornalista che vive in Grecia, ha passato due anni su cinque continenti a seguire il percorso di ciò che scartiamo. Il risultato è La guerra dei rifiuti (in originale Waste Wars, uscito nel 2025), un'inchiesta che porta il lettore in luoghi che i più non hanno mai sentito nominare, come Agbogbloshie, Aliaga, Bangun: enormi discariche, spesso del tutto deregolamentate, che reggono una guerra sotterranea e scaltra combattuta dal capitalismo avanzato per trasferire altrove i propri scarti, fuori dalla vista e dalle norme ambientali del virtuoso Nord globale. Nel suo racconto compaiono i gangster giavanesi che speculano sul riciclo dei residui inquinanti, gli smantellatori di navi da crociera nell'Egeo, i raccoglitori di plastica tanzaniani, gli ambientalisti che dalle giungle del Guatemala documentano irregolarità atroci, i burner boys del Ghana che per pochi centesimi l'ora bruciano cellulari e televisori occidentali. Sono figure lontane, ma stanno tutte dentro la stessa filiera, e la filiera comincia in casa nostra.
La tesi più scomoda di Clapp riguarda proprio il simbolo della nostra buona coscienza ambientale. Separare i rifiuti è diventato, nel tempo, una forma di responsabilità civile.
Ancora una volta, il benessere dei Paesi ricchi non si misura soltanto attraverso ciò che produciamo, acquistiamo e consumiamo, ma anche attraverso ciò di cui riusciamo a liberarci, ciò che allontaniamo dalle nostre case, dalle nostre città e, in definitiva, dal nostro campo visivo. Esiste una geografia dello scarto che segue le stesse disuguaglianze della ricchezza: da una parte chi consuma, dall'altra chi si fa carico delle conseguenze di quel consumo.
Nel suo libro, Alexander Clapp racconta un vero e proprio colonialismo dei rifiuti, un sistema che non si regge esclusivamente sul potere economico dei Paesi industrializzati, ma anche su una rete di intermediari locali, interessi convergenti ed élite che traggono profitto dalla gestione degli scarti altrui.
Secondo la ricostruzione dell'autore, le radici di questo fenomeno affondano negli anni Settanta, quando il mondo industrializzato avrebbe trovato nell'esportazione di rifiuti tossici verso i Paesi di recente indipendenza una nuova forma di relazione economica asimmetrica. In alcuni casi, ai Paesi dell'Africa occidentale e del Sud-est asiatico sarebbero state prospettate riduzioni del debito in cambio della disponibilità ad accogliere materiali pericolosi. Il colonialismo, insomma, non sarebbe scomparso: avrebbe cambiato forma, passando dall'appropriazione delle risorse alla possibilità di scaricare altrove i costi del nostro benessere.
La geografia di questo commercio continua a modificarsi.
Nel 2018 la Cina, fino ad allora principale destinazione mondiale dei rifiuti plastici, ne blocca le importazioni. I flussi si ridistribuiscono verso altri Paesi, tra cui Malesia, Thailandia, Vietnam e Turchia, ma non è solo una quiestione di luoghi ma anche di persone.
Nei luoghi attraversati da Clapp, dall'Indonesia alla Tanzania, la raccolta e la selezione della plastica, così come il recupero dei metalli dai rifiuti elettronici attraverso pratiche spesso pericolose, rappresentano per molti lavoratori una fonte di sostentamento. Non necessariamente un'attività percepita come eccezionale o degradante, ma un mestiere, al pari di altri. Quando la sopravvivenza economica dipende dal lavoro quotidiano, i rischi sanitari e ambientali possono diventare una preoccupazione secondaria rispetto alla necessità immediata di guadagnarsi da vivere.

Alexander nel suo libro sostiene che i rifiuti siano uno specchio deformante della società occidentale. Se dovesse spiegare in una sola frase a qualcuno che non si è mai chiesto dove finiscano i propri rifiuti, che cosa vedrebbe riflesso in quello specchio?
Gran parte dei nostri rifiuti vive una seconda esistenza, segreta e devastante, finendo in misura sproporzionata nei Paesi più poveri del mondo, dove provoca danni sconvolgenti e spesso irreversibili ad ambienti naturali incontaminati e a popolazioni ignare.
Il libro mostra come percentuali di riciclo considerate virtuose, come quelle della Germania, si basino anche sulla spedizione di plastica dall'altra parte del mondo. Il riciclo è stato un'operazione ideologica, presentata ai cittadini per rendere accettabile una produzione sempre maggiore di rifiuti? E chi ne ha tratto profitto?
Per quanto riguarda la plastica, certamente. Oggi abbiamo accesso a migliaia di documenti dell'industria petrolchimica risalenti ai primi anni Novanta, che dimostrano come i suoi dirigenti sapessero che il riciclo non era né redditizio, né ecologicamente sostenibile e neppure chimicamente praticabile. Eppure, nonostante questo, continuarono a promuoverlo come una soluzione miracolosa al problema dello smaltimento della plastica.
Nel mio libro descrivo questo inganno e spiego nel dettaglio come abbia avuto successo. Basti dire che dietro la diffusione del mito del riciclo esisteva una motivazione evidente: far sentire i consumatori meno in colpa per l'acquisto di prodotti in plastica, inducendoli persino a sentirsi virtuosi quando li gettavano nel contenitore "giusto".
Una tesi interessante. Se guardiamo invece il punto di vista degli altri? Siamo dei veri e propri colonizzatori di rifiuti? Tenendo presente che il libro mostra come anche nei Paesi poveri esistano importatori che acquistano rifiuti a prezzi irrisori e ne ricavano profitti?
È quasi sempre così che ha funzionato il colonialismo. Una determinata classe di individui nei Paesi più poveri, generalmente appartenenti alle élite politiche o economiche, contribuisce a rendere possibile lo sfruttamento.
Ma credo che, soprattutto nel caso dei rifiuti, le implicazioni coloniali siano ancora più evidenti e profonde rispetto a un semplice esempio di disuguaglianza globale.
Il commercio internazionale dei rifiuti ha avuto inizio negli anni Settanta e, per molti aspetti, ha rappresentato una risposta del mondo sviluppato ai movimenti anticoloniali del Sud globale. Ai Paesi dell'Africa occidentale e del Sud-est asiatico che avevano da poco conquistato l'indipendenza, i Paesi del Nord offrirono una riduzione del debito in cambio dell'importazione di enormi quantità di rifiuti tossici.
I Paesi europei e nordamericani ottennero così ambienti più puliti per i propri cittadini, mentre quelli del Sud del mondo si ritrovarono a fare i conti con l'inquinamento.
È ancora questo il mondo in cui viviamo oggi.
La Convenzione di Basilea è stata ratificata da quasi tutti i Paesi del mondo, ma non dagli Stati Uniti, che figurano tra i maggiori esportatori di rifiuti. Che cosa ci dice questo del rapporto tra potere e diritto internazionale? E l'Europa, che si presenta come paladina della tutela ambientale, ne esce meglio o peggio?
Anche in questo caso, come in molti altri, gli Stati Uniti rappresentano un'eccezione tutt'altro che ammirevole. Credo però che la sua domanda sia ancora più interessante se riferita all'Europa, perché mette in evidenza una delle principali debolezze della Convenzione di Basilea, il più importante strumento legislativo internazionale in materia di commercio dei rifiuti.
Ratificata all'inizio degli anni Novanta, la Convenzione avrebbe dovuto, almeno sul piano tecnico, mettere fuori legge il commercio internazionale dei rifiuti. Presentava però una grande scappatoia: i rifiuti considerati riutilizzabili potevano continuare a essere esportati.
È proprio attraverso questa possibilità che il commercio dei rifiuti è riuscito a espandersi enormemente nel momento stesso in cui avrebbe dovuto essere vietato. Si è cominciato a sostenere che materiali di ogni genere, dalle batterie al polistirolo, fino alla plastica, potessero essere riutilizzati o riciclati, quando in realtà non era così. E arriviamo all'Europa di oggi, che statisticamente è il maggiore esportatore mondiale di plastica usata.
Gran parte di queste esportazioni è legale?
Sì. Ma avviene a un costo ambientale enorme per Paesi come la Turchia, che ne sono i destinatari.
Per le persone che ha incontrato in Indonesia e Tanzania, lavorare con i rifiuti rappresenta un'occupazione come coltivare la terra, e i rischi per la salute non costituiscono la loro principale preoccupazione. Interrompere questo commercio non rischierebbe di danneggiare proprio le popolazioni più povere?
È una domanda legittima, ma qual è l'alternativa? Che queste persone trascorrano la propria vita guadagnando uno o due dollari al giorno, maneggiando materiali tossici che quasi certamente finiranno per ucciderle? Credo che, come accade per qualsiasi industria fondata su forme di sfruttamento di questo genere — penso, per esempio, alle fabbriche che sfruttano i lavoratori nel Sud-est asiatico — sia necessario inquadrare la questione in una prospettiva più ampia. Come siamo arrivati a vivere in un mondo in cui un contadino nel cuore dell'isola di Giava ha ritenuto necessario abbandonare la coltivazione del riso per mettersi a selezionare plastica importata dall'Europa?
Rispondere alla sua domanda diventa più semplice quando iniziamo a riflettere sull'assurda storia che ci ha condotti fino a questo punto.
Ha affermato che il problema della plastica non può essere risolto soltanto attraverso la responsabilità morale individuale, perché produrla è troppo facile e troppo redditizio. Fare la raccolta differenziata in casa serve davvero a qualcosa oppure è un rituale che ci fa semplicemente sentire meglio? Che cosa dovrebbero fare, invece, i governi?
Non tutto il riciclo è un mito. I metalli e la carta possono essere riciclati in modo efficiente, e incoraggio tutti a farlo. Il problema è la plastica. La soluzione migliore è evitare del tutto di utilizzarla.
Quanto a ciò che dovrebbero fare i governi, un problema globale come questo richiede una soluzione globale: una tassa sulla produzione della plastica che renda molto meno facile ed economico produrla su larga scala.