"Il mondo salvato dai ragazzini", se gli adulti smettono di occupare il futuro

"Il mondo salvato dai ragazzini", se gli adulti smettono di occupare il futuro

A cura di Antonella Vitelli

Dal Salone del Libro di Torino una domanda politica e culturale sulla giovinezza e l’accesso reale dei ragazzi e ragazze ai luoghi dove si decide.

“Il mondo salvato dai ragazzini” non è un titolo innocente. Non lo era nell’opera di Elsa Morante e non lo è oggi, scelto come tema del Salone Internazionale del Libro di Torino. È una formula, di certo, luminosa, poetica, quasi festosa, ma contiene una domanda scomoda e che dovrebbe spingere a una seria presa di posizione: 

se il mondo deve essere salvato dai ragazzini, che cosa hanno fatto gli adulti di questo mondo?

La direttrice del Salone, Annalena Benini, lo ha definito un appello universale”. Ed è proprio da qui che bisogna partire. Con onestà e sincerità per evitare di invocare i giovani come speranza, usarli come simbolo, metterli nei titoli, nei manifesti, nelle campagne culturali, senza poi consegnare loro strumenti reali per incidere sul presente.

I ragazzini di Morante non sono una categoria anagrafica da idealizzare. Non sono più puri, più buoni, più innocenti per natura. Sono, piuttosto, una possibilità dello sguardo: la parte dell’umano che non ha ancora accettato l’ingiustizia come normalità, la violenza come realismo, l’esclusione come procedura, la rassegnazione come maturità.

In questo senso, “Il mondo salvato dai ragazzini” non parla soltanto dei ragazzi, ma anche degli adulti, del modo in cui abitano il presente, del potere che esercitano e dello spazio che occupano nella costruzione del futuro. Perché se il mondo deve essere “salvato” dai più giovani, allora la domanda riguarda inevitabilmente anche chi quel mondo lo ha governato, lo governa ancora e spesso fatica a consegnarlo a chi verrà dopo. Da qui il tema "ingombro", quello della gerontocrazia, dell'esercizio del potere che non sa più diventare passaggio e pensarsi transitorio.

Si tratta di una vera e propria forma di occupazione del futuro da parte di chi, invece di prepararlo, continua a trattenerlo dentro categorie consumate, spesso incapaci di comprendere le urgenze del presente.

Sono anni che, per educazione, abitudine o mancanza di coraggio, accettiamo decisioni che incidono sulle nostre vite senza riuscire a metterle veramente in discussione. 

E forse è ormai difficile non vedere come, negli ultimi anni, alcune delle scelte più drammatiche e destabilizzanti del pianeta, guerre, escalation militari, irrigidimenti geopolitici, ritorni nazionalisti, siano state spesso guidate da leadership molto anziane, iper settantenni o persino ottantenni, talvolta incapaci di leggere il presente al di fuori delle categorie del Novecento. In questo scenario, destra e sinistra non bastano più come categorie interpretative. Il punto non è soltanto ideologico, ma storico. Riguarda la pertinenza rispetto al tempo che si abita. La giovinezza, forse, è anche questo: essere pertinenti alla storia, sentire il futuro come qualcosa che riguarda il presente e non come una minaccia da contenere. La gerontocrazia, al contrario, rischia di muoversi su coordinate opposte: nostalgiche, difensive, incapaci di immaginare il domani se non come prosecuzione, irrigidita e impoverita, del passato.

Una società gerontocratica parla continuamente di giovani, ma raramente lascia loro spazio vero. Li vuole creativi, ma non troppo conflittuali. Li vuole preparati, ma li tiene in attesa. Li vuole flessibili, ma non garantisce stabilità, eccetera, eccetera eccetera. 

La domanda allora diventa politica, non solo culturale: quanto futuro è stato già consumato dagli adulti? E quanto futuro viene ancora trattenuto?

In questa prospettiva, il tema del Salone dialoga con una questione concreta: l’accesso. Accesso al voto, al lavoro, alla casa, alla cultura, alla rappresentanza, alla parola pubblica. Senza accesso, la giovinezza resta una figura retorica. Con l’accesso, diventa soggetto. Tra le proposte che più chiaramente aprono questa discussione c’è il voto ai sedicenni. Non come gesto simbolico, non come moda generazionale, ma come tentativo di affrontare uno squilibrio democratico reale. In una società che invecchia, il peso elettorale dei giovani tende a ridursi. E se i giovani pesano meno, anche le politiche che riguardano il loro futuro rischiano di pesare meno: scuola, università, lavoro, ambiente, salute mentale, trasporti, diritto alla casa, transizione ecologica, pace.

L’obiezione più frequente è nota: i sedicenni sarebbero troppo immaturi, poco informati, poco interessati, ma questa obiezione andrebbe maneggiata con cautela. Guardandosi magari ogni tanto allo specchio.

Forse, allora, la domanda va rovesciata: sono i ragazzi a non essere pronti per la politica, o è la politica a non essere più capace ad accettare i ragazz*?

Di certo, il voto ai sedicenni, da solo, non salverebbe il mondo, ma, non neghiamolo, potrebbe diventare parte di una riforma più ampia della partecipazione: educazione civica meno formale e più concreta, voto fuorisede stabile, consulte giovanili con poteri effettivi, bilanci partecipativi aperti agli studenti, tirocini pagati, ricambio generazionale nei luoghi della politica, della cultura, dell’università, dell’informazione.

Non basta dire ai ragazzi: salvate il mondo. Bisogna consegnarne loro una parte.

Al Salone del Libro, Bernie Sanders ha portato dentro questa riflessione il tema delle disuguaglianze. Nel suo intervento a Torino di ieri sabato 16 maggio 2026 ha denunciato la concentrazione estrema di ricchezza e potere nelle mani di pochi, parlando di oligarchi che accumulano sempre di più anche quando questa accumulazione produce sofferenza sociale. Ha anche preso le distanze da Donald Trump, affermando che non rappresenta la maggioranza degli Stati Uniti.

Il discorso di Sanders riguarda anche i giovani. Perché l’oligarchia non è soltanto accumulo di denaro. È accumulo di possibilità. È concentrazione di reti, accesso, protezione, influenza, capacità di orientare il futuro. Chi possiede già molto continua a decidere le condizioni per chi possiede poco. Chi è dentro stabilisce quanto debba aspettare chi è fuori.

Gerontocrazia e oligarchia condividono un meccanismo profondo: trasformano un privilegio acquisito in diritto naturale alla permanenza. Presentano la propria posizione come merito e chiedono agli esclusi di dimostrare ancora, aspettare ancora, adattarsi ancora.

È per questo che il discorso sui giovani non può essere soltanto generazionale. È democratico.

Anche Alberto Angela, al Salone, ha parlato di futuro. Riflettendo sull’Europa, ha ricordato quanto il suo destino sia incerto e quanto sia necessario restare uniti. Raccontando Torino, ha evocato la città grigia degli anni Settanta e Ottanta, contrapponendola a una Torino che oggi gli appare piena di colori, con “gli occhi di una ragazza”.

Vasco Brondi, presentando al Salone “Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte”, ha parlato della nostra come di una “società dell’insoddisfazione”. Anche questa immagine entra nel discorso. La società dell’insoddisfazione chiede ai giovani di essere sempre attivi, performanti, visibili, flessibili, competitivi. Ma spesso non offre le condizioni minime per costruire una vita adulta: un lavoro stabile, una casa accessibile, tempo per formarsi, fiducia, riconoscimento, possibilità di sbagliare.

Li spinge a correre, ma restringe la pista. Li invita a desiderare, ma non sempre permette loro di scegliere. Celebra la giovinezza, mentre la consuma.

In questo scenario, la letteratura torna centrale. Nel progetto “Un libro tante scuole”, “Il corpo” di Stephen King è stato proposto agli studenti come romanzo capace di parlare non solo di paura e tensione, ma di adolescenza, amicizia, passaggio, libertà. La lettura, in questo percorso, non appare come un esercizio scolastico, ma come uno strumento per vivere, per disobbedire alle definizioni imposte, per diventare persone libere.

I ragazzi di King partono alla ricerca del corpo di un coetaneo morto, ma il loro viaggio è molto più di un’avventura. La loro forza non è l’innocenza. È il movimento.

In questo, Stephen King dialoga sorprendentemente con Elsa Morante. I suoi ragazzi, come i ragazzini morantiani, non salvano il mondo perché sono migliori. Lo possono salvare, semmai, perché non hanno ancora accettato del tutto il linguaggio della resa. In questa "frappiega" forse la letteratura trova la sua missione civica diventando la migliore delle scuola di disobbedienza.

Disobbedire non per rovesciare una gerarchia anagrafica, ma costruire un patto tra generazioni in cui chi viene dopo non sia costretto a chiedere licenza di esistere.

Il mondo salvato dai ragazzini comincia forse da qui. Non da una celebrazione astratta dell’adolescenza, ma dalla costruzione di condizioni perché i ragazzi e ragazze possano incidere. 

Il mondo non sarà salvato dai ragazzini perché sono giovani. Potrà esserlo solo se la società adulta accetterà di fare la cosa più difficile: lasciare spazio a chi non le somiglia ancora del tutto.

Foto: Ufficio stampa Salone Internazionale del Libro di Torino 

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