Morbo e castigo. Intervista immaginaria a OsKar Panizza

Intervista immaginaria di Gioconda Fappiano, Monaco di Baviera, marzo 2020

Sono bloccata in Germania. Il mio volo per l’Italia è stato cancellato e dovrò prolungare ancora per qualche giorno la mia vacanza di Carnevale. La nuova epidemia scatenata dal Coronavirus, ha colpito pesantemente l’Italia e di conseguenza noi del Bel Paese siamo visti e trattati con sospetto, neanche fossimo tutti degli untori. Da più parte si evoca Manzoni, Boccaccio e tanti altri che hanno scritto di epidemie con efficacia e garbo, ma io mi sono imbattuta in un libro eccezionale - Il concilio d’amore - scritto nel 1894 da un medico-psichiatra di Bad Kissingen, condannato dal Tribunale Reale di Monaco a un anno di prigione per “oltraggio alla religione a mezzo stampa”. Gli esemplari esistenti dello scritto a stampa del Concilio, oltre che le lastre e i piombi utilizzati per la sua produzione, furono  resi immediatamente inutilizzabili. Leggo sulla quarta di copertina una sintesi del testo: “Venuto a conoscenza dei costumi corrotti degli italiani e del pontefice Alessandro VI, Dio indice un concilio per escogitare il castigo più adeguato da infliggere loro. Incapaci le figure divine di opporre un valido argine all’indifferenza umana verso la religione e le sue prescrizioni, solo il Diavolo riesce a salvare il Cielo dalla bancarotta, inventando un morbo che certamente riporterà gli uomini sulla retta via e alla fede: la sifilide”. 

Incontro Oskar Panizza, l’autore de “Il concilio d’amore”, appena uscito dal carcere in cui ha scontato la pena. E’ provato, ma contento di vedermi e parlare, proprio con una donna, della sua opera infetta davanti a un buon boccale di birra.

Per prima cosa vorrei chiederle come sta. Non è facile sopportare un anno di carcere per difendere la propria libertà creativa.

E’ stata dura, ho vissuto in un abisso di amarezze, ma confesso che lo rifarei in nome della libertà di espressione, artistica e letteraria.

Come affermava Goethe, ogni artista ha il diritto di servirsi dell’intero materiale della vita per la propria opera. Il mio lavoro letterario non ha avuto altro intento che quello di servire la vita. Il mio unico fine, in quanto medico e scrittore, è stato quello di descrivere in modo drastico la nascita della sifilide. Si figuri che fino al giorno prima del processo, non ho trovato uno straccio di avvocato che volesse difendermi, nonostante una parte degli intellettuali tedeschi, tra cui Theodore Lessing, si fossero schierati dalla mia parte.  Fino a questo punto si è spinto il sacro rispetto della religione dei bigotti avvocati tedeschi. Con la Germania ho comunque chiuso. Ho deciso di trasferirmi in Svizzera, dove ho potuto stampare il mio libro, e poi si vedrà. Probabilmente visiterò Parigi. 

Ammetterà però che Il concilio d’amore, che lei stesso ha definito una tragedia celeste in cinque atti, è un vero e proprio pugno nello stomaco, non tanto per le sue aspre critiche alla religione e al papato - cosa che anche altri prima di lei hanno fatto -  ma per la violenza estrema della sua commedia. Inventarsi “la lue” come punizione celeste, ottenuta con l’apporto determinante del demonio, fortemente voluto da Dio stesso, va al di là di ogni immaginazione. Deve convenire che se l’è proprio cercata.

Per l’uomo il nesso causale tra la colpa umana e la collera divina esiste da quando Adamo ed Eva furono cacciati dal Paradiso Terrestre e la donna fu condannata a partorire nel dolore. Alla fine del quindicesimo secolo, la sifilide si propagò contemporaneamente in diversi paesi d’Europa, senza che se ne conoscesse il rimedio o il modo di prevenirla. In un certo qual modo la situazione era peggiore che di fronte alla “peste nera”, e quando di un fenomeno non si riesce a stabilire una causa terrena, se ne costruisce una ultraterrena. Quindi si cominciò a credere che la lue fosse una punizione divina. Successivamente si riuscirono a stabilire i rapporti tra la malattia e il commercio sessuale, e si pensò che la “peste del piacere” fosse un castigo divino derivato dalle deviazioni e dagli eccessi sessuali degli uomini.  In un testo di Ulrich von Hutten, cronista e scrittore di battaglia che scrisse un libro proprio sulla lue, troviamo un passaggio del 1519 che così recita. “ E’ piaciuto a Dio, ai nostri giorni, inviarci malattie che erano sconosciute. Hanno detto, coloro che sono incaricati di interpretare le Sacre Scritture, che la lue è segno dell’ira divina e che così Dio punisce e flagella le nostre cattive azioni”. La cosa singolare è che il luogo in cui venivano commessi i più estremi peccati sessuali era la corte pontificia, e che la personalità che più si abbandonava alle orge era il papa Alessandro VI. Colui che si definiva il “vicario di Cristo”, il “figlio di Dio”, non si vergognava di attribuire la porpora cardinalizia a dei ruffiani, a mantenere a Roma tre amanti e uno stuolo di prostitute che gli allietavano le giornate, anche durante le celebrazioni della Settimana della Passione, e di mandare a morte Savonarola, il grande censore. Quello che dico è storicamente provato. 

Sì, però lei si è inventato un Dio vecchio, malato, stanco di vivere in eterno, che pensa che la creazione sia roba del passato e di cui suo figlio non sarebbe assolutamente capace; Cristo - l’Uomo, come viene chiamato nella sua opera - che è molliccio, un ignavo sofferente e stanco di essere mangiato dall’umanità a Pasqua sotto forma  di agnello per liberarsi dal peccato, un povero cristo idiota ed ecolaico ; Maria, la Madonna, che si diletta nella lettura del Decameron di Boccaccio, spregiudicata negli accordi col Diavolo , civettuola e frivola, competitiva nell’arte della seduzione con le peccatrici dormienti del campo dei morti.

Mi rendo conto come certe caratterizzazioni e alcuni passi della mia commedia possano sembrare blasfemi e oltraggiosi agli occhi dei credenti, ma lo scherno è sempre stato una forma legittima di battaglia spirituale, il mezzo più efficace di vivificazione.  E se questa la si intende fare attraverso una satira divina, una commedia divina, così come ogni artista ha fatto finora sono dovuto ricorrere a modelli umani, ho dovuto trasporre alla divinità quei tratti grotteschi che si ha modo di osservare negli uomini. Se Dio, che è puro spirito, viene umanizzato e personificato, nella sua immagine si esprimerà sempre il gusto momentaneo degli uomini.  Ora lei deve convenire che la diffusione della sifilide in occidente e il contegno scandaloso del papa hanno influito sulla raffigurazione della divinità del Concilio d’amore in maniera eccezionale, quanto lo era la situazione del tempo. Io ho degradato le divinità cristiane di proposito perché le ho viste attraverso la lente di papa Alessandro VI. Se le nostre immagini della divinità sono sublimi, sono sublimi nel nostro pensiero; se sono ridicole, sono ridicole nel nostro pensiero. Se io ho attaccato la divinità, non ho minimamente attaccato quella scintilla soprannaturale che vive nel cuore di ogni uomo: ho attaccato semplicemente quella divinità che nelle mani di Alessandro VI era diventata uno sgorbio.  Nell’Italia del Cinquecento la sifilide era qualcosa di spaventoso e Dio l’aveva inviata come punizione sulla terra perché il Vicario di Dio era uno dei più sfrontati sporcaccioni che la storia mondiale abbia mai conosciuto.

Quello che a dire il vero ne esce meglio dalla sua commedia è proprio il Diavolo, l’unico che sembra essere intelligente, umano e coerente. Ricorda però nei movimenti e nei tratti somatici un ebreo distinto.

Gli ebrei sono sempre stati il capro espiatorio dei cattolici che li hanno accusati di aver consentito che Cristo fosse messo in croce. Inoltre sono stati additati fin dal Medioevo come untori, avvelenatori di pozzi e propagatori di peste. Questa pregiudizio è stato funzionale alla creazione del mio demonio zoppicante che, più che usare bene le parole, è molto pragmatico, intraprendente ed efficiente. Dovrà fare lui il lavoro sporco che il Cielo non è capace né di ideare, né di attuare, ma dal quale trarrà però grossi vantaggi perché, qualsiasi cosa egli faccia agli uomini, questi rimangono bisognosi di redenzione. Una volta che la malattia ha fatto il suo decorso, fino alla morte, l’anima dell’uomo la prenderà il Cielo. A differenza però dei santi celesti, Belzebù accantona immediatamente l’idea dell’annientamento della razza umana tramite l’avvelenamento dello sperma e dell’ovulo. Egli si inventa invece una malattia infettiva, sessualmente trasmettibile da uomo a donna e viceversa, che comprometterà il corpo ma che macchierà anche l’anima purché questa sia recuperabile tramite l’intervento divino, invocato dall’umanità colpita dal morbo, per ottenere grazia e guarigione.

Il demonio però non fa nulla per nulla. Cosa chiede in cambio dei suoi favori?

Il mio povero diavolo sogna un titolo nobiliare, perlomeno un inquadramento nell’ultima classe dei cortigiani, un piccolo “de” e la possibilità di un legame confacente al suo ceto con una delle classi angeliche. Dal menu dei suoi desideri viene fuori, ad esempio, una scala decente con la quale possa salire al Cielo senza rischiare di rompersi l’osso del collo, ma soprattutto che “Lui”, cioè il Supremo, gli lasci stampare liberamente i suoi libri e consentirne una più ampia circolazione in cielo e in terra.

Dal suo punto di vista, se qualcuno pensa e non è più in grado di comunicare agli altri i suoi pensieri, questa è la peggiore delle torture. Il diavolo rivendica per l’uomo quello per cui io ho pagato di persona: la libera formulazione dei pensieri.

Perché però colpire l’amore, un sentimento e un bisogno capace di strappare l’uomo alla sua miseria terrena per elevarlo spiritualmente? Perché la vendetta del Cielo investe l’amore stesso per sporcarlo? Quello che appare veramente scandaloso e spietato nella sua satira è la punizione toccata all’uomo, il verdetto pronunciato da Dio.

Se ci riflette, la risposta è già contenuta nella sua domanda. L’uomo, e in questo caso soprattutto il papa, testimone di Dio sulla terra, non ha saputo aver cura del dono più grande che abbia mai ricevuto e che può renderlo simile a Dio. La punizione è tanto più spietata quanto spietato è il crimine commesso.

Nel Concilio d’amore il morbo che sarà creato dovrà essere attraente, distruttivo, seducente, tossico, voluttuoso e crudele, in grado di bruciare il cervello e le vene, come solo sa fare una donna. L’Eterno Femminino nella sua opera conserva un valore di attrazione distruttivo.  Altro che donna angelicata, capace di fare da tramite tra il cielo e la terra. Tra l’altro la bellezza, che nel mondo classico è sempre stata associata alla bontà, in questo caso si allea alla perversità più gratuita. Da Salomè, la prescelta nella caldaia delle streghe, il diavolo avrà la figlia che sarà mandata per il mondo a spargere il suo veleno tra il sesso maschile. Un laboratorio del male, questo, di tutto rispetto, che anticipa tra l’altro le tesi complottistiche della modernità che vogliono che alcune malattie siano state create nei laboratori scientifici.

Quello classico è solo uno dei canoni estetici che l’umanità ha conosciuto. Esiste da sempre la bellezza seducente della perversione, dalla quale bisogna imparare a stare lontani, cosa che in un certo modo viene suggerita tra le tinte forti della mia tragedia celeste.

Io penso inoltre che le donne più pericolose siano quelle che armonizzano perfettamente gli opposti, la propria natura di strega e santa, di Eva e della Vergine.

Se si ha la fortuna o la sventura di incontrare nella vita una donna del genere, per il maschio non c’è scampo. Non vorrei però scivolare nei facili stereotipi che alimentano pregiudizi a volte dannosi. Nell’economia del mio dramma, il diavolo aveva bisogno di una femmina senza scrupoli e con una forte carica seduttiva, capace gerarchicamente di corrompere il papa e poi via via cardinali, arcivescovi, vescovi, ambasciatori italiani e stranieri ed infine la gente comune, rispettando le gerarchie. Non so se nei laboratori scientifici siano stati prodotti artatamente virus letali per l’uomo. So di certo però che la scienza non è sempre dalla parte dell’umanità, soprattutto quando produce armi di distruzione di massa. 

Il Dio Padre del Concilio d’amore lo dice in modo perentorio: la creazione è un fatto passato, non sarà più possibile avere un mondo nuovo. Ora è il momento della cura del creato e dell’uomo stesso.