Nadia Urbinati: "Non comprendo l'ossessione per le primarie". Dalle midterm alla sinistra italiana

Intervista in dialogo a Nadia Urbinati a cura di Antonella Vitelli

Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti segnano una battuta d'arresto per Donald Trump e riaprono il confronto sul futuro degli USA. Il voto midterm del 3 novembre 2026 restituisce l'immagine di un Paese attraversato da profonde disuguaglianze economiche e sociali, ma ancora capace di modificare i propri equilibri politici attraverso le urne. Un risultato che solleva interrogativi non soltanto sul futuro della presidenza Trump, ma anche sulla tenuta delle istituzioni democratiche, sul rapporto tra libertà e potere e sulle possibili conseguenze per l'Europa.

A leggere con noi il significato politico e filosofico delle midterm è Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University di New York, tra le principali studiose della democrazia rappresentativa e autrice del recente Libertà (Laterza, 2026). Un libro che interroga una delle parole più invocate e, al tempo stesso, più controverse del lessico politico contemporaneo, mettendo a confronto due concezioni: la libertà come assenza di interferenze e la libertà come autonomia, inseparabile dalla relazione con gli altri e dalla necessità di contrastare ogni forma di dominio.

Una distinzione che, alla luce del voto americano, assume un significato particolarmente attuale. Al centro dell'analisi di Urbinati c'è infatti il confine tra la libertà come diritto condiviso e quella rivendicata da chi detiene il potere come possibilità di agire senza limiti.

Il recedente risultato elettorale diventa così il punto di partenza per una riflessione più ampia sulle trasformazioni delle democrazie occidentali. Dalla crescente influenza dei grandi gruppi tecnologici e finanziari, che nel suo libro Urbinati individua tra le nuove forme di dominio, alla necessità di un intervento pubblico in materia di sanità, istruzione e lavoro, la filosofa riporta le condizioni materiali dell'esistenza al centro della questione democratica. 

Professoressa gli Stati Uniti ci hanno insegnato negli anni che tutto è possibile. 

È vero. Vede, io sono diventata americana nel 2000 e devo dire che quello è un Paese straordinario. Nulla si ferma e nulla può rappresentare l'ultima parola. Mai. Il pessimismo cosmico che ci ha perseguitato in questi anni è molto artificioso, non corrisponde a ciò che è realmente quel Paese, che non può permettersi di essere così statico.

Tra le piazze europee, la vittoria in Brasile, quella in Bosnia e ora gli Stati Uniti, lo spirito del tempo sembra andare in una direzione precisa. È così?

Si, diciamo che c'è una razionalità della democrazia che consiste anche in questo: perché dovrei votare per qualcuno che mi dice di fare i suoi interessi e poi aspettare il futuro per vedere realizzati i miei?

Non ci si pensa quasi mai, ma qui non è questione di socialismo o di altro. Le democrazie possono generare povertà e arrivare a far accettare alle persone condizioni di grande difficoltà. Quando però si comprende che il protezionismo, le destre e le chiusure non portano alcun beneficio, perché finiscono per penalizzare proprio coloro che hanno più bisogno di sostegno, allora si manifesta una reazione.

Come è successo varie volte in Italia, di fronte agli abusi sembra accendersi, all'interno del meccanismo costituzionale, una sorta di red flag. È una struttura quasi immateriale che appartiene alle costituzioni e alle democrazie.

È proprio questa la loro vitalità. Le costituzioni sono vive, non sono pezzi di carta. Rimango sempre basita quando sento dire che la nostra Costituzione non è stata ancora realizzata. Ma viva Dio, per fortuna! Perché, altrimenti, che cosa sarebbe la democrazia?

La democrazia è una perenne ricerca di realizzazione. Non esiste un momento preciso nel quale possiamo dire: ecco, adesso abbiamo finalmente realizzato la democrazia.

C'è bisogno di una continua sorveglianza.

Sì. Sorveglianza, costruzione, critica, errori che devono essere corretti: questa è la democrazia. Non è un punto d'arrivo. Le democrazie devono essere osservate e custodite, proprio come facciamo con la nostra casa. Non controlliamo quotidianamente se tutti gli impianti funzionano, ma sappiamo che, quando si presenta un problema, dobbiamo intervenire.

Lei ha scritto di recente un libro sulla libertà, molto interessante per la relazione che individua tra libertà e uguaglianza. Che cosa ci dice questo voto sul desiderio di libertà degli americani e sul rifiuto dell'uomo forte al comando?

L'America è nata così. È nata attraverso un'azione di libertà nei confronti dei padroni inglesi, prima, e successivamente di tutti i padroni che si sono imposti. Anche la guerra civile, in una società nella quale molti erano stati a lungo tolleranti nei confronti della schiavitù, rappresentò a un certo punto la necessità di liberarsi da una condizione diventata insostenibile, anche per coloro che non possedevano schiavi e non erano schiavi.

La libertà deve essere intesa come una relazione con gli altri che non si trasforma in dominazione. E perché non si trasformi in dominazione è necessaria una condizione di uguaglianza.

Gli americani amano l'uguaglianza, ma non necessariamente quella materiale, perché ciascuno compie le proprie scelte. Amano soprattutto l'uguaglianza di considerazione e di riconoscimento. Non tollerano di essere guardati dall'alto in basso, di dover abbassare la testa e tenere gli occhi a terra. È un senso profondo della dignità della persona, che richiede uguaglianza di considerazione e, naturalmente, uguaglianza davanti alla legge.

Questa è la base della libertà, senza la quale i potenti sono liberi e tutti gli altri devono arrangiarsi.

Le midterm hanno mostrato anche un'America spaccata. Quanto hanno pesato in questo voto le fratture generate dalle disuguaglianze materiali?

Gli americani non sono necessariamente né contro lo Stato né a favore dello Stato. Sono favorevoli a ciò che risulta funzionale al tempo nel quale vivono. C'è stato un periodo in cui l'esplosione del liberismo, nei primi decenni del Novecento, li ha condotti alla catastrofe della grande crisi del 1929. La reazione a quella crisi, che aveva prodotto disperazione, miseria e suicidi, è stata la costruzione del welfare state attraverso il New Deal. 

Oggi ci troviamo di fronte a una situazione non identica, ma caratterizzata da enormi disparità economiche tra coloro che hanno moltissimo, coloro che hanno molto e coloro che hanno sempre meno. Assistiamo a una progressiva riduzione delle possibilità economiche delle persone e delle famiglie. 

Di fronte a questo scenario, agli americani non interessa la dottrina liberista in quanto tale, né la contrapposizione astratta tra Stato e mercato. In questo momento è fondamentale che le tasse servano a sostenere i progetti di vita delle persone: la casa, la sanità, la scuola pubblica. Ne hanno sempre più bisogno, non perché siano socialisti o comunisti, ma, al contrario, perché vogliono essere democratici e liberi.

Per vivere liberamente, in questo momento, è necessario uno Stato che intervenga sul piano sociale. E gli americani non hanno alcun problema a riconoscerlo.

Nel libro sostiene che la libertà non è assenza di interferenza statale: altrimenti saremmo muti di fronte ai nuovi domini del nostro tempo, dall'intelligenza artificiale al controllo dei dati. Cambiare la maggioranza a Washington può intaccare questo potere? Il dominio tecnologico sembra sopravvivere a qualsiasi alternanza politica.

Ci troviamo di fronte a un fatto nuovissimo, come tante altre volte è accaduto nella storia: una sfida alla sovranità politica. Questa volta la sfida non proviene dalla Chiesa, come nel Medioevo, né dall'Impero o da una potenza militare. Proviene dall'intreccio tra tecnologie e finanza. È una sfida nuova alla sovranità, perché questi soggetti globali, potentissimi, hanno una forza tale da poter mettere in difficoltà gli Stati e i cittadini. Lo stesso Musk lo ha detto tranquillamente.

Di fronte a questa situazione, uno Stato non può pensare di affrontare tutto da solo, sostenendo di essere abbastanza grande e forte da riuscirci. Sono sciocchezze. Ci sono la Cina, l'India e altre potenze emergenti.

La soluzione, che emerge anche da queste elezioni, consiste nel ripensare il rapporto tra tecnologia, finanza e politica. Occorre fare in modo che il potere politico, cioè la sovranità, torni ad avere la capacità di incidere, influire e imporsi sui poteri privati. Parliamo di tecnologie potentissime, che oggi operano in ambito militare, civile, burocratico e sanitario e che hanno acquisito una capacità straordinaria di condizionare lo Stato.

Nel libro parla di una libertà che si vive con gli altri e non nella solitudine. Come si tiene insieme l'impegno politico, anche nella vittoria, con la distanza critica necessaria per non essere mai interamente coinvolti?

Il nostro tempo rilancia un problema che sembrava appartenere all'Ottocento: quello dell'autonomia interiore, dell'autonomia della mente, come la chiamava John Stuart Mill. Oggi questa autonomia diventa ancora più importante, perché siamo noi stessi a contribuire alla costruzione delle nostre gabbie panottiche.

Entriamo nei social perché ci piace, perché ci divertiamo, perché partecipiamo. Ma, così facendo, contribuiamo anche a costruire una sorta di servitù mentale. Per questo dovremmo cominciare ad affilare le nostre capacità critiche, evitando di credere o accettare completamente tutto ciò che ci viene proposto.

Occorre mantenere una distanza critica. Forse i ragazzi più giovani riescono a farlo meglio. Noi non eravamo abituati a questa invasione gioiosa della nostra vita, che rischia di trasformarsi in una forma di servitù mentale. È necessario recuperare autonomia anche per poter utilizzare questi strumenti in modo funzionale.

Pensiamo alle scuole e all'uso delle tecnologie nelle aule. In molte università americane si sta cercando di limitarne l'impiego. Bisogna sapersi tenere fuori, almeno in parte, per riuscire a dominarle e non diventare oggetto di un'interferenza permanente e incontrollata.

Trump ci ha abituato a un linguaggio della libertà fatto di meno Stato, meno regole, meno limiti alla parola, quasi una parresia. Lei gli contrappone una libertà come assenza di dominio e autonomia. Questa tornata elettorale può essere letta come uno scontro tra queste due idee di libertà?

Certamente. Quella che Trump rivendica è una libertà quasi anarchica, ma è la libertà di chi può permettersela. È, evidentemente, un privilegio. Se io rivendico la libertà di fare tutto ciò che voglio, anche imponendo a te costi altissimi, senza assumermene direttamente la responsabilità, questa non è libertà. È il mio dominio su di te.

È ciò che anticamente veniva chiamato arbitrio. È il rapporto tra dominatore e servo.

Non c'è libertà, c'è privilegio. La libertà si gode insieme e, proprio per questo, comporta dei limiti. Se viviamo insieme, dobbiamo riconoscere nell'altro anche un limite alla nostra libertà, senza considerarlo necessariamente un nemico. Grazie a quel limite, infatti, possiamo esprimere meglio le nostre capacità e realizzare i nostri progetti di vita, adattandoli alla convivenza con gli altri.

La presenza degli altri non è necessariamente una presenza nemica. Può diventarlo quando prevale l'aggressione. Ma tra cittadini che interagiscono attraverso la parola, la discussione e il dissenso, la libertà esiste proprio dove è possibile dissentire. Le società più dinamiche sono quelle più tumultuose, quelle che conoscono tensioni interne e non hanno paura di mostrare al mondo che al loro interno convivono visioni differenti. Questo è positivo, perché genera dinamismo.

Questo dinamismo esiste ancora nella società americana?

È proprio dal modo in cui si sviluppano le relazioni tra le persone che possiamo comprendere il livello di libertà di una società. Hannah Arendt aveva compreso questo aspetto e, per tale ragione, non condivideva una concezione della libertà ridotta alla possibilità di fare ciò che si vuole fino a quando non interviene la legge, come nella prospettiva della libertà negativa di Isaiah Berlin.

In quella visione gli individui finiscono per essere atomi solitari che entrano in attrito tra loro, mentre lo Stato interviene soltanto quando si produce un conflitto. Ma non è questa la libertà politica.

Come si sono svegliati stamattina i suoi colleghi americani? Che umore c'è?

Ricevo tantissimi messaggi, anche durante la notte, perché naturalmente i nostri orari sono diversi. Questa sera avrò una riunione su Zoom e potrò capire meglio il loro stato d'animo.

Ma, conoscendoli, posso dire che gli americani sono fatti così: sono contenti, ma non tendono mai a esagerare. Discuteranno e cominceranno subito a cercare di comprendere che cosa accadrà, senza pensare che da oggi tutto sia risolto e si possa chiudere il libro.

Una domanda da sognatrice: come sarà il 2027?

Il 2027 sarà un anno fondamentale. In Europa ci saranno appuntamenti elettorali molto importanti e negli Stati Uniti comincerà a mettersi in moto la macchina delle primarie in vista delle presidenziali del 2028. 

Per gli Stati Uniti sarà dunque un anno di progettazione politica, durante il quale i partiti cominceranno a organizzarsi in funzione della successiva competizione presidenziale. Ci sarà una grande dinamica interna, soprattutto nel Partito Democratico, ma anche in quello Repubblicano, che si trova in una situazione molto difficile.

In Europa bisognerà capire quanto il mutamento avvenuto negli Stati Uniti potrà incidere sulle politiche, sulle scelte e sui destini del continente. Ci saranno appuntamenti elettorali importanti, dalla Francia ad altri Paesi europei, e sarà interessante osservare le loro conseguenze.

E in Italia, che cosa possiamo aspettarci?

Abbiamo imparato che non si può mai prevedere con certezza ciò che accadrà. La condizione economica del nostro Paese è disastrosa. Assistiamo a tagli che incidono sulla vita delle persone, in modo non molto diverso da quanto è avvenuto negli Stati Uniti negli ultimi anni. Arriverà probabilmente un momento in cui le persone si renderanno conto che non è possibile continuare a vivere in queste condizioni.

Se dovesse dare un consiglio alla sinistra, a tutta la coalizione, quale parola chiave dovrebbe recuperare per tornare a incidere sulla realtà?

Per me le parole sono due: dignità e fiducia. 

Dignità, innanzitutto, di un Paese. Perché oggi l'Italia è un Paese statico, poco interessante, che ha perso molta della propria vitalità. Dobbiamo domandarci che cosa facciamo, che cosa produciamo, quale futuro vogliamo costruire. Bisogna restituire un senso al Paese e recuperare quella vitalità che oggi sembra soffocata.

La seconda parola è fiducia. Serve un po' di ottimismo, ma soprattutto fiducia nella capacità dei cittadini di comprendere. Se il dibattito pubblico continua a essere appesantito da discussioni sterili sulle primarie, sui nomi e sulle leadership personali, non andremo da nessuna parte. Se vogliamo cambiare questo governo, dobbiamo partire dal programma e soltanto dopo scegliere il candidato.

A me non interessa che il candidato sia questa o quella persona. Il sistema politico italiano è parlamentare, non presidenziale. Non è importante individuare a tutti i costi un uomo o una donna da mettere al comando. È importante costruire un governo collettivo, capace di lavorare insieme e di mantenere una direzione comune. Per questo non comprendo l'ossessione per le primarie. Si sprecano energie in discussioni che potrebbero essere dedicate a qualcosa di molto più utile. Ci sono bravissimi ricercatori, studenti e cittadini disposti a collaborare, a partecipare ad assemblee e a contribuire alla costruzione di un programma. Coinvolgiamo economisti, antropologi, sociologi, teorici politici, scienziati e tutte le competenze necessarie.

E poi occorre avere il coraggio di dire che le grandi ricchezze accumulate dalle industrie petrolifere e tecnologiche durante questi anni di guerra devono contribuire maggiormente. Perché la loro ricchezza è stata costruita anche attraverso la sofferenza di moltissime persone. Queste imprese hanno guadagnato enormemente grazie alle crisi e ai conflitti. Penso alle grandi aziende petrolifere, dall'Eni alla Total, che hanno registrato profitti straordinari. È giusto chiedere che una parte di questa ricchezza venga restituita alla società.


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