Intervista a cura di Antonella Vitelli a Lisa Herzog, filosofa politica e sociale tedesca, tra le voci più autorevoli in Europa sul rapporto tra democrazia, mercato e istituzioni. Formata tra Monaco, Oxford e Stanford, Lisa e oggi è professoressa di filosofia politica presso l’Università di Groningen.
Qualche giorno fa, a Davos, mentre Donald Trump sfruttava il palco del Forum economico mondiale per ribadire una visione marcatamente imperialista degli Stati Uniti, un segnale in controtendenza ha attirato l’attenzione. Quasi 400 grandi patrimoni, provenienti da 24 Paesi, hanno sottoscritto l’appello Time To Win. Un messaggio chiaro e difficilmente equivocabile: la concentrazione estrema della ricchezza sta logorando le fondamenta della democrazia e va arginata, anche attraverso una tassazione più incisiva dei grandi capitali.

Negli ultimi mesi, il dibattito pubblico si è intensificato attorno al ruolo dell’eccesso di ricchezza nel deformare i processi democratici, quando non nel renderli del tutto impotenti. La crescente distanza tra potere economico e rappresentanza politica non è più una questione teorica, ma un fenomeno misurabile, che emerge con forza dai dati e dalle analisi più recenti.
I dati parlano chiaro. In molti Paesi l’1% più ricco possiede da solo una quota enorme della ricchezza complessiva, e negli Stati Uniti questo divario assume dimensioni quasi epiche.
Secondo il Time, in un solo anno i primi dieci miliardari americani hanno accumulato 698 miliardi di dollari. Dieci persone. Non un continente, non un settore industriale; dieci esseri umani. È l’equivalente dell’intero PIL della Svizzera fatto evaporare verso l’alto nel giro di dodici mesi. Oppure, per capirci, quanto basta per vaccinare l’umanità intera per decenni. Con ciò che dieci persone hanno guadagnato in un anno, si sarebbe potuto garantire la salute globale, mentre milioni di famiglie non riescono a permettersi un dentista.
E poi c’è Elon Musk, che sta per diventare il primo “trillionaire” della storia: mille miliardi di dollari di patrimonio personale. Una cifra talmente enorme che non esiste nemmeno uno spazio mentale, né linguistico, per contenerla. Se iniziasse oggi a spendere un milione al giorno, avrebbe ancora soldi quando, tra quasi tremila anni, la nostra civiltà sarà probabilmente già estinta o trasformata in qualcos’altro. Musk vivrebbe nell’Età del Bronzo. E avrebbe ancora il conto pieno
E cosa si potrebbe fare con un trilione?

Alcuni esempi per capire nel concreto di che cifre stiamo parlando. Con 1 trilione si può:
1) Ricomprare tutte le case esistenti in intere città come Bruxelles, Lisbona, Stoccolma, Atene, Dublino
2) Assicurare pasti scolastici quotidiani a ogni bambino del mondo per quasi un secolo, eliminando una delle principali cause di abbandono scolastico e malnutrizione nei Paesi a basso reddito.
3) Garantire l’accesso gratuito all’acqua potabile a ogni essere umano sulla Terra. Per sempre.
4) Eliminare la fame nel mondo per almeno un decennio.

Un trilione di dollari è abbastanza per garantire sicurezza economica, salute e istruzione a intere generazioni. È una cifra che può plasmare il futuro demografico di un Paese, ridurre le disuguaglianze, migliorare l’accesso agli studi, proteggere i fragili, finanziare servizi che cambiano la vita reale delle persone. E oggi tutto questo è concentrato nelle mani di un singolo individuo. Ecco la misura del divario: mentre milioni di persone vivono senza un’assicurazione sanitaria, senza un asilo accessibile, senza una casa stabile o un salario dignitoso, un solo uomo dispone della ricchezza sufficiente per garantire tutto questo e molto di più. Questo non è “successo economico”. È una trasformazione strutturale della distribuzione del potere.
È un Paese dove si lavora tantissimo; quasi cinquanta ore settimanali in media, senza ferie obbligatorie per legge; e dove il costo della vita cresce più rapidamente degli stipendi. Al tempo stesso, le politiche fiscali e regolatorie degli ultimi anni, in particolare quelle dell’amministrazione Trump, hanno indebolito il potere dei lavoratori e regalato dividendi sostanziosi ai più facoltosi. Non stupisce che il termine “oligarchia” sia entrato con naturalezza nel lessico quotidiano degli americani. Eppure, proprio in questo scenario, emerge una nuova disponibilità collettiva a mettere in discussione l’ordine economico esistente. Le campagne politiche che chiedono città più accessibili, come quella guidata da Zohran Mamdani a New York, dimostrano che il terreno sta cambiando. Sempre più persone sono pronte a discutere trasformazioni profonde, quelle necessarie per costruire un’economia che non schiacci la vita dei molti per servire gli interessi di pochi.
È all’interno di questa transizione che si colloca The Democratic Marketplace; How a More Equal Economy Can Save Our Political Ideals, l’ultimo libro della filosofa politica Lisa Herzog. Un testo che affronta una domanda radicale e insieme urgentissima: come si può rendere l’economia compatibile con i principi della democrazia, che si fondano sull’uguale valore morale di ogni persona?

Herzog traccia un quadro lucido, perfino inquietante, del capitalismo contemporaneo. Il rapporto tra i compensi dei dirigenti e quelli dei lavoratori nelle grandi imprese americane sfiora il trecento a uno. La ricchezza cresce più velocemente del reddito. I lavoratori hanno un controllo quasi nullo sui luoghi in cui trascorrono buona parte della loro vita. Le grandi imprese trasformano la loro forza economica in potere politico, modellando le norme del mercato a proprio vantaggio e sottraendo ai cittadini spazi decisionali sempre più significativi.
Ma il valore del suo libro non sta soltanto nella diagnosi. Herzog affronta anche le idee che, da decenni, giustificano questo sistema: la retorica meritocratica che confonde il successo economico con la virtù morale; la convinzione che solo l’incentivo del profitto possa generare innovazione; l’idea che lavorare sempre di più sia una libera scelta individuale.
Per questo abbiamo voluto parlarle. Per capire come potrebbe funzionare un’economia veramente democratica. Per chiedere quali strumenti politici e culturali servono per costruire un mondo che non sacrifichi il benessere collettivo sull’altare della competitività permanente. E per capire se esistono già modelli, idee e pratiche che ci indicano una strada diversa.
Professoressa nel suo libro parla di una “alleanza” tra mercati e imprese contro la democrazia. Quali meccanismi istituzionali permettono oggi al potere economico di trasformarsi in potere politico senza passare attraverso la volontà popolare?
La premessa di questo argomento è che i mercati non sono fenomeni naturali. Sono modellati da leggi, regole e regolamenti, dai diritti di proprietà alle tasse e ai sussidi, fino a standard apparentemente tecnici come quelli sulla sicurezza dei prodotti. Le imprese hanno un interesse diretto in come questi quadri normativi plasmano i mercati e quindi cercano spesso di influenzarli. Il meccanismo più evidente è l’attività di lobby, ma esistono anche aspetti come il finanziamento delle campagne elettorali che è particolarmente rilevante negli Stati Uniti, mentre in altri Paesi esistono regole più rigide e la cosiddetta “strategic litigation”. A tutto ciò si aggiungono i tentativi di influenzare l’opinione pubblica o di sostenere linee di ricerca che rinforzano una narrazione utile alla corporation.
Partendo da questa diagnosi, quali sono le tre riforme minime e non negoziabili per rendere l’economia realmente compatibile con l’uguaglianza democratica?
Non sono sicura che tre siano sufficienti. Ma se devo sceglierne tre, eccole.
La prima: le regole che governano l’attività economica devono proteggere tutti i membri della società dal rischio di essere danneggiati da altri. Questo riguarda i beni di consumo, gli standard lavorativi e molte altre categorie normative.
La seconda: tutte le persone devono avere accesso al minimo materiale necessario non solo per condurre una vita dignitosa, ma anche per partecipare alla società come cittadini pienamente uguali.
La terza: la diseguaglianza materiale deve essere ridotta fino a un livello compatibile con l’uguaglianza dei diritti politici per tutti.
Una delle tue proposte centrali è democratizzare l’impresa. La consideri la risposta istituzionale contemporanea al dispotismo industriale descritto da Marx, oppure un’alternativa al suo invito a superare il capitalismo nel suo complesso?
La considero un passo decisivo verso un sistema più democratico, nel quale la distribuzione del potere economico sarebbe molto diversa da quella attuale. Ritengo però che non possa essere un passo isolato, perché i mercati entro cui opererebbero le imprese democratiche devono essere regolati in modo adeguato, coerente con i valori democratici e con la necessità di una transizione ambientale. Quanto questa proposta sia in linea con Marx dipende molto da come lo si interpreta.
Ma credo sia coerente con la sua tesi centrale:
il potere economico non deve stare nelle mani di pochi, ma deve appartenere a tutti i cittadini.

Nel suo lavoro smonta l’idea che il successo economico sia una prova di valore morale. Qual è la radice culturale più profonda che rende la meritocrazia una narrazione così seducente nonostante le sue evidenti debolezze empiriche?
In molte culture è radicata l’idea che la società debba avere delle gerarchie. Se si dà per scontato questo presupposto, allora può sembrare naturale pensare che “i migliori” debbano stare al vertice. L’errore intellettuale è invertire questa logica e passare da un “dovrebbe essere” a un “è così”. Se qualcuno è in cima, deve essere la prova del suo valore morale. Gli psicologi hanno studiato un bias specifico, la “giustificazione del mondo”, cioè la tendenza umana a credere che ci siano ricompense giuste: i buoni vengono premiati e i cattivi puniti. In molte religioni l’autorità di questo giudizio è attribuita a Dio. Forse oggi abbiamo trasferito questa autorità al mercato, ma si tratta di un’idea poco convincente.
Sostieni che l’economia dovrebbe orientarsi al “fiorire umano”, includendo sostenibilità e tempo libero. Quali indicatori alternativi al PIL, esistenti o da inventare, consideri più utili per misurare ciò che conta davvero in una democrazia?
Esistono decine, forse centinaia, di indicatori oltre il PIL e grazie all’analisi dei dati possiamo ottenere informazioni più dettagliate, un’opportunità molto promettente. Non credo che dovremmo cercare un unico numero che sostituisca il PIL. Perché non puntare invece su una combinazione di indicatori per diversi ambiti. Per la salute si possono misurare longevità e condizioni di salute tra classi socioeconomiche diverse. Per l’educazione si può valutare la parità di accesso alle opportunità formative per i bambini di tutti i contesti. Naturalmente sarà necessario trovare compromessi tra diversi obiettivi, anche perché spesso le risorse non bastano per raggiungerli tutti allo stesso tempo. Tuttavia non suggerirei un unico indicatore che integra tutto. Preferirei la deliberazione democratica su come pesare i diversi beni.
Il tuo lavoro presenta una critica radicale del capitalismo neoliberale, ma si confronta solo marginalmente con le tradizioni socialiste e socialdemocratiche. Pensiamo ancora in termini di “capitalismo” e “socialismo”, oppure servono nuovi linguaggi politici e morali per immaginare alternative reali?
È stata una scelta consapevole. Speravo di convincere anche chi non ha familiarità con il pensiero socialista o socialdemocratico che il nostro sistema economico deve cambiare. Cerco di mostrare che anche basandosi su premesse morali minime come l’uguaglianza democratica il sistema attuale appare profondamente ingiusto e bisognoso di riforme. In questo senso credo che serva un nuovo vocabolario, capace di convincere più persone e di costruire coalizioni politiche più ampie.

Sostieni che le riforme economiche debbano essere “cocreate” con i cittadini. Esiste oggi un paese o un modello istituzionale che incarna almeno in parte questo ideale?
Esistono molti esempi interessanti, come le assemblee dei cittadini che elaborano proposte di riforma. Nei Paesi Bassi, dove vivo, si è appena conclusa un’assemblea dei cittadini dedicata alle politiche climatiche. Il problema è che queste proposte non vengono quasi mai attuate. Oppure le idee che vengono realizzate a livello locale per esempio le valute sostenibili rimangono iniziative piccole. Non è la mancanza di idee il problema, è la mancanza di volontà politica.
Il tuo lavoro dialoga con molte tradizioni filosofiche e politiche. Quali autori o filosofi ritieni essenziali da rileggere oggi per capire che cosa dovrebbe diventare un’economia democratica nel ventunesimo secolo?
Ci sono molti nomi possibili, difficile scegliere. Se però devo suggerirne uno, indico un pensatore poco noto del socialismo delle corporazioni britannico, G. H. Tawney. Aveva una visione molto interessante di un sistema economico più egualitario e democratico, nel quale il lavoro e la voce dei lavoratori contano più dei diritti di proprietà. Il suo libro “The Acquisitive Society” ha cent’anni, eppure molti dei suoi argomenti sono ancora attuali. Naturalmente, come tutti gli autori storici, presenta dei limiti. Per questo sarebbe importante leggerlo anche insieme ad alcune pensatrici femministe, per includere il ruolo del lavoro delle donne e il loro contributo alla società, un elemento fondamentale per qualunque economia democratica.
