"Sarà una guerra contro un popolo che ha già pagato un prezzo di sangue salato per difendere l’umanità dall’ISIS". Intervista al combattente Karim Franceschi

Intervista di Antonella Vitelli, Senigallia, 7 ottobre 2019

Domenica sera gli Stati Uniti, nella persona di Stephanie Grisham, responsabile della comunicazione della Casa Bianca, annunciano un cambiamento importante nella strategia siriana e di conseguenza nella lotta più o meno diretta dello Stato Islamico (ISIS). Grisham comunica che per volere del Presidente Donald Trump gli USA ritireranno i loro soldati dal nordest del paese, così permettendo alla Turchia di invadere quel pezzo di Siria dove oggi si trovano i curdi siriani, principali alleati degli americani nella guerra senza campo contro l’ISIS. Dall'altra parte la Turchia di Erdogan che non ha mai riconosciuto ai combattenti curdi meriti e dignità, anzi il governo turco li ha sempre considerati dei “terroristi” da combattere ferocemente. Da tempo i turchi chiedevano a Trump una presa di posizione netta, ma fino a poche ore fa la decisione non era stata mai così perentoria. Gli USA hanno scelto la Turchia e tradito i curdi. Difficilmente questa narrazione può essere smentita, soprattutto viste le enormi conseguenze che determinerà. Stamattina per capire di più ho fatto una chiacchierata con Karim Franceschi. Karim non ha bisogno di presentazioni. Giovane, attivista, combattente. Nel 2014 parte per Kobane e combatte mesi nella Guerra civile siriana nelle file delle YPG (Unità di Protezione Popolare) contro l'Isis. Karim ha 30 anni, padre ex partigiano e madre marocchina e proprio sull'esperienza nell'YPG ha scritto il libro Il combattente. Storia dell'italiano che ha difeso Kobane dall'ISIS edito da Rizzoli BUR nel 2015.Nel 2016 è tornato in Siria e ha partecipato, come comandante di una brigata internazionale da lui fondata, alla caduta di Raqqa, capitale dello Stato Islamico. In questa occasione è rimasto gravemente ferito. Su questa seconda esperienza ha scritto Non morirò stanotte, edito da Bur.

Karim è di poche ore fa la notizia che le truppe americane in Siria si allontaneranno dal confine turco perché la Turchia ha deciso di attuare sul territorio un'operazione militare pianificata da tempo. Invadere la Siria per eliminare le postazioni dei curdi siriani dell'Unità di protezione popolare dall'area a Est dell'Eufrate. Questo quanto reso noto dalla Casa Bianca a seguito di un colloquio tra Trump e Erdogan.  Solo a gennaio di quest’anno Trump ha dichiarato "Turchia. Distruggeremo la vostra economia se attaccate i curdi". Cos’è cambiato? Gli americani da ex alleati, anche se so che questa espressione non ti piace, sono diventati veri e propri traditori. 

Bisogna andare indietro un mese prima di quelle dichiarazioni. Siamo a Dicembre 2018, dopo una telefonata tra Erdogan e Trump, quest’ultimo annuncia con un Tweet il ritiro repentino di tutte le Forze armate statunitensi presenti in Siria. Sostenendo anche, sempre con un Tweet che lo Stato Islamico fosse sconfitto.

Secondo la narrazione principale costruita dalla stampa americana, Bolton, Mattis e Pompeo avrebbero convinto Trump a fermare l’ormai annunciata offensiva turca. 

James Mattis l’allora segretario della difesa diede le proprie dimissioni per esprimere la sua totale contrarietà ad abbandonare gli alleati curdi, che tanto avevano sacrificato per sconfiggere l’Isis. Ho trovato invece più interessante il tempismo con cui Trump decise di fare un passo indietro: siamo al 14 Gennaio 2019, dieci giorni prima Hayat Tahrir al Sham attacca i ribelli pro Turchia prendendo il controllo totale di Idlib. Seguono scontri intestini tra ribelli siriani.

La Turchia non aveva più a disposizione un esercito di combattenti sacrificabili da usare contro i curdiHayat Tahrir al Sham, conosciuta in passato come Al Nusra, sezione siriana di Al Qaeda, aveva rifiutato di attaccare i curdi, rompendo con la Turchia.

Ciò che è cambiato è che oggi la Turchia è di nuovo pronta ad attaccare usando i 25 mila ribelli pro Turchia, riorganizzati e freschi di accademia, con equipaggiamento nuovo di zecca. 

Erdoğan già da qualche mese aveva espresso disagio e delusione per la mancanza di progressi nella creazione di una “safe zone” nel nordest della Siria. Una promessa che gli era stata fatta ad agosto dai suoi alleati della NATO. Qual è lo scopo reale di questa operazione? A cosa servirebbe la fantomatica safe zone?

Non ho creduto per un attimo ai dialoghi sulla “safe zone”, oppure come definiti dagli americani: “security mechanism”. L’intento oggi è chiaro: far rimuovere ai curdi le difese poste a ridosso del confine, così da permettere alla Turchia di avanzare più facilmente.

La “safe zone” ha due funzioni per Erdogan:

  • Liberarsi dei rifugiati siriani presenti in Turchia, senza doverli deportare con la forza come tentò di fare qualche settimana fa, rischiando di alienare i propri alleati islamisti, che si indignarono per il modo in cui i siriani vennero trattati. Erdogan sente comunque come prioritario liberarsi dei rifugiati siriani, con i problemi economici interni al paese, l’opinione pubblica turca è sproporzionalmente sfavorevole ad accogliere i siriani. Le ultime sconfitte elettorali subite dal suo partito hanno confermato l’urgenza di agire in questo ambito.
  • Distruggere il Confederalismo democratico, e modificare demograficamente l’area a Sud della Turchia. Riprodurre Afrin 2.0 in larga scala ( ad Afrin 200 mila civili curdi sono stati sfollati e sostituiti con famiglie legate al FSA pro Turchia). Un vera e propria pulizia etnica a danno dei curdi. Sfortunatamente i nazionalisti turchi vedono questo secondo punto come qualcosa di irrinunciabile. Credono erroneamente che i curdi in Siria sono una minaccia all’unità nazionale turca.  Erdogan vorrebbe in realtà spingersi ancora oltre, come dichiarato successivamente al suo discorso alle Nazioni Unite: avanzare fino a Raqqa e Deir-Ezzor andando ad occupare militarmente l’intera area attualmente sotto controlle delle Forze democratiche siriane. Questo significherebbe che la maggior parte dei pozzi petroliferi siriani, finirebbero in mano turca.

    Quanto questa operazione militare si ricollega alla paura immobilizzante che l’Europa ha dei fenomeni migratori? C’è un collegamento secondo te?

    L’Europa avrebbe potuto fare molto, cominciando dal contribuire a formare un Tribunale internazionale per giudicare i membri dell’Isis di nazionalità europea di crimini di guerra.

    Questo piccolo passo avrebbe dato alle Forze democratiche siriane, e ai curdi YPG che le guidano, una legittimità che avrebbe reso più difficile alla Turchia giustificare un'operazione predatoria di questo tipo. L’Unione Europea non ha dimostrato la minima amicizia verso i curdi siriani. Erdogan ha già minacciato di aprire le frontiere che si affacciano sulla Grecia, e quindi sull’Europa. I 3,6 milioni di rifugiati siriani attualmente bloccati in Turchia bastano a far sudare freddo alle già traballanti democrazie europee, che vedono serpeggiare nel proprio popolo uno spirito fascista che pensavano relegato alla storia.

    Sei stato determinante per la lotta all’Isis in Siria. Hai contribuito assieme ad altri alla prima grande sconfitta dello Stato Islamico a Kobane. Ecco, dove partirà l’offensiva turca e quali saranno le conseguenze di questo attacco, anche rispetto ai risultati ottenuti fino ad oggi dalle YPG, forze che più di tutti hanno sopportato il peso della lotta militare contro l’Isis. C’è un irrazionalità di fondo che non riusciamo a comprendere in questa “evoluzione”.

    Ho fatto la mia parte, a Kobane era uno dei tanti che faceva quello che poteva sul gelido fronte, cercando di fermare l’avanzata dell’Isis. Ho passato anni a combattere in Siria. Ho guidato un intero battaglione durante la battaglia di Raqqa.

    Ma combattere contro l’Isis con il supporto aereo americano a favore è una cosa. Combattere l’esercito turco e la sua superiorità aerea su terreno pianeggiante è tutta un’altra faccenda.

    La Turchia con tutta probabilità lancerà la prima incursione su Tal Abyad, avanzando contemporaneamente su Suluk, spingendosi fino ad Ain Issa. La presa di Ain Issa sarebbe un forte colpo poiché implicherebbe la perdita del controllo della Statale M4, fondamentale per approvvigionare Kobane e Manbij. Con l’arrivo dell’inverno e la stagione delle piogge, le strade secondarie diventeranno poco praticabili con il fango. Ci si potrà aspettare una crisi umanitaria senza precedenti, l’area in questione è densamente popolata, e a Nord soprattutto da curdi.

    La popolazione locale supporta fanaticamente le YPG, ogni famiglia ha un paio di figli, o figlie che servono tra le sue fila. Sarà quasi impossibile per i jet ed i droni turchi distinguere gli obbiettivi militari, da quelli civili.

    Questa sarà una guerra contro un popolo intero, che ha già pagato un prezzo di sangue salato per difendere l’umanità dall’Isis. 

    Ma soprattutto Karim con il ritiro delle truppe dove andranno e cosa accadrà alle migliaia di combattenti dell’Isis che sono stati fatti prigionieri in questi anni e si trovano nelle carceri del nord della Siria? Questa azione non potrebbe vanificare il tentativo dei curdi di istituire un vero e proprio Tribunale internazionale sul modello di quello di Norimberga usato per giudicare i criminali nazisti? 

    Con l'offensiva turca, tutte le operazioni anti-terrorismo che in questi mesi hanno portato alla cattura di importanti figure nella gerarchia dell’Isis saranno sospese. Tutte le forze saranno impegnate a fermare l’avanzata turca. Credo che sia interesse delle Fds mantenere le prigioni dove 10 mila combattenti Isis sono attualmente rinchiusi, Senza considerare la bomba ad orologeria che è diventato il campo profughi di Hol dove 80 mila civili di cui una buona parte fedelissimi dell’Isis vivono in condizioni disumane. Ricordate camp Bucca dove l’Isis ebbe origine? Sembra un villaggio turistica in confronto a Hol, dove i neonati muoiono di stenti in braccio alle madri. Con la confusione della guerra, migliaia  scapperanno approfittando della mancanza di infrastrutture: Le prigioni spesso sono solo grosse palestre sorvegliate. 

    Penso che i foreign fighters con cittadinanze europee, riusciranno prima o poi a trovare la via di casa. Parliamo di irredenti, veterani temprati da infinite battaglie.

    Niente a che fare con i pentiti, o gli scartati tornati dopo pochi mesi perché hanno trovato la vita del jihadista troppo dura.

    Mi vengono i brividi se penso ai danni che può causare un solo jihadista esperto di esplosivo, se arriva sulla costa europea inosservato. 

    Trump ha inoltre dichiarato che saranno i turchi a prendersi in carico queste prigioni. Molti non sanno che le formazioni ribelli pro Turchia sono piene al loro interno di ex-combattenti dell’Isis. Se i ribelli siriani raggiungessero una di queste prigioni, non esiteranno a reclutarne i residenti.