Se Marx... se oggi. Intervista a Maurizio Ferraris

Intervista di Antonella Vitelli, Torino, 2 settembre 2019

Filosofo, accademico, in sintesi un interprete pop della contemporaneità. Definito da più parti come uno dei pensatori più poliedrici del nostro tempo, Maurizio Ferraris ha scritto numerosi libri spaziando dall’analisi ontologica di oggetti come il telefonino (Dove sei? Ontologia del telefoninoBompiani, 2005) ad analisi profonde sull’imbecillità (L' imbecillità è una cosa seria, Il Mulino, 2016) e sulla nostra società che appare rappresentata, agli occhi del filosofo, come un grande insieme di tracce, di iscrizioni, di documenti. Proprio in Scienza nuova. Ontologia della trasformazione digitale scritto con Germano Paini ed edito da Rosenberg & Sellier Ferraris parla di un nuovo capitale che si sta facendo strada dopo il capitale industriale e il capitale finanziario, il capitale documediale. Questo produce iscrizioni, crea mobilitazione ed ha trasformato ogni documento, ogni foto e like sui social in vere e proprie merci. La vera ricchezza non è più data da denaro e titoli finanziari, ma da i dati. I big data!

Una trasformazione socioeconomica che paradossalmente ha ben poco a che fare con il vecchio mondo del capitale industriale, e moltissimo invece con il comunismo nella forma ideale proposta da Karl Marx. La documedialità presenta forti similitudini con l’idea della società comunista. E’ scomparsa l’alienazione, non lo sfruttamento, in quanto il grosso del lavoro è svolto dalle macchine e all’uomo contemporaneo resta solo “l’impegno” di vivere e di consumare; esistono differenze di reddito, ma sono scomparse le differenze di classe e la nuova internazionale si è realizzata con la globalizzazione del web. Un comunismo frou-frou? Non ortodosso? Ferraris lo definisce

un comunismo senza comunità dove ognuno di noi è una monade che si relaziona al resto del mondo tramite il web. 

Ma cosa penserebbe il Marx del XXI secolo? Se fosse qui, vivo in mezzo a noi, come commenterebbe le dirette facebook di Salvini, cosa penserebbe degli hub tecnologici di Amazon e del Reddito di cittadinanza? Ancor più cosa scriverebbe su Libra, la moneta virtuale di facebook che vuole dare a tutti, a livello planetario, la possibilità di pagare o trasferire denaro senza per forza passare per una banca? Questo e anche qualcos’altro l’ho chiesto al Prof nell’intervista qui di seguito. Buona lettura. 

Professore se Marx entrasse oggi in uno degli hub logistici di Amazon, grande come 11 campi da calcio, alto come un palazzo di 3 piani e con soli 1.100 i lavoratori cosa penserebbe? Che gli androidi ci hanno colonizzato o che il genere umano ha capito che i lavori usuranti devono farli le macchine?

Penserei che il genere umano, come è giusto che sia, ha colonizzato gli androidi, così come in precedenza si è servito di leve, acqua e vapore per sopperire alla propria insufficienza fisica e per ridurre la propria fatica. Da questo punto di vista non c’è niente di nuovo sotto il sole: una crescente automazione, le legittime preoccupazioni per la scomparsa del lavoro, i luddisti che vorrebbero sopprimere le macchine. La sola novità è che oggi, contemporaneamente, si rimprovera il “nuovo schiavismo” di Amazon e il fatto che Amazon si accinga ad automatizzare tutti i processi eliminando il lavoro umano. È ovvio che l’automazione è un processo irreversibile, il problema è che semmai non va avanti abbastanza in fretta e che dunque ci sono parti del mondo in cui la fatica umana è ancora economicamente conveniente.

Ma l’avvenire dell’umano non è nel lavoro, nel negotium, ma nell’otium, ossia nel consumo (alimentare, culturale, sociale…). E visto che l’automazione ha bisogno del consumo, senza il quale non avrebbe scopo, ci sono buone ragioni per essere ottimisti, purché si faccia un po’ di lavoro per capire la trasformazione in corso.


Viviamo nella società dello sharing. Vince il concetto di “uso” su quello di “possesso”. Quasi non servisse possedere, possedere privatamente. E o no una piccola dismissione del ruolo della proprietà privata?

Sì, lo è, ma non è niente rispetto a una dismissione ancora più grande, l’enorme flusso di dati che rilasciamo alle piattaforme e che una volta erano solo nostri (cosa mangiamo, cosa pensiamo, i battiti del nostro cuore, quanto camminiamo, cosa ci piace e cosa ci dispiace). A mio avviso il punto non è che le piattaforme usino questi dati, visto che a loro non interessa conoscere i fatti nostri ma profilare i consumi. È invece che le piattaforme non paghino questi dati per loro (e dunque per noi) preziosi, e non riconoscano che all’origine di appartengono. Non devono ovviamente pagarli a noi, sarebbe complicato e non faccio fatica a immaginarmi qualcuno che inventasse un software che mimasse una sua infaticabile mobilitazione sul web, per guadagnarci di più rendendo peraltro inattendibili le profilazioni.

Penso a una tassazione a livello europeo che ricavasse le risorse per un welfare digitale capace di creare un circolo virtuoso: la profilazione del consumo rende perfetta l’automazione, l’automazione abbatte i prezzi, il welfare finanzia il consumo.

Professore lei ha definito il web come una forma di comunismo realizzato, ma con lo sfruttamento. Quanto si somigliano, se di somiglianza si può parlare, l'uomo poliedrico della società comunista, che va a caccia, a pesca ed è totalmente padrone del proprio tempo con l'uomo multitasking? 

Propriamente parlando, non c’è sfruttamento, se con sfruttamento si intende fatica e alienazione. Non fatichiamo, tanto è vero che lo smaltimento delle calorie è diventato un problema centrale, mentre pochi decenni fa era l’ultimo dei problemi. Non siamo alienati, nell’unico senso serio del termine, perché facciamo quello che vogliamo, a qualunque ora e in qualunque giorno. Piuttosto, siamo ignoranti, perché non pensiamo che attraverso il nostro fare o disfare creiamo valore, dunque dovremmo chiedere di essere pagati. Ma questo non significa essere sfruttati, se non nel senso in cui, per esempio, le pale eoliche sfruttano l’energia del vento per produrre elettricità. Il vento non può prendere coscienza, noi sì.


Siamo ciò che "conveniamo". La nostra identità è resa possibile dall'esistenza di documenti. Cosa rimarrebbe della nostra società se ad un certo punto fossimo costretti a rinunciare alla corrente elettrica e ai big data?

La carta, cioè gli unici documenti che conoscevamo sino a pochi anni fa. Ma il fatto che la scomparsa dell’elettricità e dei documenti sul web appaia (a ragione) come una apocalisse, dimostra quante cose siano cambiate, e in quanto poco tempo, e che quella con cui abbiamo a che fare è una rivoluzione che ha la stessa intensità (se non maggiore) della rivoluzione industriale. E che tuttavia è di natura profondamente diversa, perché la rivoluzione industriale puntava sulle merci, quella in corso punta sui documenti, e anzi ci dimostra che, in ultima analisi, le merci non sono che una modesta sottospecie di documenti.


Professore siamo nei primi mesi di somministrazione del Reddito di cittadinanza? Cosa pensa di questa forma di welfare e in cosa differisce dalla sua idea di "salario di mobilitazione"?

In Italia ci sono moltissimi evasori fiscali, e non è affatto improbabile che molti di questi benefichino del reddito di cittadinanza; il sussidio si basa sulle finanze dello Stato, che non sono floride anche per merito degli evasori; e i percettori di questo reddito sarebbero pagati, in linea di principio, per non far niente, il che è una offesa alla dignità umana.

I percettori del salario di mobilitazione sarebbero pagati per un fare, la loro mobilitazione sul web che produce valore, dunque è lavoro; i soldi del salario non verrebbero dallo Stato, ma dalle piattaforme; il salario sarebbe ridistribuito dall’Europa, che dimostrerebbe una volta di più quanto sia utile e necessaria e quanto stolti e sbruffoni siano i sovranisti

e soprattutto, per come la penso io, il salario si inserirebbe in un più generale progresso di welfare, che non restituisca soltanto soldi per il consumo, ma anche benessere, servizi e sapere. 

MAURIZIO FERRARIS

Ferraris si laurea in Filosofia a Torino nel 1979, sotto la guida di Gianni Vattimo. Nei primi anni la sua attività si divide tra insegnamento, ricerca e giornalismo culturale. 

All'inizio degli anni 80nizia il suo rapporto con Jacques Derrida, che segna profondamente la sua formazione. Sul piano accademico, dopo due anni di insegnamento a Macerata (1982-83), nel 1984 inizia a insegnare a Trieste, inframmezzando l'attività didattica con una serie di soggiorni a Heidelberg dove, a contatto con Hans-Georg Gadamer, intraprende studi di ermeneutica. Nel 1995 Ferraris viene chiamato a Torino, come professore ordinario di Estetica. Passerà all'insegnamento di Filosofia Teoretica nel 1999.