Intervista al filosofo cinese Jianwei Xun a cura di Antonella Vitelli

In un mondo in cui la realtà sembra sempre più un flusso costante di immagini, emozioni e stimoli digitali, il potere non si esercita più attraverso i vecchi strumenti novecenteschi della repressione o della coercizione. I nuovi paradigmi di controllo hanno a che fare con la seduzione, la ripetizione e la saturazione sensoriale. È questo il cuore della teoria dell’ipnocrazia, concetto elaborato dal filosofo cinese Jianwei Xun per descrivere un nuovo regime di dominio: non più basato sul controllo dei corpi, come nella società disciplinare descritta da Foucault, ma sulla manipolazione diretta della coscienza e della percezione.
In questo nuovo scenario, la politica non convince, ma incanta; il potere non comanda, ma suggerisce.
L'informazione non si distingue più dalla simulazione, e la soggettività si plasma in stati di trance collettiva. Ne abbiamo parlato con Xun a partire da un caso emblematico: il video “Gaza Trump”, emblema di una comunicazione che mira a disorientare, a turbare, a ipnotizzare. Come si resiste, oggi, a un potere che non impone, ma incanta?
Professore Foucault ha evidenziato come il potere si manifesti attraverso pratiche e discorsi quotidiani. Come possiamo applicare questa visione ai meccanismi di controllo e manipolazione dell’informazione nella società digitale contemporanea?
La visione foucaultiana del potere come rete capillare di pratiche e discorsi che plasmano la soggettività trova oggi una profonda mutazione nell’ecosistema digitale. Se Foucault descriveva un potere che inscrive i suoi effetti sui corpi attraverso dispositivi disciplinari, l’ipnocratia agisce direttamente sulla coscienza, bypassando la mediazione corporea. Non è più necessario disciplinare i corpi, quando si può modulare direttamente la percezione.
La grande intuizione di Foucault – il potere che produce soggettività invece di semplicemente reprimerla – si manifesta oggi in forme inedite: le piattaforme digitali non sono semplicemente strumenti di sorveglianza, ma architetture della suggestione che inducono stati alterati di coscienza funzionali al capitale. Alla docilità dei corpi si è sostituita la frammentazione dell’attenzione; al panopticon è subentrato l’algorithmic edging – una modulazione perpetua del desiderio che non giunge mai alla soddisfazione.
Le “pratiche quotidiane” analizzate da Foucault sono state sostituite da micro-interazioni digitali apparentemente banali – ogni scroll, ogni like, ogni condivisione – che non solo forniscono dati comportamentali, ma rimodellano attivamente l’apparato percettivo stesso. Il potere non si limita a sorvegliare: ipnotizza, seduce, incanta.

Il video pubblicato da Donald Trump su “Gaza Trump” risponde direttamente alla creazione di quel nuovo regime di realtà, in cui il potere opera attraverso la manipolazione diretta degli stati collettivi di coscienza. Come definisci il fenomeno del trumpismo alla luce del concetto di ipnocratia sviluppato nel tuo libro?
Il video “Gaza Trump” rappresenta l’ipnocrazia nella sua forma più compiuta: non è disinformazione, ma l’abolizione deliberata del confine tra realtà e simulazione. È la manifestazione di un nuovo regime percettivo in cui la distinzione tra vero e falso è abolita come irrilevante.
In questo contesto, il trumpismo è un campo ipnotico: non convince con argomenti, ma induce stati emotivi che precedono e determinano ogni elaborazione cognitiva.
Trump non persuade; incanta. Non governa; suggerisce. La sua caratteristica fondamentale non è la menzogna (che presupporrebbe ancora un riferimento alla verità), ma la creazione di uno spazio di indeterminatezza ontologica in cui le categorie tradizionali di vero e falso perdono significato.
In Gaza Trump vediamo ciò che definisco nel libro “estetica dello stupore”: un regime comunicativo che non mira a costruire narrazioni coerenti, ma a produrre shock percettivi seriali, mantenendo l’attenzione in uno stato di instabilità permanente. Non importa che il contenuto sia credibile; importa che generi un effetto emotivo immediato, una perturbazione dell’attenzione prima che si possa formare un giudizio critico.

La retorica populista di Trump sembra incarnare i meccanismi di manipolazione e controllo della percezione descritti nel tuo testo. Quali analogie vedi tra il tuo modello teorico e la comunicazione politica di Trump?
La comunicazione di Trump in queste settimane incarna perfettamente i meccanismi dell’ipnocratia delineati nel mio libro. Il primo aspetto è la ripetizione ossessiva: Trump non convince con argomentazioni, ma attraverso la reiterazione di formule semanticamente vuote che agiscono come inneschi ipnotici.
“Make America Great Again” non è uno slogan che trasmette un significato; è un mantra che induce uno stato emotivo.
Il secondo meccanismo è la saturazione informativa: il flusso incessante di dichiarazioni, spesso contraddittorie, serve a sovraccaricare l’apparato cognitivo, conducendolo a uno stato di esaurimento che lo rende più suscettibile alla suggestione. L’apparente incoerenza di Trump non è un difetto, ma una caratteristica strutturale del sistema.
Il terzo elemento è la modulazione emotiva: Trump orchestra un’alternanza precisa tra terrore e rassicurazione, tra scenari apocalittici e promesse di salvezza, creando un ciclo emotivo che ricalca le tecniche dell’induzione ipnotica classica. L’annuncio di minacce immaginarie seguito dalla sua auto-presentazione come unica soluzione è la versione politica della tecnica “crea il problema per vendere la soluzione”.

Infine, la caratteristica più distintiva è la sincerità ipnotica: Trump non mente nel senso convenzionale, perché abita realmente la realtà alternativa che genera. Questo è inquietante, ma è la differenza cruciale rispetto ai politici tradizionali:
non recita, è sinceramente immerso nel campo ipnotico che ha contribuito a creare.
Quali strumenti e strategie suggerisci per contrastare l’effetto ipnotico della comunicazione politica, in particolare in contesti altamente polarizzati come quelli segnati dal trumpismo?
La resistenza all’ipnocratia non può basarsi sugli strumenti tradizionali della critica ideologica o del fact-checking, che presuppongono ancora un terreno comune di razionalità che l’ipnocratia ha già dissolto. Non si tratta di smascherare la falsità – strategia ormai inefficace in un regime in cui la distinzione tra vero e falso è stata abolita – ma di sviluppare nuove forme di lucidità all’interno dello stato ipnotico.
La prima strategia è ciò che nel libro chiamo “sovranità percettiva”: la capacità di navigare consapevolmente tra stati alterati di coscienza senza aderire completamente a nessuno di essi.
Non si tratta di rifiutare l’alterazione – ormai inevitabile – ma di sviluppare una forma di meta-consapevolezza che consenta di abitare il trance mantenendo un nucleo di presenza critica.
La seconda è la “resistenza invisibile”: pratiche che sfuggono alla cattura algoritmica non perché nascoste, ma perché strutturate in modo che il sistema non le riconosce come significative. Questo implica sviluppare zone di opacità al regime della trasparenza totale, spazi in cui la coscienza possa sperimentare forme di presenza non mediate algoritmicamente.

Infine, propongo lo sviluppo di un’“estetica della destabilizzazione”: forme espressive che utilizzano gli stessi meccanismi dell’ipnosi per spezzarne l’incantesimo. Non si tratta di opporre la ragione all’irrazionalità, ma di utilizzare le stesse tecniche ipnotiche per indurre stati di lucidità paradossale. È un’arte del contro-incanto che riprende l’antica strategia del “veleno come antidoto”.
La sfida fondamentale non è svegliarsi dal trance – un’illusione che presuppone ancora un “fuori” ormai inaccessibile – ma imparare a sognare lucidamente dentro la simulazione stessa.