E ora? Errori di un’impasse chiamata Brexit. Intervista a Eleanor Spaventa

Intervista di Antonella Vitelli, Milano, aprile 2019

Nel giorno, l'ennesimo, dedicato alla Brexit, il Parlamento inglese esce da un Consiglio dei ministri fiume. L'impasse è diventata ormai un vero e proprio pantano dal quale Theresa May e la Gran Bretagna sembrano non uscire. Per approfondire la questione abbiamo contattato la Prof.ssa Eleanor Spaventa, docente nel Dipartimento di Studi Giuridici dell'Università Bocconi di Milano nonché esperta conoscitrice del Diritto Europeo e Diritto costituzionale del Regno Unito in quanto la sua carriera accademica è iniziata proprio in UK, da docente e Supervisor alla Norton Rose European Law Lecturer presso l'Università di Cambridge.

Professoressa Spaventa a Londra la situazione sembra essere molto complessa. Dopo che il piano della May è stato sconfitto in Parlamento 3 volte, il 2 Aprile la May ha aperto a trovare un accordo con il Labour Party. Perché siamo in questa situazione?

Theresa May ha condotto i negoziati con l'Unione Europea senza consultare il Parlamento, pur non avendo una maggioranza. Il risultato è stato il rigetto ripetuto dell'accordo negoziato con l'UE. A seguito di queste sconfitte e con soli 10 giorni rimasti prima dell'uscita dall'UE, Theresa May ha aperto all'opposizione, chiedendo un approccio comune con il Labour Party che possa, forse, portare alla risoluzione della crisi. In parole povere, questo significa un'apertura a una “soft Brexit”, e cioè a un futuro accordo fra UE e GB che consenta l'accesso al mercato unico, e cioè che comprenda la libera circolazione delle merci, delle persone e dei servizi. Ma fra la May e il leader del Partito laburista Jeremy Corbyn non corre buon sangue, quindi è da vedere se si troverà un accordo. Nel caso i due leader non trovassero una mediazione, la May ha proposto di rimettere la questione al Parlamento dichiarandosi pronta, per la prima volta, ad accettare le proposte del Parlamento a condizione che il Labour Party si impegni allo stesso modo.

Cosa è mancato in questa lunga ed estenuante corsa al compromesso con la UE?

L’EU è stata strategica: ha deciso un mandato preciso per le negoziazioni e vi si è attenuta. Per la prima volta 27 paesi si sono mostrati assolutamente uniti. La May invece ha fatto due grandissimi errori: ha fatto scattare la procedura di recesso, che ha un limite di due anni, troppo presto senza sapere cosa la GB volesse dall'UE e non ha costruito il consenso in seno al suo Parlamento (in cui non ha la maggioranza) sulle priorità economiche della Gran Bretagna. Questo ha portato al collasso dell'accordo negoziato con l'Unione.


Quale sarebbe stato l’accordo migliore per le parti?

L'accordo migliore dipende dalle priorità delle parti. L'UE è sempre stata chiara nelle sue priorità: salvaguardare il processo di pace in Irlanda del Nord e non consentire un accesso selettivo al mercato unico. La Gran Bretagna, d'altro canto, non aveva chiare le sue priorità: in teoria sovranità, niente immigrazione, e niente giurisdizione della Corte Europea. Ma, d'altro canto, mantenere queste priorità significava compromettere il processo di pace in Irlanda del Nord e un effetto notevole e deleterio sull'economia.

In termini pratici cosa rappresenta il No Deal per gli scambi commerciali con il resto del continente?

Il No Deal è un disastro per la GB e per l’UE ( soprattutto per l'Irlanda). In poche parole un No Deal significa avere tariffe e controlli sulle merci, controlli che hanno un effetto deleterio soprattutto in determinate industrie, quella delle automobili per esempio, ma anche in campo agricolo e di prodotti alimentari. No Deal vuol dire anche porre fine alla possibilità di operatori economici e finanziari qualificati in GB, di operare in UE e viceversa.

Tutti si chiedono in queste ore cosa cambierà per i nostri concittadini che vivono in UK e viceversa per quelli che vivono qui nel nostro paese?

Questo dipende dalle condizioni di uscita. Se la GB esce con un accordo i cittadini UE e UK sono tutelati dall'accordo che mira a garantire condizioni simili a quelle esistenti per la vita dei cittadini interessati. Quindi un pizzaiolo a Londra può continuare a lavorare a Londra e poi godersi la sua pensione in Francia. Senza accordo, i cittadini UE in UK più o meno continueranno allo stesso modo, ma potrebbero non avere accesso alle prestazioni sociali. Per i cittadini GB in UE dipenderà da Paese a Paese. L'Italia comunque si è impegnata a riconoscere la residenza e il diritto al lavoro dei cittadini UK.

Secondo lei è giusto ridare la parola agli elettori anche alla luce dei 6 milioni e passa di firme sottoscritte nella petizione online?

Quanto al referendum io personalmente ero contraria, ma visto il fallimento della politica, ora sono più favorevole. Il problema vero è su cosa si chiede di votare - questo accordo e rimanere, o questo accordo e uscire senza accordo? Come sempre nei referenda, la domanda influisce sulla risposta.

Il capo negoziatore dell'Ue Michel Barnier ha parlato di una via di uscita che va nella direzione dell'Unione doganale o relazione sul modello norvegese. A cosa si fa riferimento? 

Il modello doganale si riferisce ad un'unione doganale fra Regno Unito e UE, questo comporterebbe il controllo da parte dell'UE delle relazioni commerciali esterne anche per il Regno Unito. In parole povere sarebbe l'UE a fissare le tariffe per tutta l'area UE più Gran Bretagna. Ciò riduce in parte il “problema Irlanda del Nord”, nel senso che le merci provenienti da paesi terzi sarebbero sottoposte alle stesse tariffe. Ma non lo risolve perché l'UE richiede anche che le merci che entrano nel suo territorio soddisfino i suoi standard in quanto a sicurezza dei prodotti etc. Se si facesse solo un'Unione doganale ci dovrebbero comunque essere dei controlli fra Irlanda e Irlanda del Nord /GB.

Il modello Norvegese, sarebbe un’unione doganale e in più una garanzia degli stessi standard per i prodotti fra UE e Gran Bretagna. In parole povere, una macchina prodotta in GB e una macchina prodotta in UE sarebbero sottoposti agli stessi standard di sicurezza. Questo significa che tutte le merci che entrano in GB soddisfano automaticamente anche gli standard dell’Unione Europea. Però significa anche che la Gran Bretagna accetti gli standard europei senza avere alcuna rappresentanza nelle istituzioni che decidono questi standards.

A questi problemi chiaramente si aggiunge anche il problema della Scozia e dell’Irlanda del Nord.

La Scozia e l'Irlanda del Nord hanno votato per restare nell'Unione Europea. I problemi però sono diversi per le due nazioni. La Scozia è governata dallo Scottish National Party il cui scopo primario è separarsi dalla Gran Bretagna nel caso vi fosse una "hard Brexit", cioè un’uscita senza accordo, o un accordo minimo con considerevoli barriere al movimento di merci, persone e servizi. Lo Scottish National Party potrebbe indire un nuovo referendum sull'indipendenza scozzese, con qualche possibilità di vincerlo.

Nel caso dell'Irlanda del Nord, la situazione è molto complicata perché l'Irlanda del Nord è divisa fra protestanti, la cui priorità è quella di restare nel Regno Unito, e Cattolici, la cui priorità a la (ri)unione con l'Irlanda. Come è ben noto questa differenza ha dato luogo a una Guerra civile che è terminata nel 1998 con il cosiddetto “Accordo del venerdì Santo”. Ma tale accordo è stato possibile solo perché sia GB che Irlanda erano membri dell'UE. Il problema (ed è il problema più grande delle negoziazioni dell'accordo transitorio e futuro) è che se si rimetesse una frontiera fra Irlanda e Irlanda del Nord ricomincerebbero i troubles, e cioè la lotta armata. Un altro problema, non indifferente, è che ormai l'isola irlandese è un'economia integrata, sia a livello di infrastruttura (per esempio elettricità) sia a livello fisico, con persone che vivono da una parte e lavorano o vanno a scuola nell'altra. Per questo separare di nuovo le due parti dell'isola irlandese sarebbe pericoloso, complicato e avrebbe forti ripercussioni economiche.

Eleanor Spaventa è Professore Ordinario nel Dipartimento di Studi Giuridici della Bocconi di Milano.

Eleanor ha iniziato la sua carriera accademica come Norton Rose European Law Lecturer presso l'Università di Cambridge, per poi trasferirsi a Birmingham, come lecturer, e a Durham, dove è stata anche Direttrice del Durham European Law Institute. Eleanor è stata Visiting Professor in numerose università, incluso il College of Europe in Natolin, Tor Vergata, Luiss e Istituto Universitario Europeo, dove è stata anche Fernand Braudel Fellow.. Eleanor ha stillato rapporti,   commissionati dal Parlamento Europeo PETI e dalla Commissione Europea (DG EMPL), fornendo anche un valido supporto per i legislatori nazionali. Il suo lavoro è regolarmente citato da Avvocati Generali davanti alla Corte Europea di Giustizia.