I dazi di Trump: minacce o pericoli reali?

Intervista di Antonella Vitelli, Milano, aprile 2019

Lucia Tajoli è professoressa di Politica Economica presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano. È Senior Research Fellow dell’ISPI e fa parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio su Export Digitale del Politecnico di Milano. Insegna Economia, Economia Internazionale e Istituzioni Europee al Politecnico di Milano nei corsi di laurea triennale, magistrale e post-laurea. La sua attività di ricerca si concentra su questioni teoriche ed empiriche relative al commercio internazionale e all’integrazione economica tra paesi. Su questi temi ha pubblicato oltre un centinaio di lavori scientifici su riviste nazionali e internazionali, in volumi curati da editori internazionali e in atti di conferenze.

Professoressa la notizia di queste ore è che Trump ha intenzione di mettere dei dazi all’Europa, nella blacklist anche prodotti come il prosecco e il pecorino. Cosa sta succedendo e quali potrebbero essere le conseguenze di questa svolta?

In queste ore di fatto non sta succedendo nulla. Trump fa proclami contraddittori e fino ad ora le conseguenze, nonostante le continue boutade, sono state poche sull’Europa. Credo che dietro a questa ennesima esternazione ci siano delle tattiche negoziali.

In che senso? Cosa vorrebbe ottenere Trump?

Trump è convinto, sbagliando, che gli Stati Uniti sono svantaggiati negli scambi con l’Europa perché hanno un disavanzo commerciale. Gli USA stanno crescendo tanto e più dell’Europa. Gli americani di fatto comprano più prodotti europei di quanto non facciamo i cittadini europei con quelli americani, ma questo ha a che fare con un ampio potere di acquisto dei primi, non con qualcosa di svantaggioso.

Un eventuale politica dei dazi cosa vorrebbe dire per l’export europeo?

Ovviamente gli USA sono un mercato importante per l’Europa, ma si deve capire innanzitutto di quali settori si parla. Ad esempio i dazi su acciaio e alluminio hanno portato dei danni limitati perché l’Europa ne esporta pochi verso gli USA. Diverso discorso è invece una politica dei dazi su automobili, meccanica e abbigliamento.

L’agroalimentare?

L’agroalimentare europeo fa fatica negli USA non per i dazi, ma per i regolamenti e le certificazioni che richiede il mercato statunitense. In questo caso non sono i dazi il problema, ma l’etichettatura, la composizione. Penso al vino ad esempio.

Questa ultima esternazione di Trump sui dazi ai prodotti europei ha a che fare qualcosa con il progetto cinese della Via della Seta?

Iniziamo con il dire che gli USA con l’Europa hanno una rivalità economica, di diversa natura è invece quella cinese che si basa anche su una competizione politica, militare e strategica. La Cina è vista come una minaccia alla sicurezza. Basta guardare le perplessità americane sull’avvento della tecnologia 5G, non in generale sulla Via della Seta. La Cina è indispensabile per gli USA, gli USA lo sanno e nel contempo cercano di tenerla sotto controllo. Obama aveva strutturato un patto Trans-Pacifico che mirava anche a ridurre l’influenza economica della Cina in Asia, da cui Trump però è voluto uscire. Della Cina non si fa a meno sia perché è un’importantissima piattaforma produttiva sia per la vastità del mercato interno cinese.

Il 26 maggio abbiamo le elezioni europee. Gli Stati Uniti avrebbero dei vantaggi economici nella frammentazione dell’area euro?

La deflagrazione della zona euro non credo possa essere un vantaggio per le aziende americane. Avere un mercato unico è di certo vantaggioso per loro. Sdoganare le merci a Rotterdam e da lì avere la possibilità, senza più frontiere e altri passaggi, di arrivare a 500 milioni di persone non è poco. Lo stesso dal punto di vista strategico-militare. Dal canto nostro, ogni singolo paese europeo avrebbe poco potere rispetto agli Stati Uniti.

Professoressa c’è un problema di regole o meglio di vuoto di regole nella perdita di peso della WTO?

Le regole ci sono e sono state firmate d’accordo da tutti, USA compresi. Di certo rispetto agli inizi del secolo ci sono maggiori complessità. C’è la Cina, l’India e accontentare 160 paesi non credo sia semplice.