I progetti americani in Corea. Intervista a Francesca Frassineti

I progetti americani in Corea. Intervista a Francesca Frassineti

Intervista di Antonella Vitelli, Roma, luglio 2019

Qual è lo stato di salute dell'alleanza tra gli  USA e la Corea del Sud? Quali i rapporti e le prospettive diplomatiche con la Corea del Nord e qual è il ruolo della Cina in questo gioco delle parti? Ne abbiamo parlato con Francesca Frassineti, Associate Research Fellow presso l'ISPI nonché visiting researcher presso la National Taiwan University. I suoi interessi di ricerca riguardano questioni geopolitiche e di sicurezza nel Nordest asiatico, con particolare attenzione alla penisola coreana. Francesca è membro dell'Associazione per gli studi coreani in Europa.

Francesca cos'è accaduto di importante nell'ultima trasferta di Trump a Seoul?

Alla fine del G20 di Osaka Trump ha condotto una visita ufficiale a Seoul per incontrare il Presidente sudcoreano Moon Jae-in. Gli Stati Uniti e la Corea del Sud infatti condividono un’alleanza di sicurezza stretta all’indomani della fine della Guerra di Corea che aveva visto gli USA alla guida del contingente ONU a sostegno della Corea del Sud contro la Corea del Nord.  Il conflitto, protrattosi per tre anni, non terminò con un trattato di pace, ma solamente con un armistizio nel luglio 1953 per questo vige ancora formalmente uno stato di guerra sulla penisola coreana. Proprio dall’ottobre del ‘53 gli americano sono di fatto i garanti della sicurezza del Sud, ciò significa, per esempio, che ad oggi ci sono ancora truppe statunitensi stazionate in territorio sudcoreano, circa 28.500, che fungono da deterrente nei confronti della minaccia militare nordcoreana.


Si può parlare di una tendenza isolazionista nella politica estera di Trump?

La tendenza isolazionista manifestata da Trump all’epoca della prima campagna elettorale e frequentemente nei suoi tweet, non è stata in realtà confermata, perché la politica estera dell’attuale presidente USA non può considerarsi tale. Nonostante ciò, le sue invettive nei confronti degli alleati, ritenuti responsabili di non contribuire in maniera equa e sufficiente agli oneri finanziari concernenti le alleanze, ha messo in dubbio la credibilità e l’impegno degli USA a sostegno di questi Paesi, in particolare di Giappone e Corea del Sud. L’obiettivo di questa visita era perciò quello di riaffermare l’impegno statunitense e la solidità di questa alleanza bilaterale. Sul piatto ovviamente c’era anche la questione nordcoreana. Infatti la storia ha mostrato che sul fronte del dossier nordcoreano il pieno coordinamento tra Seoul e Washington è di importanza fondamentale. Alla vigilia del suo arrivo a Seoul, Trump ha stupito tutti con un tweet nel quale dichiarava la sua disponibilità a incontrare il leader nordcoreano. La Corea del Nord che non aveva ricevuto inviti ufficiali fino a quel momento ha però accettato e Kim Jong-un si è presentato. La portata storica delle immagini che abbiamo visto concerne il fatto che mai nella storia un Presidente americano in carica aveva, prima di Trump, oltrepassato la linea definita “demilitarizzata” entrando così in territorio nordcoreano. Carter e Clinton erano andati a Pyongyang, ma come privati cittadini anni dopo la fine del loro mandato. Quindi ciò dimostra ancora una volta come Trump scompigli le carte della diplomazia tradizionale statunitense con un approccio che lo differenzia dai predecessori. Di fatto Trump, decidendo di incontrarsi con il leader nordcoreano, prima a Singapore, poi a Hanoi e in ultimo a Panmunjom, ne ha di fatto legittimato lo status di interlocutore per quanto ciò non alteri il fatto che gli USA non potranno mai riconoscere ufficialmente la Corea del Nord come stato nuclearizzato. La posizione diplomatica ufficiale USA infatti continua ad essere quella di Bush e Obama ovvero pretendere l’unilaterale, completa e verificabile denuclearizzazione della Corea del Nord prima di procedere alla revoca dell’impianto sanzionatorio.


Bigen ai margini dell’incontro tra Trump e Kim ha affermato che gli USA pretendono  un congelamento delle attività sul nucleare per garantire la continuazione dei colloqui tra le parti. L’incontro con Kim di domenica scorsa ha infatti avuto un solo obiettivo: riattivare un canale negoziale che si era interrotto in occasione del vertice di Hanoi quando le parti avevano lasciato tavolo. Lo scoglio fu l’incapacità di trovare un accordo sul significato da attribuire alla parola “denuclearizzazione”.  Per gli Stati ciò implica lo smantellamento totale del programma nordcoreano invece la controparte nordcoreana pretenderebbe l’uscita della Corea del Sud dall’ombrello nucleare statunitense. L’obiettivo immediato di Kim Jong-un resta quello di ottenere un allentamento del giogo sanzionatorio.

Ha delle possibilità il presidente sudcoreano Moon Jae-in nelle vesti di mediatore tra Corea del Nord e Stati Uniti? Ma soprattutto cosa vorrebbe dire per Seoul questa "pacificazione"?

Oltre all’approccio inconsueto di Trump un ruolo importante per la ripresa dei colloqui tra le due Coree l’ha avuto proprio il Presidente sudcoreano Moon Jae-in che ha investito gran parte della sua credibilità politica nel rilancio dei rapporti tra le due Coree e  tra gli USA e la Corea del Nord, iniziando a raccogliere i primi frutti dei suoi sforzi in occasione della partecipazione nordcoreana, alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, su invito proprio del presidente sudcoreano. Moon Jae-in appartiene all’ala progressista sudcoreana. I progressisti rispetto ai conservatori sono tradizionalmente a favore di un approccio volto al dialogo con la Corea del Nord. Dal ‘97 al 2007 i primi due presidenti progressisti, mentori politici di Moon Jae-in, avevano portato avanti la cosiddetta Sunshine Policy che si poneva come obiettivo il coinvolgimento della Corea del Nord in progetti di cooperazione umanitaria e socio economica per incoraggiare, nel lungo periodo, eventuali riforme politiche interne al Paese. Ciò aveva nei fatti ridotto il livello di tensioni nella penisola.  Moon Jae-in quindi ha agito e agisce come mediatore nell’ambito di una questione, quella del nucleare nordcoreano, che riguarda propriamente Corea del Nord e Stati Uniti. La Corea del Nord infatti riconosce come unico interlocutore gli Stati Uniti ed è dagli Stati Uniti che pretende di ricevere garanzie di sicurezza. La politica ostile che ha sempre percepito da parte di Washington (è necessario ricordare che durante la Guerra di Corea il Nord ha subito più bombardamenti rispetto a quelli condotti nell’intero teatro del Pacifico durante la Seconda Guerra mondiale) è stata una delle ragioni all’origine della decisione di Kim Il-sung di avviare un programma nucleare alla fine degli anni ‘50. 


Nell’ottica di favorire la costruzione di fiducia reciproca, è molto importante la proposta di Trump di aprire un liaison office a Pyongyang. Ciò costituirebbe un progresso notevole in quanto a causa del fatto che tra i due Paesi non vi sono relazioni diplomatiche ufficiali, un ufficio di collegamento statunitense in Corea del Nord, garantirebbe ai negoziatori la possibilità di incontrarsi e comunicare con regolarità. 

E la Cina in tutto questo?

Per quanto concerne la posizione cinese, la visita di Xi Jinping in Corea del Nord ha sorpreso molti perché in 14 anni nessun Presidente cinese si era recato a Pyongyang. Cina e Corea del Nord sono formalmente alleati, ma negli anni l’alleanza si è sfilacciata. 

La vicinanza tra Pechino e Pyongyang è ancora molte volte vista in un’ottica di convergenza ideologica e politica ma non è più così. I due alleati avevano sperimentato fratture già a partire dalla fine degli anni ‘70 quando la Cina aveva iniziato a intraprendere la strada delle riforme economiche. Il nuovo corso di Deng Xiaoping era infatti malvisto dalla leadership nordcoreana. E’ stato soprattutto con l’arrivo Xi Jinping che Pechino non ha più cercato di celare la sua insofferenza nei confronti della condotta nordcoreana, perchè il susseguirsi di test nucleari e missilistici hanno riacceso i riflettori della comunità internazionale sulla penisola coreana attirando l’attenzione, e quindi la presenza militare, degli Stati Uniti per quest’area. La Cina è stata sempre contraria al programma nucleare nordcoreano perché minaccia la stabilità ai suoi confini che per Pechino è invece tradizionalmente una priorità e una garanzia per perseguire lo sviluppo economico interno. Questo significa, allo stesso tempo, che sebbene i cinesi abbiano sottoscritto tutte le risoluzioni in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non abbiano finora mai chiuso i canali economico-commerciali che tengono in vita l’economia nordcoreana (circa il 90% del commercio estero di Pyongyang avviene con la Cina) per evitare che il collasso del regime dei Kim possa aprire scenari quali un flusso di rifugiati che si riverserebbe oltreconfine, diatribe con gli americani per la gestione dell’arsenale nucleare nordcoreano e la riunificazione della penisola coreana sotto egida dei sudcoreani alleati di Washington. La Cina preferisce piuttosto il mantenimento dello status quo vigente perché ciò per il momento allontana orizzonti peggiori. 

Di che natura è la stretta della Corea tra USA e Cina?

La Corea del Sud si trova da anni in una posizione molto scomoda stretta tra gli Stati Uniti, i garanti della sua sicurezza, e la Cina, da cui dipende dal punto di vista economico-commerciale. Ciò crea un ‘dilemma’ per i sudcoreani che hanno al contempo sempre cercato di ritagliarsi una minima sfera di autonomia in politica estera, per ritrovarsi invece spesso a gestire e a subire le ripercussioni della competizione tra Pechino e Washington, come nel caso della guerra commerciale in corso.

Francesca Frassineti è Associate Research Fellow presso ISPI Asia Center e Ph.D. Candidato in Studi Globali e Internazionali all'Università di Bologna con un progetto sui vincoli internazionali e interni alla politica estera della Corea del Sud, in mezzo al crescente status di potenza media del Paese. È stata visiting researcher presso la National Taiwan University e la Korea University. Prima di entrare in ISPI, Francesca ha lavorato come analista di ricerca presso l'Istituto europeo di studi asiatici (EIAS) a Bruxelles. Francesca ha conseguito la laurea triennale e magistrale in Relazioni internazionali e Affari diplomatici all'Università di Bologna. Nella sua tesi di Master, si è concentrata sul ruolo dell'impegno costruttivo nei processi di distensione sino-taiwanese e inter-coreana esaminando gli effetti pacificatori dell'interdipendenza economica sulla diade conflittuale. 

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