L’espansione cinese ai tempi della crisi del multilateralismo

Intervista di Antonella Vitelli, Torino, aprile 2019

L'era Trump, la crisi della WTO, l’emergere dell’estremo Oriente e le paure di una sempre più invasiva presenza dell’economia della Cina nella nostra vita quotidiana sono solo alcune delle perplessità che ci accompagnano in questi mesi. Per capire cosa sta succedendo sono andata ad intervistare il Giovanni Balcet, Professore di Economia Internazionale presso l’Università di Torino.

Professor Balcet com'è cambiato negli ultimi anni il commercio mondiale? Nello specifico cos'è successo con la cosiddetta "era Trump"?

Con l’amministrazione Trump si è aperto un momento di difficoltà per il commercio multilaterale, anche se questo era già in difficoltà con la crisi della WTO del 2003. Il Multilateralismo è andato incontro ad una forte impasse su quelle che si chiamano "barriere non tariffarie", cioè non si trattava più di abbassare dazi, ma di “equalizzare” la concorrenza, riducendo le sovvenzioni ad agricoltura, a tecnologia e industria. Spesso in questi anni è emersa una sovrapposizione tra le politiche commerciali e quelle di sviluppo locale, anche di tipo ambientale o sanitario. Pensiamo alle restrizioni che l’Europa pone alle esportazioni di mais geneticamente modificato, per ragioni sanitarie. Per gli americani sono barriere di commercio per noi è una mera questione di salute. Con il 2003 la costruzione del multilateralismo, che ha sostenuto per decenni il libero scambio, è entrata in crisi ed è stata sostituita da schemi di accordi macro-regionali.  Questi accordi definiti Trade and Investment agreements prevedono una liberalizzazione degli scambi e servizi, ma anche speciali norme e arbitrati sugli investimenti diretti, cioè le imprese multinazionali.

Questo cosa vuol dire?

Se una multinazionale produce all’estero e si ritiene penalizzata da una politica dello Stato, può far ricorso ad una corte di arbitraggio. Abbiamo un’impresa privata contro uno Stato e questa è una cosa delicata, ma anche molto contestata. Un caso è stato quello della città di Amburgo che aveva imposta certe norme ambientali da cui un investitore estero si riteneva danneggiato. O anche produttori di sigarette che si sentivano lesi da certe politiche sanitarie.

Questo effetto chiaramente non si sarebbe verificato con i classici accordi multilaterali, giusto?

No, penso proprio di no.

Trump ha fatto un passo in più e ha messo in discussione anche questo regionalismo. Ha messo in discussione anche il Nafta con Canada e Messico e si è ritirato dall’accordo Asia/Pacifico puntando sul bilateralismo, dove può far valere i suoi rapporti di forza.

Questo perche'?

Trump ha un approccio di rottura rispetto a cinquant’anni di storia americana. Gli Stati Uniti sono stati campioni nel libero scambio sin dagli anni 1940, ed hanno trainato gli altri. Dalla fine della Guerra di Corea in avanti hanno avuto sempre deficit nella bilancia di pagamenti, cioè hanno importato di più rispetto a quanto hanno esportato. Possiamo definirli un “debitore armato”.

Quali sono i paesi che esportano di più negli USA?

Cina, Germania, Corea del Sud e Messico.

La visione di fondo di Trump è di tipo neo mercantilista perché non accetta che gli USA siano un paese debitore. Gli Stati Uniti hanno dei deficit commerciali importanti, ma emettono una moneta internazionale quale il dollaro ed hanno un potere militare notevole. La situazione attuale degli USA era simile a quella della Gran Bretagna prima della prima Guerra Mondiale, quando aveva grossi deficit nella bilancia di pagamenti, insieme a un certo declino industriale, ma era al centro del sistema mondiale dei pagamenti.

Quanto è applicabile questo comportamento in un’economia globalizzata?

E’ una grossa contraddizione, infatti l’economia globalizzata è caratterizzata da quelle che normalmente si chiamano le "Catene globali del valore" o "Catene regionali del valore". Si tratta di una frammentazione della produzione su più paesi con un intenso commercio di componenti, di beni intermedi e non solo di beni finali. L’esempio più gettonato è quello dell’iPhone che è un’esportazione cinese, perché è un assemblaggio cinese, ma di fatto le componenti strategiche sono realizzate dalla California, dal Giappone e da Taiwan.

Che rapporti hanno gli USA con la Cina?

È in corso un grande conflitto sulla leadership tecnologica. Basta guardare la vicenda Huawei, impresa privata, ma di fatto legata al governo cinese o le joint venture che in Cina devono trasferire la tecnologia ai cinesi stessi. Nelle mie visite presso le fabbriche di auto in Cina mi sono reso conto che nelle joint venture c’è una cooperazione e anche un negoziato giorno per giorno. Per esempio esistono leghe molto sofisticate per fare le teste dei motori che i cinesi vorrebbero acquisire al più presto e il partner multinazionale cerca di ritardare. La Cina è il primo mercato automobilistico del mondo dal 2009. Esporta poche auto, ma gioca tutto sulla forza del mercato interno, contrariamente ad altri settori.

Come si stanno muovendo i cinesi sull’auto elettrica?

Sull’auto elettrica i cinesi stanno investendo molto sia a livello del Governo centrale sia a livello di governi locali. Il settore delle moto e degli scooter elettrici è già vastissimo e quello delle auto elettriche in espansione. La Cina avendo un mercato interno enorme ha un grosso potere di contrattazione nei confronti delle multinazionali. Ad esempio dopo il 2009/2010 General Motors aveva perdite in tutto il mondo, ma in Cina cresceva.

Dove si sta dirigendo l’espansione commerciali cinese negli ultimi anni?

Nel settore auto,  verso l’Africa, verso l’Asia e le ex Repubbliche sovietiche però fino ad ora è stata secondaria rispetto al mercato interno. Anche l’export rispetto all’Europa è marginale. Le multinazionali cinesi, a differenza di quelle americane, non investono solo per accedere ai mercati esteri, ma anche per quella che noi chiamiamo strategia asset seeking, cioè ricerca di tecnologie, marchi e capacità manageriali di cui sono carenti. Ad esempio la Geely nata da un imprenditore carismatico che produceva componenti, frigoriferi, motorini, ha iniziato a fare acquisizioni estere importanti. Quella di maggiore successo è stata Volvo, rilevata nel 2010 anche mediante fondi pubblici, di due province e una città.

Come si regola di fatto questo meccanismo nell’ambito della globalizzazione? Come per gli USA, anche qui abbiamo delle contraddizioni davvero sorprendenti?

Gli Stati Uniti sono un’economia basata sul capitalismo di mercato privato, giunta in una fase di relativo declino. Perdita di leadership e conseguenze negative della globalizzazione come l’aumento delle diseguaglianze o impoverimento delle classi medie.  Trump è stata una delle risposte, assieme a delle istanze anti globalizzazione. Invece la Cina è una potenza emergente che punta ad essere globale. La Cina è stata senza dubbio una vincitrice della globalizzazione. Non tanto tempo fa, nel 1995 il 67% della popolazione cinese era sotto la soglia della povertà, oggi solo il 2%.

La Cina come vincitrice della globalizzazione.

In Cina sono aumentate le diseguaglianze perché è cresciuta la fascia più ricca.


Ci sono delle caratteristiche umane che legano i cinesi ai loro successi?

La traiettoria cinese è una sfida, c’è dell’antico e c’è del nuovo. Visitando le imprese si nota un forte gap generazionale. I più vecchi sono tutti di nomina politica, non parlano inglese poi ci sono i giovani che spesso hanno studiato all’estero.

Cosa rappresenta per i cinesi La Via della Seta?

La Via della Seta è un progetto di grossa dimensione regionale e globale.

La Via della Sete via mare fa riferimento al Canale di Suez, recentemente allargato, per arrivare a Rotterdam. Il progetto via terra invece è un’iniziativa geopolitica inedita e uno sbocco alle eccellenze cinesi come l’acciaio.

Il progetto può essere positivo per l'Italia e l'Europa?

Senza dubbio si, ma andare da soli, senza il coinvolgimento dell’UE può essere un errore.


La Cina guadagnerebbe da un’eventuale deflaglazione della zona euro?

I cinesi sono interessati ai Balcani. Non puntano esplicitamente sulla disgregazione UE anche se non la riconoscono nel suo pieno valore. Cercano di più l’interlocutore nazionale.

A chi converrebbe invece la disgregazione dell’Europa?

Alle vecchie potenze, non alla Cina che si muove con pragmatismo. L’Europa dal canto suo per ritornare ad essere centrale dovrebbe impegnarsi nella costruzione federalista.