Il diritto di riparare, la libertà di condividere: a Torino nasce la prima biblioteca degli oggetti

Il diritto di riparare, la libertà di condividere: a Torino nasce la prima biblioteca degli oggetti

Articolo a cura di Antonella Vitelli, con i contributi di Gianluca Gozzi e Ugo Vallauri

Dall'obsolescenza programmata al diritto alla riparazione, cresce il movimento che vuole cambiare il nostro rapporto con il consumo. Sabato 17 ottobre 2026, in Barriera di Milano, inaugura POST, il progetto di Gianluca Gozzi e Ugo Vallauri: un'officina urbana dove gli oggetti si riparano, si prestano e si condividono.

Qualche giorno fa la stampante che ho in casa ha smesso di funzionare. Ho provato a capire se si potesse aggiustare e mi sono scontrata con il solito muro: “Aggiustarla costa quasi quanto comprarne una nuova”, “Il pezzo non si sa se è in magazzino”, “Provi a chiamarmi martedì che le dico se lo recupero”. Idem per cuffie, tostapane, piastre elettriche. Inizialmente si accumula tutto in un cassetto e poi, per disperazione, si butta e si ricompra, un po' arrabbiati, convinti che sia andata così perché le cose di una volta duravano di più.

In realtà, spesso, non è affatto un caso. Batterie incollate, viti speciali, ricambi introvabili, manuali e software accessibili soltanto ai centri autorizzati sono espressione di una precisa logica economica, che condiziona il nostro rapporto con gli oggetti, determinandone non soltanto l'utilizzo, ma anche la durata e la possibilità di una seconda vita.

In fondo, chi stabilisce quando un oggetto debba essere considerato definitivamente inutilizzabile? 

Il diritto alla riparazione nasce proprio da questa domanda e dalla rivendicazione di una libertà fondamentale: tornare a essere NOI a decidere quando un oggetto ha davvero concluso il proprio ciclo di vita. 

E quando la durata di un bene viene deliberatamente limitata per favorirne la sostituzione, si parla di obsolescenza programmata. Chiaramente, si tratta del risultato di una cultura del consumo che ci ha abituati a considerare l’oggetto rotto come qualcosa da sostituire rapidamente, alimentando una montagna di rifiuti e consolidando la logica dell’usa e getta. Negli ultimi anni, tuttavia, è cresciuta una sensibilità diversa, alimentata tanto dalle difficoltà economiche quanto dalla consapevolezza ambientale. È in questo contesto che si inserisce la battaglia per il diritto alla riparazione, portata avanti da organizzazioni e gruppi che lavorano per allungare la vita degli oggetti attraverso Restart Parties, Repair Cafés e altre iniziative collaborative.

L'obiettivo è rendere i prodotti più durevoli e riparabili, garantendo ai consumatori l'accesso a pezzi di ricambio, manuali, strumenti e software.

Tra le organizzazioni più attive c'è The Restart Project, fondata a Londra nel 2012, che promuove incontri gratuiti durante i quali volontari esperti aiutano i partecipanti a riparare dispositivi elettronici e oggetti di uso quotidiano. L'iniziativa è diventata una rete internazionale, presente anche in Italia, e ha affiancato alle attività pratiche un'azione di sensibilizzazione politica per ottenere norme più incisive. Secondo Ugo Vallauri, cofondatore di The Restart Project e della coalizione Right to Repair Europe, serve anche una critica alla narrazione dominante dell'economia circolare. Non ci si deve limitare a gestire meglio i rifiuti, ma è necessario intervenire a monte, riducendo la necessità di produrre continuamente nuovi beni.

Ma cosa sta facendo l'Europa per il diritto alla riparazione?

Negli ultimi anni l'Unione europea ha introdotto nuove regole per rendere i prodotti più durevoli, riparabili e meno dipendenti dalla continua sostituzione. Ma quanto cambierà davvero per i consumatori? E soprattutto, l'Italia sta facendo abbastanza per rendere la riparazione un'alternativa economicamente conveniente all'acquisto di un prodotto nuovo?

“A livello europeo ci sono vari aspetti legislativi che riguardano il cosiddetto diritto alla riparazione e si sono fatti alcuni passi importanti”, spiega Vallauri.

“Il primo riguarda l'ecodesign di alcune categorie di prodotti. Il caso più concreto è che dal 2025 gli smartphone e i tablet devono essere più durevoli, resistenti agli urti, con batterie che mantengono la capacità di carica per un numero superiore di cicli, con pezzi di ricambio disponibili per almeno sette anni da quando vengono tolti dal mercato e aggiornamenti software per almeno cinque anni.

Il secondo riguarda il regolamento europeo sulle batterie, le cui disposizioni sulla sostituibilità entreranno in applicazione nel febbraio 2027. Sarà molto importante perché richiede che, in linea generale, per i prodotti che contengono batterie portatili queste siano sostituibili direttamente dall'utente finale, senza essere saldate e impossibili da rimuovere, con batterie di ricambio disponibili a prezzi ragionevoli. Restano alcune eccezioni per determinate categorie di prodotti che, per ragioni legate alle dimensioni o alla necessità di funzionare in ambienti umidi, potranno continuare ad avere batterie sostituibili soltanto da riparatori professionali. Ma è comunque un passo avanti”.q1\

La terza novità riguarda direttamente l'Italia. Il 22 ottobre 2026 è prevista l'entrata in vigore delle nuove disposizioni nazionali di recepimento della direttiva europea sul diritto alla riparazione.

“È importante perché riconosce ai consumatori alcuni diritti fondamentali: il diritto ad avere accesso a riparazioni post-garanzia dalle case produttrici per determinate categorie di beni, il diritto a un'estensione della garanzia di un anno se durante il periodo di garanzia si sceglie che il prodotto venga riparato invece che sostituito e la possibilità, attraverso una piattaforma dedicata prevista per il prossimo anno, di individuare più facilmente i punti di riparazione disponibili. C'è inoltre il diritto a prezzi ragionevoli per i pezzi di ricambio e i servizi di riparazione. Ma la definizione di ‘ragionevole’ non è sufficientemente precisa e probabilmente serviranno anche controversie legali per chiarirne l'applicazione”.

Photo di Mark A Phillips

È proprio sui limiti della normativa che Vallauri concentra la parte più critica della sua riflessione.

C'era una possibilità cruciale: introdurre misure economiche che rendessero la riparazione meno onerosa, per esempio un voucher, come in Austria e Francia. Purtroppo l'Italia ha scelto di implementare la direttiva a costo zero, perdendo una grande opportunità di promozione della riparazione. D'altronde siamo il Paese dove ci sono i voucher per l'acquisto di nuovi elettrodomestici, per sostenere l'industria”.

Il problema, dunque, non è soltanto riconoscere ai cittadini il diritto di riparare, ma creare le condizioni economiche perché scegliere di farlo sia realmente conveniente. Se aggiustare un elettrodomestico continua a costare quasi quanto comprarne uno nuovo, la sostituzione rischia di rimanere la scelta più accessibile, nonostante le nuove tutele legislative.

La questione riguarda anche i rapporti tra potere politico e grandi gruppi economici, oltre al significato stesso che attribuiamo alla condivisione. x\La tanto celebrata sharing economy aveva promesso di cambiare il nostro rapporto con la proprietà: non più possedere tutto, ma utilizzare ciò di cui abbiamo bisogno quando ne abbiamo bisogno. Eppure, piattaforme come Airbnb e Uber hanno dimostrato che anche la condivisione può diventare un business capace di generare fortune miliardarie.

Il paradosso è evidente: mentre milioni di persone mettono a disposizione beni, tempo e risorse, una parte considerevole della ricchezza prodotta si concentra nelle mani di chi controlla le piattaforme digitali.

Esiste però un altro modello, meno spettacolare nei fatturati e forse più radicale nelle conseguenze. È quello delle biblioteche degli oggetti, delle officine collaborative e degli spazi in cui il valore non si misura nel numero delle transazioni, ma negli acquisti evitati, negli oggetti sottratti alla discarica e nelle competenze messe in circolazione.

Qui la condivisione non è un mercato da conquistare, ma una pratica da rendere accessibile. La domanda cambia: non più quanto si possa guadagnare facendo condividere qualcosa agli altri, ma quanto possiamo risparmiare, in termini economici e ambientali, imparando a condividere davvero.

Photo di Mark A Phillips

POST*: a Torino l'officina del terzo millennio

È proprio da questa idea che nasce POST*, il nuovo spazio dedicato alla riparazione, al riuso e alla condivisione che inaugura sabato 17 ottobre 2026, in via Baltea 3, nel quartiere Barriera di Milano a Torino.

Il progetto nasce dall'incontro tra Gianluca Gozzi e Ugo Vallauri, due figure provenienti da esperienze differenti ma accomunate dall'idea che la cultura possa contribuire a trasformare il nostro rapporto con gli oggetti e con il consumo. Dall'incontro tra questi due percorsi prende forma un'officina urbana che unisce competenze tecniche, attività culturali e partecipazione. Il progetto è ideato dall'Associazione Post, in partenariato con la cooperativa Su Misura e Leila Bologna, con il supporto della Fondazione Ashoka, ed è finanziato dal bando pubblico “Cultura e imprenditorialità incardinate nell'economia circolare e nel tessuto urbano”.

Secondo i promotori, POST* è il primo spazio in Italia a integrare la cultura della riparazione e quella del consumo consapevole con una programmazione artistica e culturale. L'idea è passare dal do it yourself al do it together: non soltanto imparare a riparare qualcosa da soli, ma farlo insieme, condividendo strumenti, conoscenze ed esperienze.

Ma quale cambiamento può produrre concretamente un luogo come POST*, oltre a offrire servizi di riparazione e prestito? 

“POST nasce per espandere e amplificare una comunità di persone che resistono alla produzione e al consumo ‘usa e getta’”, spiega Vallauri. “Provare a riparare un oggetto, allungargli la vita, è un primo passo. Decidere di non acquistare e condividere invece oggetti messi a disposizione dalla comunità è un altro passo importante. Formarsi e informarsi insieme per comprendere le criticità ambientali e sociali di un modello di consumo sorpassato dai tempi può aiutarci anche a fare passi ulteriori: chiedere che il settore privato e quello pubblico diventino a loro volta più virtuosi e sobri, che si riducano gli sprechi, che a tutto ciò che può essere riparato e riusato sia data una seconda vita. POST vuole fare questo, gioiosamente, creando nuove connessioni tra le persone”.

Oggi la socialità passa spesso attraverso il consumo: un caffè, una birra, un aperitivo. POST* vuole sperimentare un'alternativa, uno spazio da frequentare non necessariamente come clienti, ma come persone. La riparazione diventa così anche una metafora delle relazioni, delle storie e delle identità. 

In foto al centro Gianluca Gozzi

È su questo punto che Gozzi insiste, distinguendo l'esperienza culturale dalla sua riduzione a prodotto commerciale. “In un'epoca dominata dalla mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana, la cultura rischia di trasformarsi da strumento di emancipazione a mero prodotto di intrattenimento standardizzato. Da troppo tempo in Italia si continua infatti a confondere intrattenimento e cultura. 

Emancipare la cultura dal consumo significa valorizzare quelle realtà che difficilmente trovano spazio nei circuiti commerciali tradizionali, dando voce a narrazioni fuori dal coro, che non rispondono a criteri di commerciabilità, perché la cultura svincolata dal mercato rimette al centro la dimensione collettiva e partecipativa. Il pubblico globale e indistinto sarà pure bue, ma è perché c'è chi continua a pensare alla cultura come intrattenimento da dopolavoro che poi escono libri di merda, si scrivono giornali di merda, si sente musica di merda, si fanno film di merda. Abbiamo bisogno di più posti dove non comprare nulla. Perché oggi, se vuoi vedere qualcuno, quasi sempre devi consumare. Un caffè, una birra, un aperitivo, una cena, una consumazione.

Perché la socialità non può essere sempre una spesa. C'è però una domanda che dobbiamo farci: noi siamo davvero disponibili a rendere vivi questi luoghi? Forse abbiamo bisogno di luoghi pubblici emancipati dal consumo, sì. Ma abbiamo anche bisogno di reimparare a stare insieme. Non da clienti. Da comunità”, conclude Gozzi.

Una biblioteca dove gli oggetti si prendono in prestito Al centro di POST* c'è la prima biblioteca degli oggetti di Torino, realizzata in collaborazione con la rete di Leila Bologna. Il funzionamento è semplice: chi si associa mette a disposizione un oggetto che utilizza raramente, come un trapano, una scala o un'attrezzatura da campeggio. In cambio può prendere gratuitamente in prestito gli altri beni condivisi dai soci. Accanto alla biblioteca saranno organizzati Restart Parties, durante i quali esperti volontari aiuteranno i partecipanti a riparare gli oggetti, e corsi di manutenzione ispirati al modello delle Fixing Factories inglesi.

Lo spazio ospiterà inoltre workshop, dibattiti, proiezioni, performance e residenze artistiche, con particolare attenzione alle nuove generazioni. Non è un esperimento isolato. Secondo Shareable, nel mondo esistono circa 2.000 biblioteche degli oggetti formalmente costituite.

Una delle prime esperienze è stata la Berkeley Tool Lending Library, attiva negli Stati Uniti dal 1979. Il modello si è successivamente diffuso in Europa, soprattutto nel Regno Unito e in Germania. In Italia ha aperto la strada Leila Bologna, nata nel 2016, seguita da iniziative a Milano, Brescia e Firenze. Con POST*, anche Torino entra in questa rete, fondata su un principio semplice: condividere ciò che utilizziamo di rado, anziché acquistarlo e lasciarlo inutilizzato per gran parte del tempo.

APPUNTAMENTO

L'appuntamento è sabato 17 ottobre 2026, in via Baltea 3, a Torino. Dalle 16.30 sarà possibile portare un oggetto rotto da riparare oppure un oggetto funzionante da mettere a disposizione della biblioteca. 

Credit Photo: Mark A Phillips

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