Intervista a Cristiana Favretto, a cura di Antonella Vitelli
Il cambiamento climatico non è più una proiezione futura, ma una condizione già incorporata nei nostri ambienti di vita: città surriscaldate, qualità dell’aria deteriorata, sistemi urbani sempre più dipendenti da dispositivi tecnologici ad alto consumo energetico per garantire livelli minimi di abitabilità. Questo modello rivela oggi un limite strutturale preciso: aver escluso, o relegato a funzione accessoria, uno dei sistemi più evoluti ed efficienti disponibili, il mondo vegetale.
È da questa frattura che prende forma il lavoro di PNAT, uno dei tentativi italiani più rigorosi di trasformare il rapporto tra natura e progetto in un ambito operativo e misurabile. Nato come spin off dell’Università di Firenze e guidato dal botanico Stefano Mancuso, PNAT non si limita a integrare il verde negli spazi costruiti, ma assume un presupposto più radicale: considerare le piante come vere e proprie tecnologie biologiche, capaci di svolgere funzioni ambientali complesse all’interno dei sistemi urbani.

Non si tratta più di aggiungere elementi naturali, ma di ridefinire il rapporto tra biologia e tecnica. In questa prospettiva, le piante vengono riconosciute come componenti operative dei sistemi climatici urbani, in grado di contribuire attivamente alla regolazione ambientale. È un cambio di paradigma che implica una revisione profonda delle nozioni di intelligenza, efficienza e progettazione.

Un caso emblematico è la Fabbrica dell’Aria, un dispositivo che sfrutta la capacità delle piante e del substrato radicale di filtrare l’aria, potenziandola attraverso un sistema tecnologico che ne ottimizza il flusso e l’interazione con l’apparato radicale. Qui la pianta non rappresenta un simbolo di sostenibilità, ma diventa il nucleo attivo di un processo ingegnerizzato. Da un lato, dunque, ricerca biologica e fisiologia vegetale; dall’altro, applicazioni concrete in forma di installazioni, architetture e sistemi urbani implementabili. È all’interno di questo orizzonte che si colloca il lavoro di Cristiana Favretto, architetta, che abbiamo intervistato. Favretto guida lo sviluppo dei progetti architettonici e paesaggistici dello studio, portando avanti un approccio in cui il vivente non è un riferimento estetico, ma una componente strutturale e operativa del progetto.

Cristiana cosa rappresentano le piante nel vostro lavoro e qual è l’errore culturale più grande che abbiamo fatto nel pensare il mondo vegetale?
L’errore più grande è stato non vederle davvero, oppure vederle solo come contorno. Le abbiamo considerate elementi decorativi, uno sfondo del costruito, invece che organismi centrali nel funzionamento degli ambienti.
In realtà le piante sono sistemi complessi e attivi, capaci di regolare temperatura, umidità, qualità dell’aria e molte altre dinamiche ambientali. Trattarle come oggetti ha significato ignorare il loro ruolo reale: quello di infrastrutture viventi che lavorano continuamente, anche quando non ce ne accorgiamo.
Quanto incide il concetto di intelligenza delle piante nel vostro modo di progettare? E qual è la relazione di questa intelligenza con la tecnica, con la tecnologia?
Incide molto perché non è un concetto teorico, ma una guida concreta al progetto. L’intelligenza delle piante è fatta di adattamento, di efficienza, di capacità di rispondere a condizioni complesse: qualità che derivano da un’evoluzione molto più lunga della nostra e, in molti casi, più efficace. Per questo sono anche una fonte di ispirazione progettuale. La tecnologia ci aiuta a decifrare questa intelligenza e soprattutto a renderla visibile: attraverso sensori e sistemi di monitoraggio possiamo misurare i benefici che le piante producono e integrarli in modo consapevole nel progetto. È una relazione di alleanza: la tecnologia interpreta e comunica, le piante agiscono.

Progetti come la Fabbrica dell’Aria mettono in crisi le categorie tradizionali. È più corretto parlare di architettura, di macchina o di organismo?
È difficile ricondurla a una sola categoria. La Fabbrica dell’Aria è allo stesso tempo spazio, dispositivo e processo biologico. Se proprio dobbiamo scegliere una definizione, mi sento più vicina all’idea di una “biomacchina”: un sistema in cui la componente tecnologica e quella biologica sono inseparabili e lavorano insieme.
Le difficoltà climatiche che ragionevolmente avremo in futuro in che modo ci costringeranno a rivalutare il ruolo dei vegetali nella nostra vita e nel nostro modo di progettare?
Le difficoltà climatiche stanno già mostrando un limite evidente del nostro modello: abbiamo costruito ambienti che funzionano solo grazie a un alto consumo di energia e a sistemi tecnici sempre più complessi. Le piante rappresentano un’alternativa radicale, perché sono sistemi adattivi, capaci di rispondere ai cambiamenti senza consumo energetico e con una grande capacità di rigenerazione. Questo ci costringerà a ripensare non solo le città, ma più in generale il nostro modo di progettare e abitare gli spazi. Non si tratterà più di inserire il verde come elemento aggiuntivo, ma di riconoscerlo come una componente fondamentale dei sistemi in cui viviamo. In questo senso, le piante non saranno un’opzione, ma una necessità.