La cannabis legale sta diventando un’industria globale e l’Europa rischia di trovarsi impreparata di fronte alla rapidità con cui le grandi aziende nordamericane stanno entrando nel mercato.
È questo il punto centrale di un recente articolo di opinione pubblicato dal New York Times, firmato da Kojo Koram, autore del libro The Next Fix: The Winners and Losers in the Future of Drugs. L’analisi parte dall’esperienza degli Stati Uniti e del Canada, dove la cannabis è passata nel giro di pochi anni da sostanza proibita a prodotto commerciale capace di generare un mercato da decine di miliardi di dollari.
Il problema, sostiene Koram, non è tanto la legalizzazione in sé, quanto il rischio che l’Europa importi insieme alla cannabis anche il modello fortemente commerciale sviluppato in Nord America.
Per gran parte del Novecento gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo centrale nella repressione della cannabis e nella più ampia guerra alla droga.
Negli ultimi anni, però, il quadro si è ribaltato. Oggi 24 Stati americani consentono l’uso ricreativo della cannabis e 41 ne permettono quello terapeutico. La legalizzazione ha attirato rapidamente investimenti e capitali, dando origine alla cosiddetta “green rush”, la corsa all’oro verde.
Per qualche anno il settore è sembrato destinato a una crescita quasi inarrestabile. Poi sono emersi i limiti di un sistema costruito su legislazioni statali differenti, tasse elevate, speculazione finanziaria e una legalizzazione federale continuamente attesa ma mai pienamente realizzata. Molti investitori hanno ridotto la propria esposizione, le quotazioni di diverse aziende sono crollate e il comparto ha attraversato una fase di forte instabilità.
Più recentemente, la prospettiva di una riclassificazione federale della cannabis negli Stati Uniti ha riacceso l’interesse del mercato, soprattutto perché potrebbe alleggerire parte del peso fiscale che grava sul settore.
Da qui la nuova strategia: guardare oltre il Nord America.
Negli ultimi mesi le aziende nordamericane hanno accelerato la propria espansione europea.
La canadese Organigram ha acquisito la tedesca Sanity Group, attiva nella cannabis terapeutica. Tilray ha rafforzato la propria presenza nel Regno Unito acquistando Lyphe, mentre Curaleaf, uno dei maggiori operatori statunitensi, ha consolidato attività in Germania, Polonia e Spagna. Non si tratta soltanto di acquisizioni.
Le esportazioni di cannabis dal Canada verso il Regno Unito sono cresciute rapidamente e alcune società stanno aumentando la propria visibilità attraverso campagne pubblicitarie e strategie di branding.
Il mercato europeo della cannabis terapeutica vale già circa 1,7 miliardi di dollari ed è destinato ad attirare ulteriori investimenti. L’Europa, tuttavia, non dispone di un modello unico. Germania, Malta, Lussemburgo e Repubblica Ceca hanno introdotto forme diverse di legalizzazione dell’uso ricreativo, mentre altri Paesi stanno sperimentando sistemi più controllati. La cannabis terapeutica è invece disponibile in molte nazioni, compresa l’Italia.
La vera questione riguarda ciò che potrebbe accadere se il mercato si espandesse ulteriormente.
L’esperienza americana mostra che legalizzare una sostanza e costruire un grande mercato commerciale sono due cose molto diverse.
Negli Stati Uniti, in diversi casi, il settore ha progressivamente assunto caratteristiche simili a quelle già conosciute nelle industrie di tabacco e alcol: lobbying politico, pubblicità, ricerca di nuovi consumatori e sviluppo di prodotti sempre più potenti.
Uno dei problemi riguarda infatti l’aumento delle concentrazioni di THC.
Il mercato offre oggi non soltanto infiorescenze, ma anche concentrati, vaporizzatori, oli, caramelle e bevande che possono contenere quantità molto elevate del principale composto psicoattivo della cannabis.
Più il prodotto diventa potente e più aumenta la frequenza di consumo, maggiori diventano anche le preoccupazioni sul piano sanitario. Diversi studi hanno associato l’uso frequente di cannabis, soprattutto ad alta concentrazione di THC, a un maggiore rischio di disturbo da uso di cannabis e a possibili problemi di salute mentale in persone vulnerabili.
Questo non significa che ogni consumatore sviluppi necessariamente conseguenze negative, ma rende insufficiente una regolamentazione basata soltanto sull’età minima di acquisto.
Uno dei punti più interessanti sollevati dal New York Times riguarda gli incentivi economici. Un’azienda che vende cannabis, come qualunque impresa, aumenta i propri ricavi se i clienti acquistano più prodotto e lo fanno più spesso. Dal punto di vista commerciale, quindi, i consumatori abituali sono particolarmente importanti.
Dal punto di vista della salute pubblica, però, sono proprio i consumi più frequenti e intensivi a richiedere maggiore attenzione.
È una contraddizione già osservata con tabacco e alcol: ciò che massimizza i profitti di un settore non coincide necessariamente con ciò che minimizza i danni sanitari.
Per questo la questione europea non può ridursi a un semplice sì o no alla legalizzazione.
Bisogna decidere chi può vendere cannabis, quanto può venderne, con quali concentrazioni di THC, attraverso quali canali e con quali limiti alla pubblicità.
Legalizzare, ma come?
La domanda decisiva per l’Europa non è quindi più semplicemente: legalizzare o vietare?
È piuttosto: che cosa vogliamo che accada dopo la legalizzazione?
Gli Stati Uniti hanno sperimentato un modello nel quale l’apertura del mercato è stata spesso accompagnata da una forte commercializzazione. L’Europa arriva più tardi e dispone quindi di un vantaggio importante: può osservare gli errori e i successi del modello americano prima di riprodurlo.