Il contagio nero: perché la Sassonia-Anhalt è un avvertimento per tutta l'Europa

Il contagio nero: perché la Sassonia-Anhalt è un avvertimento per tutta l'Europa

A cura della redazione

Chi in queste ore liquida il voto di Sassonia-Anhalt come una faccenda regionale, marginale, tutta interna alla Germania orientale, sceglie di non vedere quello che analisti e cancellerie europee stanno invece osservando con crescente allarme: un laboratorio politico che funziona, e che altrove è già pronto per essere replicato. Alternativa per la Germania non è più, da tempo, un fenomeno di frangia. Nata nel 2013 come costola euroscettica dell'area cristiano-democratica, è oggi la seconda forza politica tedesca, con 151 seggi al Bundestag su 630, guidata da una coppia di leader — Alice Weidel e Tino Chrupalla — che non nasconde più l'ambizione di diventare il primo partito del Paese entro il 2029. A livello continentale, l'AfD è il perno del gruppo "Europe of Sovereign Nations", la casa comune delle destre più radicali d'Europa in sede di Parlamento europeo: non un partito isolato, ma un nodo di una rete che si rafforza a vicenda, elezione dopo elezione.

Il punto politico, quello che dovrebbe preoccupare chi ha ancora a cuore la tenuta democratica del continente, è semplice: la Germania era il Paese che dal dopoguerra aveva costruito tutto il proprio sistema istituzionale attorno a un imperativo — mai più l'estrema destra al potere. Vederlo vacillare, sia pure a livello di un singolo Land, è un segnale che nessuno a Bruxelles, Parigi o Roma può permettersi di derubricare a curiosità locale. Con elezioni nazionali in calendario nel 2027 in Francia, Spagna e Italia, il successo dell'AfD viene già letto, negli ambienti sovranisti di mezza Europa, come un manuale d'istruzioni: intercettare la rabbia sociale legittima — carovita, salari fermi, servizi pubblici che arretrano — e trasformarla in consenso per un progetto identitario, xenofobo, autoritario. Non è un caso che lo stesso schema di comunicazione costruito da Ulrich Siegmund in Sassonia-Anhalt — sorrisi, social, promesse vaghe di "riprenderci il Paese" senza contenuti verificabili — ricalchi, quasi punto per punto, quello già sperimentato da altre destre radicali europee.

Mujtaba Rahman, analista di Eurasia Group, la chiama con un'espressione che suona quasi eufemistica: "una versione sofisticata di fallimento dello Stato". Dietro c'è una diagnosi più scomoda: governi incapaci — o non intenzionati — a intervenire sulle cause materiali del malcontento, che lasciano campo libero a chi offre capri espiatori invece che soluzioni. Il cancelliere Friedrich Merz esce da questo voto già indebolito, con settori del suo stesso partito che ne mettono in discussione la tenuta: una fragilità che, secondo Rahman, si traduce direttamente in una minore capacità dell'intera Unione Europea di affrontare le proprie crisi comuni, in un momento in cui servirebbe l'esatto contrario.

Ma è sul fronte francese che si gioca la partita più pericolosa. Alle presidenziali della prossima primavera, con Emmanuel Macron in uscita dall'Eliseo, Marine Le Pen del Rassemblement National è già in vantaggio nei sondaggi al primo turno e risulta avanti in alcune simulazioni di ballottaggio: la posizione più solida mai raggiunta in quattordici anni di tentativi. Una vittoria della destra radicale in un Paese che pesa quanto la Francia — potenza nucleare, membro fondatore dell'Unione, seggio permanente all'Onu — avrebbe, per stessa ammissione degli analisti più cauti, un effetto destabilizzante di gran lunga superiore a qualsiasi altro voto europeo recente. E potrebbe segnare la fine definitiva del cosiddetto "cordone sanitario", quella prassi con cui i partiti di governo europei si sono finora rifiutati di allearsi con l'estrema destra: un argine che, dopo la notte di Sassonia-Anhalt, appare già più sottile di quanto si volesse credere fino a ieri.

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