Quando il Paese più ricco di petrolio finì senza carta igienica

Quando il Paese più ricco di petrolio finì senza carta igienica

Selezione a cura della redazione, 4 gennaio 2026

Per capire il Venezuela di oggi bisogna tornare a quando era uno dei Paesi più prosperi dell’America Latina. Il Venezuela ha vissuto per decenni grazie a una rendita petrolifera straordinaria, che ha sostenuto consumi, welfare e stabilità monetaria. Un modello apparentemente solido, ma in realtà fragile, perché fondato su una dipendenza quasi totale da un’unica risorsa e su una struttura produttiva poco diversificata.

Quando il prezzo del petrolio saliva, il sistema reggeva. Quando scendeva, la crisi veniva rimandata. Mai risolta.

Con l’era chavista prima e quella di Nicolás Maduro poi, la rendita petrolifera è stata utilizzata per finanziare politiche redistributive e controllo dei prezzi, accompagnate però da nazionalizzazioni, rigidità valutarie e progressivo indebolimento della produzione interna. Il risultato è esploso negli anni Duemiladieci: iperinflazione, svalutazione della moneta, crollo delle importazioni, fuga di capitale umano.

È in questo contesto che nasce l’episodio più emblematico della crisi venezuelana: la scomparsa della carta igienica. Non fu un’anomalia folkloristica, ma la rappresentazione plastica di un’economia che non funzionava più. La carta igienica, prodotta con materie prime importate e soggetta a prezzi amministrati, diventò antieconomica da produrre. Le aziende smisero di farlo. Le importazioni si bloccarono per mancanza di valuta estera. Gli scaffali si svuotarono.

Il governo parlò di sabotaggio e guerra economica. Ma la causa reale era sistemica: assenza di dollari, distruzione degli incentivi produttivi, perdita di fiducia. Un bene elementare si trasformò in oggetto di razionamento e mercato nero. La crisi macroeconomica entrò nella vita quotidiana, nei bagni delle case, nelle code davanti ai supermercati.

La carta igienica divenne il simbolo di uno Stato che non riusciva più a garantire il minimo. Non per mancanza di risorse naturali, ma per collasso istituzionale.

In un recente intervento pubblicato su Project Syndicate, Richard Haass analizza la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi come un evento che va ben oltre il destino personale dell’ex presidente venezuelano. Secondo Haass, l’operazione non rappresenta la fine della crisi venezuelana, ma semmai l’inizio di una fase nuova e altamente instabile. La rimozione di un leader autoritario non equivale automaticamente allo smantellamento del regime che lo ha sostenuto, né alla costruzione di un ordine politico più democratico e duraturo. L’autore sottolinea che l’intervento statunitense appare motivato più da interessi strategici e commerciali, in particolare l’accesso alle enormi riserve petrolifere venezuelane, che da una volontà di promozione della democrazia o dei diritti umani. In questo senso, la scelta di Washington si inserisce in una visione del mondo fondata su sfere di influenza regionali, in cui le grandi potenze agiscono unilateralmente nei propri “cortili geopolitici”.

Haass evidenzia inoltre un rischio sistemico: il precedente che questa operazione crea. Se gli Stati Uniti rivendicano il diritto di intervenire militarmente contro governi ritenuti illegittimi nel proprio emisfero, Russia e Cina potrebbero sentirsi legittimate a fare lo stesso nelle rispettive aree di influenza. Ne deriverebbe un indebolimento ulteriore dell’ordine internazionale emerso dopo la Seconda guerra mondiale, sostituito da equilibri regionali più instabili e meno regolati.

La storia della carta igienica in Venezuela e la cattura di Maduro raccontano due livelli della stessa crisi. Da un lato, il collasso economico di uno Stato incapace di trasformare risorse immense in benessere duraturo. Dall’altro, un sistema internazionale sempre più disposto a gestire questi collassi con la forza, piuttosto che con istituzioni condivise. Quando in un Paese manca ciò che dovrebbe essere scontato, significa che qualcosa si è rotto molto prima.

E quando la risposta a quel fallimento diventa militare e unilaterale, il rischio è che a svuotarsi non siano solo gli scaffali, ma le regole stesse che tengono insieme l’ordine globale.

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