L'onda nera della Sassonia-Anhalt

L'onda nera della Sassonia-Anhalt

L'onda nera della Sassonia-Anhalt: come l'estrema destra ha vinto sulle macerie del sistema

C'è un dato che vale più di ogni altro, in Sassonia-Anhalt: il 44% degli elettori di uno Stato tedesco ha scelto, domenica 6 settembre 2026, un partito che i servizi segreti del proprio Paese classificano come "sospettato di estremismo". Non un incidente statistico, non un episodio isolato.

È il punto d'arrivo di un lavoro politico durato oltre un decennio, e insieme il punto di partenza di qualcosa che l'establishment di Berlino fatica ancora a nominare per quello che è.

Alternativa per la Germania nasce nel 2013 come costola euroscettica staccatasi dall'area cristiano-democratica, un progetto elitario di professori ed economisti guidato da Bernd Lucke. In tredici anni quel guscio moderato è stato svuotato e riempito d'altro: oggi il partito è saldamente nelle mani della componente più radicale, quella vicina a Björn Höcke, che parla apertamente — per bocca dei suoi esponenti — di "remigrazione" e distingue pubblicamente tra tedeschi "veri" e tedeschi "solo di lingua". Alla guida nazionale siedono da anni Alice Weidel e Tino Chrupalla, riconfermati a inizio luglio con percentuali bulgare che raccontano più la disciplina interna di un apparato che il pluralismo di un partito democratico. L'obiettivo dichiarato, esplicito, non è più contenere l'AfD: è farla vincere, prima alle regionali, poi al Bundestag del 2029.

Il volto di questa vittoria ha un nome e un metodo. Ulrich Siegmund, 35 anni, non arriva dalla nomenklatura del partito ma da un percorso costruito a tavolino sulla comunicazione: video contro il lockdown durante la pandemia, centinaia di migliaia di follower su TikTok e Instagram, un'immagine curata di prossimità e sorriso permanente dietro cui, denunciano da anni cronisti e osservatori, si nasconde una sostanza politica sempre più radicale. Nel novembre 2023 Siegmund ha partecipato a un incontro a Potsdam in cui si discuteva pubblicamente di piani di deportazione di massa per immigrati e cittadini tedeschi di origine straniera — un summit che ha fatto scandalo in tutto il Paese e gli è costato la rimozione da una presidenza di commissione regionale. Da allora si è difeso derubricando tutto a partecipazione "privata". Più di recente, il suo nome è finito in un'inchiesta giornalistica su presunti favoritismi familiari: il padre avrebbe percepito oltre 7.500 euro al mese come collaboratore parlamentare di un collega di partito, in un partito che ha costruito la propria narrativa proprio sull'attacco ai "privilegi della casta". Der Spiegel lo ha soprannominato "l'uomo più pericoloso della Germania": lui, lungi dal respingere l'etichetta, l'ha trasformata in un trofeo, firmando copie della rivista ai suoi sostenitori.

Ma ridurre questo voto al solo carisma social di un candidato sarebbe un errore di analisi, oltre che un'assoluzione comoda per chi ha governato fin qui. I sondaggi all'uscita dai seggi raccontano una fuga di massa dall'elettorato dei cristiano-democratici del cancelliere Friedrich Merz, il partito che guidava il governo uscente dello Stato e che paga oggi anni di politiche percepite come distanti dai problemi reali delle persone. È la lettura, tra gli altri, di Jana Puglierin del Consiglio europeo per le relazioni estere: il successo dell'AfD non racconta l'attrattiva di un programma, ma il fallimento sistemico di un ceto politico incapace di offrire alternative credibili su lavoro, salari, sanità, sicurezza. Le voci raccolte tra gli elettori a Magdeburgo confermano il quadro: persone che dichiarano di aver "provato tutti gli altri partiti" senza ottenere nulla, e che si consegnano a un movimento xenofobo non per convinzione ideologica ma per sfinimento, in un'affluenza record trainata anche da moltissimi elettori al primo voto — segno che la destra radicale sta riuscendo dove la sinistra tedesca, da anni, non riesce più: mobilitare chi si sente escluso dal sistema.

Il vero terreno di scontro, adesso, si sposta nelle stanze chiuse dei negoziati. I cristiano-democratici, arrivati secondi ma con un distacco enorme, potrebbero provare a tenere in piedi un argine solo costruendo un'alleanza a quattro con socialdemocratici, Verdi, la sinistra di Die Linke e l'alleanza populista BSW — un fronte anti-AfD che però si regge su equilibri fragilissimi: pezzi della CDU locale continuano a rifiutare ogni intesa con Die Linke, mentre BSW pone veti sia sul governatore uscente sia, ovviamente, sull'AfD, spingendo per un profilo terzo che lo stesso Siegmund ha già respinto pubblicamente. Nel frattempo il candidato dell'AfD lavora sottotraccia per convincere singoli parlamentari cristiano-democratici a cambiare casacca: la stessa strategia con cui, altrove in Europa, le destre radicali hanno logorato dall'interno i cordoni sanitari costruiti per fermarle.

A pagare il conto politico più alto, a Berlino, potrebbe essere lo stesso Merz, la cui leadership vacilla già nel suo partito. Il vicecancelliere socialdemocratico Lars Klingbeil ha parlato di un "punto di svolta" per il Paese, parole che suonano insieme come diagnosi e come autoassoluzione tardiva. Sullo sfondo, però, restano le storie di chi rischia di pagare il prezzo più concreto di questa deriva: un ingegnere pakistano arrivato in Germania nel 2023, che ha studiato la lingua, si è laureato, ha trovato lavoro nelle infrastrutture pubbliche, e oggi , a un solo anno dalla residenza permanente, teme di veder cancellato tutto da un governo che promette deportazioni di massa in nome della "sicurezza". È il volto umano, quasi sempre invisibile nei titoli sui numeri elettorali, di quello che accade quando un sistema democratico smette di offrire risposte e lascia campo libero a chi promette, invece, dei colpevoli.

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