In un’intervista pubblicata da Jacobin e firmata da Artem Tidva, il sindacalista Erik Helgeson racconta una delle esperienze più significative di azione operaia contro il militarismo negli ultimi anni.
Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, i portuali svedesi decisero tramite voto interno di bloccare le navi russe. Non una decisione simbolica, ma un’azione concreta che mise in luce un dato spesso ignorato: anche mentre la politica condannava Mosca, i flussi commerciali continuavano a sostenere la sua economia.
Il boicottaggio ha però rivelato anche un altro livello del problema: l’opacità del capitalismo globale. Tra registrazioni offshore e proprietà schermate, identificare le navi legate alla Russia era spesso difficile. Nonostante questo, la pressione dei lavoratori ha contribuito a spingere aziende e opinione pubblica a prendere posizione.

La risposta dei datori di lavoro è stata dura: cause legali, sanzioni e, nel tempo, una crescente ostilità verso il sindacato. La stessa dinamica si è ripetuta nel 2025, quando i portuali hanno tentato di bloccare il commercio militare legato a Israele. In quel contesto, Helgeson è stato licenziato.
Il punto centrale dell’intervista è chiaro: queste azioni non fermano da sole le guerre, ma ne aumentano il costo. Interrompere anche parzialmente le catene di approvvigionamento significa creare rischio, rallentamenti, visibilità pubblica.
Per Helgeson, la questione è anche morale: il lavoro non può essere neutrale quando contribuisce direttamente alla violenza. E, soprattutto, i diritti sindacali non possono essere separati dai diritti umani.
La lezione che emerge è netta: quando la politica esita, la pressione dal basso può ancora spostare il confine del possibile.