Tassare l’intelligenza artificiale, ora

Tassare l’intelligenza artificiale, ora

Selezione della redazione, 2 gennaio 2026

Nel dibattito sull’impatto dell’intelligenza artificiale sull’economia, la questione fiscale resta una delle più controverse. Per anni, le proposte si sono concentrate su strumenti tradizionali; aumenti del salario minimo, tassazione delle imprese tecnologiche, o le cosiddette robot tax. Ma queste soluzioni, pur rispondendo a un disagio reale, faticano a intercettare la trasformazione strutturale in atto.

Secondo l’analisi di Sami Mahroum, il nodo centrale è che il valore economico non nasce più principalmente dal lavoro umano. Con l’automazione avanzata, il tempo delle persone e il tempo delle macchine non sono più comparabili, ma è proprio quest’ultimo a diventare decisivo nella produzione di ricchezza. 

Nelle economie industriali del Novecento, il tempo di lavoro era il parametro fondamentale per salari, tasse e welfare. Oggi questo legame si sta spezzando. Sistemi di intelligenza artificiale svolgono compiti complessi, generano profitti e sostituiscono funzioni prima affidate a lavoratori umani, senza però contribuire direttamente alla base fiscale costruita sul lavoro. Da qui nasce una distorsione evidente; la produttività cresce, ma le entrate pubbliche faticano a tenere il passo. Le risposte tradizionali rischiano così di agire sui sintomi senza affrontare la causa strutturale del problema.

La proposta di Mahroum parte da un’idea semplice ma radicale; se l’intelligenza artificiale produce valore attraverso il calcolo, allora è il tempo computazionale a dover essere considerato un fattore produttivo tassabile. Non le macchine in quanto tali, né l’innovazione in sé, ma l’uso intensivo di risorse computazionali per fini economici.

Tassare il tempo di calcolo significa spostare l’attenzione: dal lavoratore sostituito alla tecnologia che lo sostituisce; dalla difesa simbolica dell’occupazione a una redistribuzione più coerente con il nuovo paradigma produttivo; da una tassazione punitiva a una regolazione strutturale dell’automazione. In questo senso, l’idea si distingue nettamente dalle robot tax, spesso criticate perché difficili da definire e potenzialmente dannose per l’innovazione.

Un’imposta basata sul tempo di calcolo potrebbe generare nuove risorse fiscali da destinare a welfare, formazione, transizioni occupazionali e servizi pubblici. Al tempo stesso, introdurrebbe un principio di responsabilità per le grandi imprese tecnologiche, incentivandole a valutare con maggiore attenzione quando e come sostituire il lavoro umano con sistemi automatizzati.

L’obiettivo non è frenare il progresso tecnologico, ma evitare che l’automazione produca benefici privati e costi sociali.

In questa prospettiva, la tassazione diventa uno strumento di riequilibrio, non di penalizzazione.

Naturalmente, una simile proposta solleva interrogativi complessi. Misurare il tempo di calcolo in modo standardizzato, distinguere gli usi economici da quelli non commerciali, evitare arbitraggi fiscali tra paesi; sono tutte sfide che richiedono coordinamento internazionale e capacità regolatoria avanzata.

Ma ignorare il problema rischia di essere ancora più costoso. Continuare a tassare un’economia che non esiste più, mentre quella nuova cresce senza vincoli, significa accentuare disuguaglianze e fragilità sociali.

L’idea di tassare l’IA sul tempo di calcolo invita a ripensare una convinzione radicata; che solo il lavoro umano possa essere alla base del patto fiscale. In un’economia sempre più guidata da algoritmi, è necessario riconoscere che anche il tempo delle macchine produce valore e, quindi, responsabilità collettive.


Torna al blog