Arte dentro i luoghi

Arte dentro i luoghi

Artisti, curatrice e fondatori raccontano la formula di Germinale – di Silvia Sardi

Abbondanza di Johannes Pfeiffer nel chiostro della Chiesa dei Santi Vittore e Corona a Grazzano Badoglio

  Johannes Pfeiffer, Abbondanza, Chiostro della Chiesa dei Santi Vittore e Corona, Grazzano Badoglio. Ph. Chiara Ferrando.

La promessa alla prova dei luoghi

Con Arte fuori centro avevamo riconosciuto in Germinale una capacità precisa: coltivare il talento e integrarlo in un territorio, spostando il centro della produzione culturale anziché limitarsi a trasferire una mostra fuori città. È la visione che abbiamo scelto di accompagnare come media partner. Venerdì 11 settembre, all’inaugurazione generale di Rinco di Montiglio Monferrato, siamo andati a verificare come prende forma.

Vista da vicino, l’arte fuori centro è soprattutto una pratica dell’installazione. Un artista incontra una chiesa, una casa, un chiostro o un prato; ne ascolta la storia, misura le distanze, scopre materiali e persone. L’opera non viene semplicemente collocata: si ambienta. Il luogo smette di fare da sfondo ed entra nella sua forma.

Lo abbiamo visto attraverso tre gesti: Johannes Pfeiffer tende la materia verso l’alto; Carlo Gloria mette in cammino chi appartiene a Rinco per nascita, memoria o scelta; Gabriele Garbolino Rù trasforma un giardino in uno specchio d’acqua. Tre incontri che raccontano, meglio di una definizione, la formula di Germinale.

Prima viene il luogo

La relazione tra opera e spazio non avviene per caso. A immaginarla è Francesca Canfora, fondatrice e direttrice artistica delle arti visive e del live program di Germinale. Nel 2016, al Parco d’Arte Quarelli, aveva già co-curato Transitory People, legando giovani artisti, paesaggio, residenza e permanenza. Germinale porta quella sensibilità alla scala di un territorio.

Come costruisci l’incontro tra un artista e una sede? Quando capisci che tra i due è cominciato un dialogo?

L’incontro non è mai una sovrapposizione forzata, ma un processo di ascolto reciproco. Quando visito le sedi cerco di coglierne l’anima latente e la conformazione architettonica o paesaggistica. Poi penso a un artista la cui ricerca possa entrare in risonanza con quel luogo, per contrasto o per empatia. Il dialogo comincia quando l’artista smette di vedere lo spazio come un semplice contenitore e inizia a farsi condizionare da esso. Te ne accorgi quando il progetto originario devia, si adatta, si modella sulle suggestioni del luogo: l’opera non è più semplicemente esposta, ma diventa necessaria a quel contesto, e il contesto a lei.

Johannes Pfeiffer

Abbondanza  Chiostro della Chiesa dei Santi Vittore e Corona  Grazzano Badoglio

Johannes Pfeiffer è un artista internazionale che ha scelto l’Italia come uno dei luoghi della propria vita e della propria ricerca. Nato a Ulm, formatosi tra Roma e Carrara, lavora dagli anni Ottanta tra scultura, installazione ambientale, land art e luce. Ha fatto dialogare i mattoni con la Torre di Pisa, costruito una fenice per il parco olimpico di Pechino, ascoltato la memoria delle rocce nel deserto di Atacama e collocato Prometeo dentro un canyon di lava sull’Etna. Cambiano le geografie; resta il suo modo di partire dal luogo.

L’opera è nata prima del luogo oppure è stato il luogo a suggerirtela?

Ho fatto prima il sopralluogo. Carlo mi ha invitato e sono venuto qui ad agosto, ho fatto un giro e ho visto lo spazio. La base di tutto il mio lavoro è il luogo. Cerco di farmi ispirare, cerco il dialogo. Spesso il lavoro va dal materiale all’immateriale, quindi allo spirituale. I fili sono un veicolo quasi di luce che ci accompagna verso l’alto.

Ciotole industriali, pietre e fili bianchi nell’installazione Abbondanza di Johannes Pfeiffer

  Johannes Pfeiffer, Abbondanza, dettaglio dell’installazione. Ph. Chiara Ferrando.

Le ciotole erano costruite per contenere acqua e ora accolgono il grano. È da questo passaggio che nasce Abbondanza?

Sì. Sono elementi industriali, utilizzati come parte superiore e inferiore dei puffer per l’acqua calda. Ne avevo trovati alcuni tra i ferri delle demolizioni; poi sono arrivato all’azienda che li produce e sono andato a prenderne altri con il rimorchio. È un elemento molto materico, ma predisposto a contenere l’acqua. E l’acqua è parte della vita, alimenta il grano. Da lì è partita Abbondanza: un’installazione gioiosa, anche di auspicio.

Quanto spazio lasci allo sguardo degli altri?

Tutto lo spazio possibile. Uno parte da un concetto, ma poi è bello scoprire che cosa vedono gli altri. C’è sempre una libertà d’interpretazione: ognuno vede ciò che vuole vedere.

Carlo Gloria

Andiamo e veniamo  Quasi Fondazione Carlo Gloria  Rinco di Montiglio Monferrato

Carlo Gloria è contemporaneamente dentro e dietro Germinale: artista, fondatore e presidente della Quasi Fondazione che ha ideato il progetto. La fondazione è anche la sua casa. Sul suo muro, Andiamo e veniamo fa convivere chi appartiene a Rinco da generazioni e chi, come lui, ha scelto di arrivarci. Non oppone passato e futuro: li mette nella stessa traiettoria.

Figure di abitanti nel murale Andiamo e veniamo di Carlo Gloria a Rinco di Montiglio

  Carlo Gloria, Andiamo e veniamo, Quasi Fondazione Carlo Gloria, Rinco di Montiglio Monferrato. Ph. Chiara Ferrando.

Chi sono le persone che camminano in Andiamo e veniamo?

Sono le generazioni di Rinco. Ci sono i nativi rinchesi, i discendenti degli abitanti che oggi magari non vivono più qui ma hanno mantenuto la seconda casa, e ci sono coloro che, come me, hanno comprato casa e hanno scelto di venire a vivere a Rinco.

Quindi il paese è meno immobile di quanto possa sembrare?

Sì. Nell’opera i rinchesi sono mescolati alle persone che scelgono questo luogo. «Andiamo e Veniamo» è la dinamica di un paese che avanza, che cambia.

Gabriele Garbolino Rù

Zolle d’acqua  I Cappuccini 1624  Moncalvo

Il volto, la linea d’orizzonte, l’acqua come soglia e riflesso: sono elementi riconoscibili nella ricerca di Gabriele Garbolino Rù. Ai Cappuccini 1624 — l’antico convento di San Maurizio appena fuori Moncalvo, oggi residenza privata e tenuta agricola — non porta semplicemente cinque teste in un giardino. Le fa affiorare dall’erba. Il prato prende il posto dell’acqua e completa la rappresentazione.

Teste scultoree di Gabriele Garbolino Rù che affiorano dal prato dei Cappuccini 1624 a Moncalvo

  Gabriele Garbolino Rù, Zolle d’acqua, I Cappuccini 1624, Moncalvo. Ph. Chiara Ferrando.

È stata l’opera a cercare questo prato o il prato a chiamare l’opera?

Sono stati i proprietari dei Cappuccini a proporsi e a chiedere che qui ci fosse un’installazione. Questo dimostra che l’iniziativa si sta allargando: sempre più persone chiedono di partecipare. In questo luogo l’ambiente diventa liquido, l’erba diventa la piscina da cui emergono le figure. C’è una linea d’orizzonte, una linea di confine, e c’è questa terra che inaridisce. I nuotatori sembrano boccheggiare e diventano quasi zolle.

Come nascono questi volti?

Ogni scultura è figlia di quella precedente: ogni opera me ne suggerisce un’altra. Da tantissimi anni lavoro sul volto e sul ritratto. Il ritratto è il rapporto con l’altro, la relazione con l’altro. Non invento completamente una figura: mi piace che ci sia un soggetto reale al quale far interpretare un ruolo. In questo caso sono bambini e ragazzi. Mi piaceva l’idea della rinascita, di un mondo possibile.

In fotografia sembrano grandi teste di terracotta. Come sono realizzate davvero?

Parto sempre dalla creta e modello i soggetti, poi realizzo gli stampi. Queste sculture sono in resina e ferro, con una superficie ossidata. Anche le cuffie sono lavorate come se trattenessero ancora della terra.

Lo stupore e il riconoscimento

Torri costruite con listelli di legno nell’installazione di Raffaele Salvoldi nell’ex teatro di Portacomaro

 Raffaele Salvoldi, veduta dell’installazione presso l’ex teatro di Portacomaro. Ph. Chiara Ferrando.

 

Un dato laterale, ma eloquente, arriva da Instagram. Il post più apprezzato è quello dedicato alle torri di legno di Raffaele Salvoldi: un’opera immediata e vertiginosa, capace di conquistare adulti e bambini. Subito dopo, distanziando nettamente gli altri lavori, arriva Micromondi, l’opera costruita da 460 bambine e bambini delle scuole. I like non fanno critica, ma registrano due forme potenti di accesso all’arte: lo stupore e il riconoscimento.

Formelle in argilla di Micromondi sotto i piedi nella Pieve di San Lorenzo a Montiglio Monferrato

  Micromondi sotto i piedi, opera collettiva realizzata da 460 bambine e bambini delle scuole primarie del territorio, guidati da Gregorio Furnari. Pieve di San Lorenzo, Montiglio Monferrato. Ph. Chiara Ferrando.

Tenere insieme la costellazione

Il luogo entra nell’opera, ma la formula di Germinale richiede anche che diciannove Comuni, trenta sedi e linguaggi molto diversi restino leggibili come un unico progetto. Canfora ne custodisce la coerenza curatoriale; Riccardo Pietrantonio, fondatore e creative director, le dà una forma riconoscibile; Emiliano Rossi, fondatore e responsabile del supporto legale, costruisce l’infrastruttura che permette alla rete di funzionare.

Francesca, come si tiene insieme una costellazione senza imporle una forma troppo uniforme?

Il segreto sta nel valorizzare la specificità di ogni frammento. Germinale è una costellazione perché ogni stella brilla di luce propria, pur facendo parte dello stesso disegno. La coerenza non nasce da un’estetica omogenea, ma dall’approccio: qualità della proposta, rispetto del territorio e valorizzazione dei luoghi. Non vogliamo uniformare, ma tracciare i fili invisibili che collegano queste realtà. La costellazione ha senso se lascia abbastanza spazio bianco tra i punti, permettendo al visitatore di compiere il proprio viaggio di esplorazione.

Riccardo, la costellazione è diventata insieme immagine guida e identità del festival. Come è nata?

È stata la forma stessa di Germinale a suggerirla: un progetto diffuso, senza un unico centro, che mette in relazione luoghi, Comuni, artisti e comunità. Nel logo l’arco rimanda alla galleria e all’architettura; la stella porta lo sguardo fuori, verso il cielo aperto. Ha sette punte perché Germinale, oltre al significato botanico, era il settimo mese del calendario rivoluzionario francese. Da questo segno è nata una grammatica visiva fatta di elementi costanti — logo, costellazione, tipografia, palette — e variazioni legate al tema annuale. Non ho progettato un’identità che occupasse il territorio, ma un sistema capace di connetterlo.

Emiliano, qual è l’infrastruttura meno visibile che permette a questa rete di durare?

Prima che le opere arrivino nelle sedi bisogna trasformare disponibilità, interessi e aspettative in un sistema chiaro di diritti, responsabilità e tutele. Contratti, prestiti, proprietà intellettuale, spazi, sicurezza, assicurazioni e sponsorizzazioni rendono possibile la collaborazione tra artisti, enti pubblici, proprietari, sostenitori e volontari. Ma la parte più decisiva resta la costruzione di una rete di fiducia. È questo patrimonio di relazioni, ascolto e mediazione che consente al progetto di consolidarsi e durare. La sfida non è soltanto organizzare un festival, ma costruire una comunità disposta a investire stabilmente energie e risorse in un obiettivo comune.

Quello che resta

Francesca, che cosa ti auguri che la relazione tra opere e spazi lasci nei luoghi, oltre il tempo della mostra?

Mi auguro che Germinale offra uno sguardo nuovo. L’arte contemporanea può accendere un riflettore su dettagli, architetture e scorci che l’abitudine rende invisibili anche a chi quei luoghi li vive ogni giorno. Quando le mostre saranno disallestite, vorrei che restassero la consapevolezza del potenziale culturale del territorio e, nelle comunità, l’orgoglio di avere non soltanto ospitato, ma generato cultura. Da lì possono nascere una cura e una valorizzazione del patrimonio capaci di continuare nel tempo.

Arte fuori centro era la premessa. Dentro i luoghi ne abbiamo visto la verifica: Germinale funziona quando un’opera non occupa semplicemente uno spazio, ma ne modifica la percezione; e quando, una volta rimossa, non lo restituisce esattamente com’era prima.

Torna al blog