Comicità, fallimenti, lavoro creativo e diritto alla leggerezza: abbiamo incontrato Corinna Grandi, attrice, autrice e comica, prima del suo Di Palo in Frasca al Festival delle Arti Popolari. Intervista di Silvia Sardi
In Di Palo in Frasca usi la comicità per affrontare anche temi scomodi, tabù e fragilità. Cosa può permettersi la comicità che un discorso serio invece non riesce a fare? Perché?
Mi piace pensare che la chiave comica escluda il concetto di sentirsi giudicati. Nella comicità esistono regole/ruoli comici che guidano il racconto. In quella che faccio io mi pongo sempre come il perdente, quella che è inciampata, che non è capace, che non ha capito o non ce la fa. Il mio "fallimento", che per altro è sempre genuino, credetemi, è lo strumento attraverso il quale racconto quelli che dicevi tu, i temi scomodi, i tabù e le fragilità, ma dichiarandomi sconfitta mi piace pensare che il pubblico empatizzi con me, si senta rassicurato, perché le vite dei vincenti sono affascinanti ma sono rare, le vite normali sono più diffuse e personalmente più interessanti.
Allo stesso modo la mia rivalsa, il mio pensiero che va contro i cliché, nato da quel presupposto di sconfitta non dovrebbe generare in chi mi ascolta il pensiero che in qualche modo io mi metta al di sopra di nessuno o faccia la morale a chi che sia.
Cosa che specifico, perché quando sei in piedi, con le luci puntate, un microfono in mano davanti a una platea, non si può far finta che non sia una forma di potere, e nemmeno di non prendermi la responsabilità che quello che dico abbia un impatto su chi ascolta.
I discorsi seri sono necessari, ma non sono il mio linguaggio. A me piace definirmi un ibrido. Ti seduco con la risata, e una volta che sei nel mio mondo posso darti un punto di vista, forse diverso, forse esattamente il tuo, posso farti commuovere e usare tutte le carte che questo mestiere mi ha messo in mano.
Perché quanto è più potente emozionarsi, forse anche piangere, mentre stai ridendo di cuore?

| Corinna Grandi è attrice, autrice e comica. Si muove tra cabaret, stand-up e poesia e ha partecipato a Zelig e Le Iene. Porta sul palco una comicità ibrida, capace di attraversare fragilità, cliché e temi scomodi senza rinunciare alla leggerezza. Nel 2025 è stata speaker al TEDxSondrio con un intervento dedicato anche al riconoscersi — e dichiararsi — artista. |
Nel tuo TEDx a Sondrio racconti quanto sia stato importante arrivare a riconoscerti come comica, attrice e autrice. Ma questo riconoscimento sembra anche una conquista faticosa: perché per chi lavora nella creatività è ancora così difficile sentirsi “autorizzato” a definirsi per ciò che fa?
Nel mio intervento ponevo l'attenzione su un piccolo dettaglio: presentandomi ho detto di me "io sono un'attrice" e non "faccio l'attrice". Una differenza che sembra banale ma che forse identifica, così mi piace pensare, gli artisti rispetto a chi con grazia fa lavori diversi. E temo che il grosso di questo dipenda da chi un piano B non lo ha.
Essere è diverso da fare. Dentro una piccola variazione del verbo c’è la scelta e la consapevolezza di cià che si sta affermando: il lavoro creativo definisce l'identità di chi lo pratica. Non soltanto una professione, quindi, ma un modo di stare nel mondo — e forse proprio per questo qualcosa che si sente continuamente di dover legittimare.

Nel mio percorso di vita ho fatto tanti lavori prima di arrendermi al fatto che nulla mi avrebbe permesso di essere felice, nè di essere la persona che volevo diventare se non avessi fatto questo mestiere. Non hai idea dell'invidia per chi fa un certo lavoro, poi la vita gli da una porta in faccia e loro si reinventano, fanno altro, hanno degli hobby. Bravissimi. Io voglio e posso fare solo questo.
Paradossalmente l'"arrendersi" è una conquista. Accettare la propria vocazione diventa un atto di coraggio, un modo per abbracciare se stessi e "portarsi avanti", tagliando il giudizio del super-es, smorzando i capricci e prendendosi definitivamente sul serio.
Il che apre al concetto di "essere degno" di fare questo mestiere, concetto solo degli artisti, perché se una serata va male noi si mette in dubbio tutta la nostra esistenza, se un commercialista sbaglia una dichiarazione dei redditi non perde il sonno dicendosi "ah non sono degno di esercitare la professione", o almeno credo.
Ed eccolo, il cortocircuito: quando ciò che fai coincide così profondamente con ciò che sei, anche il fallimento professionale rischia di diventare un giudizio personale. Non è più soltanto “questa cosa non ha funzionato”, ma può trasformarsi molto rapidamente in “forse non sono abbastanza”.
Poi c'è il cliché che cercavo di spiegare sempre al Ted per cui, parlo per me, non ho un momento in cui io non stia lavorando, osservando ciò che mi è attorno perché potrei usarlo per un pezzo, scriverci un monologo, una battuta, io non stacco mai, io non so cosa siano le ferie a mente completamente libera.
Bella la vita coi lunedì a casa.
Sì ma non consideri che per me non esistono sabati e domeniche, e nemmeno le feste comandate.
Bella la vita a svegliarsi alle 11 del mattino.
Sì, ma di nuovo non consideri che sono andata a dormire alle 4 del mattino.
È anche qui che la percezione esterna spesso si inceppa. Vediamo il palco, il libro, lo spettacolo, il contenuto finito; molto meno tutto il tempo che lo precede. Perché nel lavoro creativo persino osservare, ascoltare, prendere appunti, attraversare una giornata può diventare parte del processo. Il confine tra tempo di vita e tempo di lavoro si fa sottile, qualche volta quasi impossibile da tracciare.
Poi non vorrei entrare in grandi discorsi di tutela e riconoscimento che lo Stato...vabeh...
Il lavoro dell'artista è insieme il più bello e il più brutto lavoro al mondo, perché tocca la propria definizione come essere umano e il proprio posizionamento del mondo. Forse non tutti i lavori toccano così nel profondo lo spirito di chi li fa. E da fuori...capisco sia difficile da capire.
Sentirsi “autorizzati” non significa potersi attribuire un titolo professionale, ma riconoscere come lavoro ciò che non ha orari, luoghi, percorsi o risultati immediatamente misurabili. E permettersi di dire, anche: “sono” – senza doverlo ogni volta dimostrare.

3. Il Festival rivendica gioco, leggerezza e tempo libero come qualcosa di necessario. Possiamo considerare anche il ridere una forma di libertà — magari persino una piccola forma di resistenza?
Sì. ridere è la leggerezza, il respiro, la salvezza, il sollievo, è la coccola, il non sentirsi soli, è la collettività e il soggettivo, è la speranza e il desiderio. È la sorpresa e la sete di averne ancora, che succeda ancora. E spesso la cornice dei ricordi belli.
Chi ha davvero il diritto di essere leggerə?
Per l'amor del cielo, tutti! Ma mi piace pensare che questo riguardi soprattutto chi dopo difficoltà, malattie, e quanto di brutto esiste a questo mondo possa tornare a essere legger*. Per gli altri, sarebbe sufficiente rendersi conto dello stato di grazia in cui si vive.

VEDERLA DAL VIVOGiovedì 17 settembre alle 21.30, Corinna Grandi porta Di Palo in Frasca a Casa Fools, per il Festival delle Arti Popolari: una stand-up comedy night tra improvvisazione, grandi traumi, fastidiosi tabù, antichi cliché e tutto quello di cui, prima o poi, bisogna trovare il modo di parlare. 📍 Casa Fools — via Bava 39, Torino |