FAP 2026 | INTERVISTA
Tempo libero, linguaggio, sicurezza e spazio pubblico: con l’attivista transfemminista Benedetta La Penna, il “diritto alla festa” diventa il diritto di stare senza dover continuamente negoziare la propria presenza.
Tu ti definisci transfemminista e lavori da anni sui diritti e sulla parità di genere. Oggi, nel 2026, qual è secondo te la forma di discriminazione più difficile da riconoscere perché ormai è diventata “normale”?
Le discriminazioni più difficili da riconoscere sono probabilmente quelle che abbiamo incorporato nella quotidianità fino a smettere di considerarle tali. Non necessariamente la violenza o la discriminazione esplicita, ma l'insieme di rinunce, precauzioni e adattamenti che alcune persone sono chiamate a compiere molto più di altre.
È considerato normale che una donna condivida la propria posizione con le amiche mentre torna a casa la sera o cambi strada se si sente seguita; che una coppia queer valuti il contesto prima di manifestare liberamente il proprio affetto; che una persona trans debba interrogarsi su quale bagno utilizzare. Così come continuiamo spesso a considerare quasi naturale che una quota maggiore del lavoro domestico e di cura ricada sulle donne, con conseguenze anche sulla quantità di tempo realmente disponibile per sé.

Sono esperienze differenti, che non possono essere sovrapposte, ma condividono un meccanismo: chiediamo ad alcuni corpi e ad alcune identità uno sforzo di adattamento maggiore rispetto ad altri.
È anche qui che trovo fondamentale lo sguardo transfemminista: non soltanto nella denuncia delle discriminazioni evidenti, ma nella capacità di interrogare ciò che abbiamo naturalizzato. Perché il fatto che qualcosa sia sempre accaduto non significa che sia neutro, giusto o inevitabile.
Una parte importante del tuo lavoro riguarda il linguaggio e la comunicazione. Quanto può davvero il linguaggio cambiare la realtà, e quando invece rischia di diventare soltanto una forma di correttezza superficiale?
Il linguaggio non cambia la realtà da solo, ma contribuisce a definire ciò che riusciamo a vedere, riconoscere e quindi anche mettere in discussione.
Nominare un'esperienza significa darle spazio nel discorso pubblico; modificare le parole che utilizziamo può aiutarci a mettere in discussione ciò che per molto tempo abbiamo considerato universale e che, in realtà, rappresentava soltanto una parte della società.
Per questo considero importante il linguaggio non escludente. Non perché una desinenza o una parola diversa possano risolvere una discriminazione, ma perché anche attraverso il linguaggio possiamo rendere visibili soggettività che sono state a lungo cancellate o considerate marginali.
Il rischio, però, è fermarsi alla dimensione simbolica. Si può utilizzare la schwa in ogni comunicazione e mantenere un'organizzazione nella quale i luoghi decisionali sono occupati prevalentemente dagli uomini. Si può parlare di inclusione e realizzare un evento o uno spazio materialmente inaccessibile. Si possono utilizzare parole estremamente avanzate senza modificare minimamente i rapporti di potere.
Il linguaggio acquista quindi una reale forza politica quando è accompagnato dalle pratiche. Le parole possono aprire uno spazio e modificare l'immaginario; la responsabilità successiva è fare in modo che quello spazio esista concretamente e possa essere realmente abitato da tutte e tutti.

Il FAP quest’anno parla di tempo libero, gioco e spazio condiviso. Se “il personale è politico”, lo sono anche il divertimento, il riposo e la possibilità di stare nello spazio pubblico: chi oggi deve ancora conquistarsi questo diritto?
Credo che dovremmo iniziare a considerare il tempo libero come un diritto e non come ciò che rimane dopo le questioni ritenute realmente importanti. Una vita dignitosa non è composta soltanto dal lavoro e dal soddisfacimento dei bisogni essenziali: comprende il riposo, il gioco, la cultura, le relazioni e persino la possibilità di perdere tempo.
Ma non siamo tuttə ugualmente liberə di farlo. C'è chi dispone di meno tempo perché sostiene una quota maggiore del lavoro di cura; chi ha minori possibilità economiche; chi vive lo spazio pubblico dovendo valutare costantemente la propria sicurezza; chi non può dare per scontato che un luogo sia accessibile o che la propria identità, il proprio corpo e i propri affetti possano essere espressi liberamente.
C'è poi una questione che considero centrale: quanti luoghi rimangono nelle nostre città nei quali sia possibile semplicemente stare senza essere obbligati a consumare? Sempre più spesso la socialità passa attraverso spazi commerciali nei quali la possibilità di restare è legata alla possibilità di acquistare qualcosa.
Per questo considero fondamentali gli spazi pubblici, i festival indipendenti, le realtà associative e le iniziative culturali gratuite. Producono qualcosa che non sempre è immediatamente traducibile in profitto: relazioni, partecipazione, confronto, appartenenza e comunità.
Una città democratica, in fondo, non dovrebbe riconoscersi soltanto da quanto facilmente possiamo attraversarla, ma anche da quanto liberamente possiamo abitarla.
Chi ha davvero il diritto di essere leggerə?
Essere leggerə, per me, significa poter abitare uno spazio senza dover continuamente negoziare la propria presenza. Significa poter smettere, almeno per un momento, di pensare al proprio corpo come a qualcosa da proteggere, controllare, giustificare o adattare.
La leggerezza è poter stare da solə in una piazza senza sentirsi fuori posto. Fermarsi senza necessariamente avere uno scopo o qualcosa da acquistare. Tornare a casa senza costruire una strategia per sentirsi al sicuro. Manifestare liberamente i propri affetti. Entrare in un luogo sapendo che quello spazio è stato pensato anche per il proprio corpo.
Per molte persone tutto questo è talmente normale da risultare invisibile. Per altre rappresenta ancora una conquista.
Per questo, accanto al diritto alla sicurezza, credo sia importante rivendicare un diritto all'agio. La sicurezza viene troppo spesso declinata esclusivamente attraverso controllo, sorveglianza e militarizzazione dello spazio pubblico. Ma uno spazio maggiormente controllato non è necessariamente uno spazio nel quale siamo tuttə più liberə.
Uno sguardo transfemminista può allora rovesciare la domanda: non soltanto come proteggiamo le persone considerate più vulnerabili, ma come costruiamo uno spazio nel quale nessunə debba sentirsi fuori posto?
La leggerezza, quindi, non è superficialità. È libertà. È poter abbassare le difese, fermarsi, incontrarsi, riposare, giocare e occupare lo spazio pubblico senza dover continuamente dimostrare di avere il diritto di essere lì.
| Benedetta La Penna è divulgatrice e attivista transfemminista. Si occupa di femminismo, pari opportunità, diritti umani e comunicazione inclusiva, intrecciando attività culturale, formazione, radio, scrittura e partecipazione politica. |
Sarà ospite del Festival delle Arti Popolari 2026 giovedì 17 settembre alle ore 20.00, a Casa Fools – via Bava 39, Torino, per il talk “Tempo libero, spazio comune: costruire il Paese dei Balocchi”, moderato da Roberta Calia, insieme ad Anna Maria Bava e Disability Pride. Al centro, una domanda che attraversa anche questa intervista: come costruire uno spazio pubblico e uno spazio di festa che siano davvero di tuttə?
Ingresso libero con tessera ARCI. Prenotazione consigliata.