La Postura del Consenso porta a Torino una riflessione sulla parità che va oltre la rappresentazione. Con Vale Gallo parliamo di lavoro culturale, accesso alle reti, luoghi decisionali e di cosa significa davvero creare condizioni uguali per produrre, dirigere, essere pagate e avere potere.
Intervista a Valentina Gallo a cura di Silvia Sardi
La parità culturale non si misura soltanto contando quante donne salgono su un palco.
Si misura anche da chi produce, chi programma, chi accede ai finanziamenti, chi viene chiamato a dirigere, chi occupa i luoghi in cui vengono prese le decisioni. E, prima ancora, da quanto una città riconosce la cultura come lavoro, economia e infrastruttura, invece che come elemento accessorio della propria identità.
È da qui che prende forma la conversazione con Vale Gallo, nel contesto de La Postura del Consenso: non dalla necessità di aggiungere una voce femminile al racconto culturale torinese, ma da quella di interrogare le condizioni che determinano chi può realmente entrare, restare e incidere nel sistema.
Hai detto che “Torino non si apre da sola”. Se il problema non è soltanto entrare in una scena culturale, ma avere le condizioni per poterci lavorare e crescere, qual è oggi il varco più urgente da aprire?
Prima di tutto credo serva un progetto comune e molto preciso, che parta da un cambio di prospettiva: considerare finalmente la cultura come un vero settore produttivo. Non come qualcosa di accessorio, decorativo o da sostenere solo perché “fa bene alla città”, ma come un comparto che produce lavoro, professionalità, economia, turismo, servizi e indotto.
Da lì bisogna costruire politiche conseguenti: investimenti, continuità, accesso agli spazi, sostegno alle imprese e alle organizzazioni culturali, riconoscimento delle competenze e del lavoro. E poi fare in modo che questo settore diventi davvero paritario, non soltanto nella rappresentazione ma nelle condizioni di accesso, nelle retribuzioni, nelle opportunità e nei luoghi in cui si prendono le decisioni.
Per me il varco è questo: passare dalla cultura trattata come eccezione alla cultura riconosciuta come infrastruttura produttiva della città.
La presenza delle donne sui palchi è cresciuta, ma Vale Gallo mette in guardia da una lettura troppo ottimista: la rappresentazione non coincide con l’accesso reale al sistema. Dove si gioca oggi la partita della parità nel mondo culturale?
Intanto starei attenta anche a dire che la presenza delle donne sui palchi sia ormai un problema risolto. È sicuramente cresciuta l’attenzione, ma i dati ci raccontano ancora un sistema squilibrato.
Nel 2024, secondo Eurostat, l’Italia era tra i Paesi europei con il maggiore divario di genere nell’occupazione culturale, con circa dieci punti percentuali in più a favore degli uomini. E, a livello europeo, anche quando la presenza complessiva si avvicina alla parità, le donne restano meno presenti nelle posizioni decisionali: nel 2024 erano il 43,9% dei manager nel settore culturale, quindi ancora sotto la metà.
C’è qualche segnale positivo: i dati INPS più recenti mostrano che nel 2025 le donne sono state la componente cresciuta maggiormente tra i lavoratori dello spettacolo, con un aumento del 4,1%, superiore alla crescita complessiva del settore, pari al 2,7%.
Ma crescere non significa avere già pari opportunità.
La partita vera oggi si gioca quindi dietro il palco quanto sul palco: produzione, direzione artistica, tecnica, management, accesso ai finanziamenti, reti professionali, festival, programmazione, incarichi e luoghi decisionali.
E questa cosa mi colpisce ancora di più perché il settore culturale è pieno di donne con competenze altissime, produttrici, tecniche, manager, direttrici, progettiste, artiste. Non c’è un problema di mancanza di professionalità femminili: c’è ancora un problema di accesso alle stesse opportunità, allo stesso riconoscimento e allo stesso potere.
Hai detto che non vuoi un festival “che parli alle donne delle donne”. Chi vorresti riuscire a portare dentro questa conversazione che oggi, invece, ne rimane ancora fuori?
Vorrei prima di tutto portare dentro chi pensa che questi temi non lo riguardino. Perché finché discutiamo di stereotipi, discriminazioni e pari opportunità soltanto tra persone già sensibili a questi argomenti, rischiamo di parlarci addosso.
Solo qualche giorno fa ho sentito dire, parlando di un’autrice che so essere anche produttrice: “le basi le farà suo marito”. Ecco, siamo ancora lì. L’idea automatica che dietro una competenza tecnica, una produzione musicale, una scelta artistica complessa debba esserci per forza un uomo. Non necessariamente per cattiveria: spesso è uno stereotipo talmente sedimentato da uscire senza che nemmeno ce ne accorgiamo.
A me piacerebbe che La Postura del Consenso servisse proprio a rompere questi automatismi.
Non voglio convincere le donne che le donne sono capaci: lo sappiamo già. Vorrei coinvolgere uomini, operatori culturali, programmatori, pubblico, istituzioni, ragazzi e ragazze molto giovani, persone che magari non hanno mai pensato a questi meccanismi.
E soprattutto vorrei che uscissimo dalla dimensione puramente simbolica.
La parità non è mettere una donna in più in una fotografia o in un cartellone: è creare condizioni concrete perché una professionista possa avere la stessa possibilità di essere scelta, produrre, dirigere, sbagliare, riuscire, essere pagata e avere potere decisionale.
Quando questo diventerà normale, forse non avremo più bisogno nemmeno di sottolinearlo.
Stai parlando di come funziona — o non funziona — un ecosistema culturale. Che cosa prova a fare, concretamente, La Postura del Consenso dentro questo sistema?
La Postura del Consenso prova a trasformare questi temi in pratiche, incontri e occasioni concrete. Il festival mette insieme musica, performance, talk, produzione artistica, mentoring e networking, con l’idea che la parità non si costruisca soltanto sul palco, ma anche nei processi che permettono a un’artista o a una professionista di accedere a competenze, reti, visibilità e possibilità di lavoro.
L’edizione 2026, In alto mare?, parte proprio da qui: dalla necessità di capire a che punto siamo davvero rispetto alla parità e a quali condizioni rendano possibile per chi si riconosce nel genere femminile non soltanto essere rappresentata, ma produrre, progettare, dirigere, essere scelta e trovare spazio nei luoghi in cui la cultura viene costruita.
Quest’anno il festival concentra il proprio sguardo soprattutto sulla scena locale e nazionale, lavorando sulle reti, sulle professionalità e sulle energie già presenti sul territorio; il percorso è pensato però in prospettiva, con l’obiettivo di aprire nel 2027 una dimensione più internazionale, mettendo in relazione esperienze, pratiche e professioniste provenienti da contesti diversi.

Per questo il festival non vuole parlare soltanto a un pubblico già sensibile al tema. L’obiettivo è allargare la conversazione a operatori culturali, programmatori, istituzioni, pubblico, uomini e persone più giovani, usando i linguaggi artistici come punto di accesso a una riflessione più ampia su stereotipi, lavoro, potere e opportunità.
In questo senso, La Postura del Consenso non è soltanto un cartellone di appuntamenti: è uno spazio in cui mettere in relazione artisti, professionisti, organizzazioni e pubblico, provando a rendere visibili proprio quei passaggi — produzione, reti, accesso alle opportunità, riconoscimento delle competenze — su cui, come emerge dall’intervista, si gioca oggi una parte decisiva della parità culturale.
A dare corpo a In alto mare? è una costellazione di artiste, autrici, performer, professioniste e realtà culturali che attraversano linguaggi molto diversi.
Ci sono Chiara Alessi, curatrice e saggista che lavora sui temi del design e della cultura materiale; Cathy La Torre, avvocata e attivista per i diritti civili; Nogaye Ndiaye, attivista e divulgatrice sui temi dei diritti umani, dell’antirazzismo e del femminismo; Lucrezia Ercoli, filosofa, docente di Estetica e direttrice artistica di Popsophia.
Sul versante musicale e performativo arrivano Whitemary, cantautrice e producer elettronica; Maura Bloom, autrice, performer e comica satirica; Giada Biaggi, scrittrice e stand-up comedian; insieme a voci e progetti della scena contemporanea come Ellie Cottino, Luzai e Turbolenta.
E poi ci sono percorsi che lavorano direttamente sulla produzione culturale, sulle reti professionali e sugli stereotipi di genere: Equaly, realtà attiva sul tema della parità nell’industria musicale, e Mica Macho, progetto di divulgazione e formazione sulle maschilità e sui ruoli di genere, che insieme a Osservatorio Maschile dà vita a Hey Man!.

Nomi e percorsi differenti, messi intenzionalmente uno accanto all’altro: musica e scrittura, corpi e performance, produzione culturale, stereotipi, lavoro, rappresentazione e nuovi modelli di maschilità.
Perché, se siamo davvero “in alto mare”, galleggiare non basta: bisogna scegliere una direzione e provare, insieme, a raggiungere terra.
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SPAZIO BAÔM
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