In alto mare, ma non rassegnati. Rossa Perpendicolare e il diritto di essere radicali

In alto mare, ma non rassegnati. Rossa Perpendicolare e il diritto di essere radicali

di Silvia Sardi

Rossa Perpendicolare arriva a Torino con Un altro mondo davanti, ma il punto non è soltanto ciò che porterà sul palco. Nelle sue parole tornano con forza ideologia, disuguaglianze, spirito critico, appartenenza, radicalità e rifiuto della rassegnazione.

Dentro il percorso de La Postura del Consenso – In alto mare?, ne è uscita un’intervista netta, politica e senza troppe cautele. Proprio per questo, necessaria.

Terra!, proprio nei giorni scorsi a Roma, hai parlato della necessità di trovare le domande giuste dentro quello che hai definito un “mare in tempesta”. Arrivi ora a Torino per un festival che domanda “In alto mare?”. Allora te la giro così: secondo te, oggi, su che cosa siamo davvero
ancora in alto mare?


Io ti rispondo con un’altra domanda: “siamo” chi?
Tu parli del mio discorso a Terra! dove i miei ascoltatori erano tutti di sinistra, e il noi presupponeva una visione comune. Ma per rispondere a una domanda decontestualizzata serve capire di che “noi” stiamo parlando.

Oggi nel mondo i miliardari sono in continuo aumento e la ricchezza si concentra sempre di più in poche mani. E in Italia solo nel 2025 il 91% della ricchezza prodotta è andata al 5% delle famiglie. Bene, dal punto di vista di queste persone non siamo in alto mare, ma in un porto sicuro. 

E tutte le loro politiche sono fatte per renderlo più sicuro ancora, attraverso l’oppressione dei più deboli, la distruzione dei diritti dei lavoratori, l’erosione del diritto di sciopero, la distruzione dello Stato sociale, la criminalizzazione della sinistra, il continuo riarmo che porta profitto inimmaginabili.
Se invece parliamo di gente normale, di gente che lavora è che magari è povera lo stesso, come succede al 10% degli italiani, di gente arrestata perché manifesta, di gente censurata per il suo pensiero e – lasciamelo dire – di donne che vivono il gap salariale, che non hanno alcun supporto da
un governo che boccia perfino il congedo paritario, allora è chiaro che siamo in alto mare. E su cosa credo sia sotto gli occhi di tutti.

Rossa Perpendicolare in primo piano, ispirato al tema “In alto mare?” de La Postura del Consenso

Il tuo lavoro mette continuamente in relazione politica, diritti, cultura, femminismo, disuguaglianze e linguaggio. Quanto conta, nel costruire una società del consenso, imparare prima di tutto a riconoscere le narrazioni dentro cui siamo immersi — e quelle a cui abbiamo finito per acconsentire senza quasi accorgercene?

Quello di cui tu parli ha un nome preciso: si chiama spirito critico. Ed è il vero bersaglio di tutta l’azione e la comunicazione di una certa parte politica, che non lo vede come funzionale al suo potere.

Può farlo in maniera violenta e diretta, come Trump con le sanzioni a Francesca Albanese o al collettivo Autistici/Inventati, per eliminare la stessa possibilità di fare narrazioni diverse da quelle irreggimentate del potere.
O può farlo in maniera più subdola, grazie alle narrazioni continue di una stampa complice, a un tipo di comunicazione da social nel senso dispregiativo del termine e a un modello di scuola come quello del signor Valditara che elimina il dibattito, vieta ai ragazzi di esprimersi, riduce le ore di
cultura e vede gli imprenditori come “missionari” chiamati a portare il verbo del mercato nella scuola.
Io non credo che avrà successo, perché i ragazzi se ne accorgono e si ribellano: gruppi come OSA o Cambiare Rotta stanno facendo vere battaglie politiche che smontano le narrazioni propagandistiche. E poi ci sono divulgatori come me, ma anche come molti altri che fanno un’opera quasi quotidiana di contronarrazione. Conducendo Base Terra ho avuto modo di averne molti come ospiti: Christian Correnti, Giordano Gasperini, Naky il Coinquilino, Cotoletta Fit. Ma ce ne sono tantissimi altri impegnati in questa contronarrazione, che serve proprio a mettere in luce
l’ipocrisia delle parole del potere.

Sui social scegli spesso una posizione netta, anche quando significa esporti allo scontro. Ma il consenso non è unanimità e il dissenso non è necessariamente conflitto. Come si costruisce oggi uno spazio pubblico in cui ci si possa opporre, discutere e cambiare idea senza trasformare ogni confronto in una guerra di appartenenza?

Anche qui bisogna capire bene cosa vuol dire “guerra di appartenenza”. Se parli di “tifoseria”, magari a carattere identitario, sono d’accordo: anche tutti i miei reel sono sempre impostati sul ragionamento e su dati reali. 

Ma nascondere l’appartenenza è sbagliato a mio avviso: a me non interessa “il consenso”, a me interessa far capire un punto di vista che deriva da un’appartenenza e da una precisa ideologia.

Rossa Perpendicolare durante un intervento pubblico con microfono,  ispirati all’identità visiva de La Postura del Consenso.In questi anni la parola ideologia è diventata quasi un insulto, ma è profondamente sbagliato, perché l’ideologia è una visione trasformativa della realtà, che non si limita a prendere atto della situazione ma che lotta per cambiarla. Ed è quindi osteggiata da chi non vuole il cambiamento, ma opera in una visione conservatrice o addirittura reazionaria. Ma ricordiamoci che anche l’esaltazione del pragmatismo è una ideologia. Quindi io me ne fregherei del consenso, se posso dirlo. E lo dico anche alla sinistra. La spasmodica ricerca del consenso porta alla mediazione e al compromesso, ma porta alla mediazione solo il cosiddetto “centro-sinistra”, perché la destra non si vergogna di essere radicale. E allora iniziamo a essere radicali anche noi. Come Mamdani a New York, come Myriam Bergman in Argentina, come Talarico in California. Ne potrei citare tanti altri. Quel 95% di italiani escluso dalla ricchezza di cui ho parlato all’inizio, sempre più povero, è stanco delle soluzioni di compromesso, è stanco di non potersi più permettere di fare la spesa, è stanco di vedere un AD prendere in un anno quello che un operaio potrebbe guadagnare solo in 490 anni. E questi sono dati, non esagerazioni. 
Serve liberarsi dalla rassegnazione, dal pensare che tanto non cambia mai nulla.

Viene in mente Slavoj Žižek, quando scrive che abbandonare la speranza è la più potente forma di ottimismo. Non la speranza come rinuncia, ma quella che smette di affidarsi all’idea che qualcosa, prima o poi, si aggiusterà da solo. Per Žižek siamo già arrivati, in qualche modo, alla fine del mondo, anche se non vogliamo ammetterlo.
Forse è proprio da lì che si ricomincia: quando non resta più nulla da aspettare, resta qualcosa da fare.

Il mio ultimo libro, “E mi sono sentita meno sola” parla proprio di questo. E di questo parlava Gramsci quando
scriveva che serve agire e serve essere partigiani. Ecco cosa diceva:

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. (…)

Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

A Torino porterai Un altro mondo davanti: già il titolo contiene una possibilità, quasi un atto di fiducia. Tra attivismo, divulgazione e teatro, che cosa può fare oggi la parola per rendere quell’“altro mondo” non soltanto immaginabile, ma praticabile? Quanto sono già presenti le nuove generazioni in questo possibile futuro? 

Il monologo che ho scritto parte da due storie vere: quella di Junko Tabei, la prima donna che raggiunge la cima dell’Everest nel 1975, e di Kukaa, piccolo migrante del Mali morto in uno dei più spaventosi disastri avvenuti nel  Mediterraneo. Quando il suo corpo fu recuperato scoprirono che aveva la pagella cucita nella giacca: quasi un atto di ribellione verso un mondo che non voleva considerarlo. Ecco, queste due storie nel mio monologo diventano una cartina tornasole per parlare anche di noi e delle nostre scelte di oggi. E della possibilità, se siamo uniti, di cambiare le cose.

Collage editoriale con due immagini di Rossa Perpendicolare e simboli legati ai temi dell’intervista: ideologia, spirito critico, radicalità, disuguaglianze, 95 per cento della popolazione e rifiuto della rassegnazione, su fondo blu con elementi marini.
Tu mi chiedi cosa può fare la parola. La parola può fare tutto, nel bene e nel male. Le leggi razziali erano fatte di parole. I decreti sicurezza oppressivi di oggi sono fatti di parole. La diffusione di una cultura dell’intolleranza e della violenza è fatta di parole.

Ma le parole possono anche fare altro. Possono aprire la mente. Possono darci senso critico. Possono portarci di nuovo a mobilitarci, a partecipare, a votare. 

Le nuove generazioni lo sanno bene, ne abbiamo parlato prima. Per questo vengono represse e ci cerca di ridicolizzarle e di ammutolirle.

Ma sono le parole che spingono al cambiamento, le parole che stanno facendo rinascere il socialismo perfino negli Stati Uniti, dove ormai ha conquistato le nuove generazioni. Le parole che hanno portato gli attivisti della Sardegna a opporsi allo stupro della loro Terra. Le parole che hanno portato gli italiani a opporsi allo stupro della Costituzione nel referendum di Marzo. E le parole possono anche portarci a creare un altro mondo, che sta davanti a noi. Di questo parla il mio monologo, e a ben guardare tutta la mia attività.

Giovedì 17 settembre Rossa Perpendicolare sarà al CAP10100 di Torino con Un altro mondo davanti, con gli interventi musicali degli Attimi Fuggenti: parole, teatro e musica per interrogare il presente e provare a immaginare — insieme — ciò che può venire dopo.

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