"Il luogo più pericoloso": l'arte contro la violenza sulle donne

Una madre e una figlia assieme, in un percorso artistico che ha a che fare con le donne, con la denuncia delle violenze che attraversano il tempo, di generazione in generazione. Dirlo e ribadirlo non basta, occorre avvicinarsi di più al problema partendo proprio dallo schedario di scuse, di giustificazioni che spesso e volentieri minimizzano la violenza. Silvia Levenson e Natalia Saurin l'hanno fatto partendo da un installazione denominata Il luogo più pericoloso, dove a parlare sono 94 piatti di ceramica usati, decorati con frasi estrapolate dai media ripetute dai colpevoli come forma di assoluzione. Abbiamo intervistato Natalia proprio sul progetto artistico che sta portando avanti con Silvia. 

Natalia si parla sempre più frequentemente di femminicidio, i dati sulle violenze e gli omicidi all’interno del nucleo familiare o nella sfera degli affetti sono drammatici e sconcertanti. Mi sembra che questo sia il punto di partenza del progetto artistico “Il luogo più pericoloso”. 

Si, il punto di partenza è un rapporto pubblicato nel 2018 delle Nazioni Unite che afferma che il luogo più pericoloso per le donne è casa propria. I numeri sono veramente spaventosi non solo in Italia ma in tutto il mondo: sono circa 50.000 donne e ragazze uccise ogni anno per femminicidio. Con questa installazione portiamo nello spazio domestico - i piatti da cucina - le frasi che i media usano per raccontare queste violenze e i luoghi comuni tossici presenti nella nostra società (era un brav’uomo, quante storie per due schiaffi, se l’è cercata).

L’installazione è stata realizzata con 94 piatti di ceramica, ognuno dei quali è stato decorato con frasi e citazioni di cui i media fanno uso quando si parla di casi di femminicidio. So che il progetto è stato realizzato in sinergia con tua madre, Silvia Levenson. Questo è molto bello. Come siete arrivate a definire questa modalità di critica sociale? 

Si è un progetto che abbiamo realizzato assieme, con Silvia abbiamo un rapporto non solo di sangue, ma di collaborazione e rispetto in quanto artiste. Già avevamo collaborato nel 2005 e 2007 con due lavori di video arte “Something wrong” e “Everything is ok”, sempre sulla violenza e le costrizioni sociali. Siamo abituate a discutere e a riflettere sulle dinamiche umane e la pratica artistica ci ha portato a dare forma a questi confronti. 

Abbiamo sentito entrambe l’urgenza di parlare della violenza sulle donne nelle case, nelle famiglie, in una società che purtroppo continua a giustificare, minimizzare e banalizzare le relazioni violente.

Poi è arrivata la pandemia che ci ha chiuso tutti in casa, questo ha triplicato i casi di violenze domestiche e ha reso necessario rendere più mediatica l’opera, per questo l’installazione è diventata un’azione in piazza Duomo a Milano, dove i piatti non erano più a terra ma erano sorretti da donne.

Alcuni piatti compaiono con scritte in spagnolo, inglese e francese. Chiaramente c’è una critica più generale, che non concerne solo la società italiana, ma la società patriarcale, machista in genere. Sbaglio?

E’ questo il punto, purtroppo gli uomini uccidono le donne in tutto il mondo, senza distinzioni di classe, cultura e luoghi. E’ aberrante ma è così, in questo senso il movimento Ni una menos in Argentina sta usando slogan che spostano leggermente ma in maniera sostanziale l’asse del discorso “Paren de matarnos” (smettete di ucciderci), “Vivas nos queremos” (vive ci vogliamo). L’installazione “Il luogo più pericoloso” è stata presentata per la prima volta a Firenze, nel cortile del Michelozzo in occasione della Giornata Mondiale contro l’eliminazione della violenza sulle donne. Ci premeva evidenziare che il femminicidio è una piaga che non ha confini, e per questo abbiamo deciso di utilizzare frasi in più lingue. Sono parole che esprimono il desiderio di controllo, il rapporto di potere, pronunciate sia dai media che da uomini incapaci di gestire il rifiuto o il fallimento di una relazione sentimentale (non lo farò più, senza di me non sei niente …). Il femminicidio non è la conseguenza di un improvviso e momentaneo impulso violento ma l’esito di un lungo processo emotivo, spesso sottovalutato, e di una radicata cultura di violenza verso le donne.

Quanto è importante la tematica femminile in ciò che fai? 

Mi interessano i codici sociali, gli stereotipi e le storie che ci determinano. Si pensa sempre che la tematica femminile sia separata dalla tematica maschile, ma quello che mi interessa sono le relazioni. Nel caso specifico dell’installazione “Il luogo più pericoloso” i piatti vengono sempre visti come un elemento femminile dimenticandosi che tutti indifferenziatamente utilizziamo i piatti per mangiare. Questo fa già riflettere.

Si parla sempre più delle donne come le vere vittime economiche di questa crisi pandemica. Gli ultimi dati Istat riportano un dato sconcertante: su 101 mila lavoratori persi, 99 mila sono donne. A tuo avviso da dove bisognerebbe ripartire per eliminare questa ed altre diseguaglianze?

La realtà è paradossale, ad esempio in ambito lavorativo tutti si aspettano che le donne lavorino come se non avessero figli e che crescano figli come se non lavorassero. Con la pandemia le criticità del sistema sono davanti agli occhi di tutti, e mi sembra molto concreta la richiesta del movimento Giusto Mezzo affinchè la metà dei fondi del Recovery Found sia destinato a politiche integrate di genere, ora come ora la maternità e la cura della famiglia sono totalmente a carico delle donne.

L’indipendenza economica è uno dei passi per uscire dalle dinamiche di potere patriarcali.

L’arte può essere un pungolo per un miglioramento sociale e globale? Hai dei riferimenti artistici sulla scena internazionale? In Argentina, dove hai trascorso diversi anni?

L’arte ha il potere di mostrare altri modi di vedere la realtà; oggi più che mai abbiamo bisogno di porci domande e di ripensare i modelli granitici pieni di preconcetti che ci portiamo dietro. Ci sono lavori che apprezzo molto come quelli di Agnes Vardà, JR, Bill Viola, Jenny Holzer, Marina Abramovic che fanno questo, spostano l’asse del discorso. A novembre abbiamo realizzato con Silvia Levenson la mostra “Ni una menos” presso il Consolato Argentino a Roma (Casa Argentina), riallacciando rapporti con curatori e artisti argentini è nato il progetto di portare “Il luogo più pericoloso” a Buenos Aires in forma più partecipativa come laboratorio e mostra. Sarà un’ottima occasione per “rematriar”, per tornare alla terra madre