L’editore artigiano e il libraio in fondo alla città. Intervista a Raimondo Di Maio

Intervista di Gioconda Fappiano | Napoli, 11 dicembre 2022

Non solo editore, ma anche  Il libraio in fondo alla città perché  di Napoli conosce fino in fondo tutto quello che è stato scritto, Raimondo Di Maio è il proprietario della celebre libreria  Dante & Descartes,  nel cui nome fa incontrare il padre della letteratura con quello della filosofia moderna. Il suo tempio dei libri perduti e ritrovati è ubicato a via Mezzacannone , nella trafficata zona universitaria.  In questo spazio accogliente sono passati intellettuali e fratelli di libri come Danilo Dolci, Goffredo Fofi, Domenico Rea,  Erri De Luca che nel suo romanzo, “La natura esposta” , lo ricorda come “don Raimondo”, uno degli ultimi editori e librai napoletani che resistono alla crisi.   Da buon scopritore di talenti, nel 2020  ha pubblicato “Averno”, silloge poetica di Louise Glück,  poetessa della solitudine fino a quel momento poco conosciuta in Italia, insignita poi del premio Nobel. 

Raimondo, il lavoro che fai è una vocazione, un mestiere oppure dietro c’è altro?

Credo sia una risorsa per vivere, una sorta di strano dispositivo fare il libraio, soprattutto oggi. Siamo a cavallo tra un vecchio mondo del libro e della professionalità chiesta e una modalità tutta nuova, che non ha con raffronti con le epoche precedenti. Posso dire però che c’è della vocazione e una grande passione civile nel scegliere e vendere libri ….

Una grande passione civile dettata da un impegno politico, da una visione etica laica e in qualche modo anche sacra della funzione del libro?

Una dimensione molto laica e civile. Credo che il libro sia uno strumento di emancipazione per se stessi e per gli altri, quando corrisponde alla sua vera funzione di strumento del sapere. Quando invece il libro, la sua produzione e circolazione, è ridotto a semplice merce da “consumare”, diventa  come uno yogurt, una merce da supermercato, c’è un bisogno di essere comprato e consumato entro la scadenza consigliata. Così si tradisce l’attesa del lettore e dello studioso, insomma di chi ne fa uso. 

Credo che dietro tutto questo ci sia un serio problema culturale nostro del Paese. Basta sentire un qualsiasi intervento dei nostri politici per notare che manca una preparazione, usano un lessico di una povertà imbarazzante a fronte di una lingua prestigiosa, quella di Dante, Leopardi e Manzoni. Manca, insieme alla lingua e alla comunicazione in un italiano medio, la professionalità politica. Anche gli aggettivi usati dai politici sono fuori luogo e invece di fare chiarezza confondono le idee di chi li ascolta. Dispiace inoltre sentire da certi ministri, come il ministro Giuseppe Valditara, invocare tra i suoi aggettivi e predicati la questione del merito e umiliare i meno preparati. Questo di fatto escluderebbe dall’istruzione e lascerebbe indietro tanti giovani … I giovani sono il futuro di un Paese. Chi condanna così un’intera generazione, che ha ereditato già tanti problemi perché non siamo riusciti a dar loro una società giusta, chi parla  in questo modo,  non potrebbe fare il ministro.

Questo è un disastro perché nella lingua c’è la visione del mondo e questo signore, che parla in questo modo, ha una brutta visione del mondo.

Come è cambiato a Napoli il rapporto con la cultura? Da cosa attinge Napoli maggiormente?

Dalla miseria. A Napoli c’è tanta disoccupazione, c’è tanta scrittura, c’è tanto studio da parte dei giovani, e c’è tanto lavoro sia teatrale che letterario. Naturalmente Napoli è rimasto il Sud. Anche se la città è cresciuta nei consumi in maniera paritaria rispetto al Nord, nelle sue capacità imprenditoriali editoriali è rimasta un piccolo centro meridionale che dipende da quanto si decide a Roma o a Milano dove ci sono le grandi case editrici, la distribuzione, le librerie, le catene. È tutto un campo di gioco del nord Italia. Lì si decide cosa far leggere all’intero Paese. Il Sud conta poco e noi proviamo nei limiti del possibile a  proporre delle eccellenze.

Secondo te, cosa servirebbe al Sud per un riscatto culturale, sociale, politico? Qual è la prima cosa che ti viene in mente?

La prima cosa che mi viene in mente è che servirebbe un assetto produttivo che manca, civile, pulito e che non sia infangato dalla corruzione e dalla camorra. Questa è la prima cosa da cui di partire. Quindi spazio ai giovani che studiano. Noi non possiamo continuare ad allevare e formare giovani per mandarli al Nord. In Germania fecero un  muro, naturalmente tragico per la storia di quel paese, che però stava lì perché non si poteva  far studiare i giovani per poi mandarli dall’altra parte, nel mondo dell’Occidente. Una tragedia, ripeto. Conosco  bene quel muro perché ho lavorato a Berlino in quegli anni Settanta.  Non possiamo però pensare di far studiare i nostri figli senza sapere come, o peggio farli studiare solo perché figli di italiani, e ipotizzare nel loro certificato di nascita “l’uso dell’università”. Questo non significa dare loro la possibilità di scegliere cosa studiare, ma  mandarli in questa sorta di “garage”, dove entrare e uscire, e se poi si è bravi, al massimo si può andare al Nord a insegnare. Ci sono poi però quelli che hanno alle spalle la “famiglia giusta”, e quindi possono fare ricerca, possono avere accesso a master costosi e di difficile accesso. La logica è quella del vecchio “familismo amorale” che in, una situazione di necessità come quella attuale, è diventato “familismo illegale”. É scandaloso vedere lo scandalo, che non scandalizza, di un politico che assicura un posto ai propri figli all’università perché suoi figli. Questa cosa non so come altro chiamarla.

Tu sei stato l’editore di tanti talenti letterari, Erri De Luca, Danilo Dolci, Domenico Rea, Louise Gluck che poi è stata insignita del premio Nobel per la poesia.

Ho avuto la fortuna di conoscere tanti autori di spessore. Erri De Luca è un amico fraterno, “un fratello trovato fratelli che si sono trovati tra i libri”. Naturalmente è uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese da cui confesso con piacere di avere imparato molto. E i nostri dovrebbero leggerlo e ascoltarlo … 

Pratichi quindi un’editoria etica e civile molto selettiva.

Non faccio le puttanate che la gente pensa si possano comprare con i soldi, comprare cioè una pubblicazione. Dopo aver stampato il libro di Louise Gluck, che poi è stata insignita del premio Nobel,  mi sono arrivate molte richieste da persone ricche che con i soldi voleva stampare tanto per pubblicare. Li chiamo i “Pubblicandi”. 

A proposito di poesia, quanto spazio ha oggi la parola poetica?

Oggi, ieri, domani la parola poetica è l’antinfiammatorio alle lingue in fiamme.

La borghesia napoletana, che responsabilità ha nei confronti di questa città e nel Sud in generale?

La borghesia napoletana ha quelle responsabilità economiche e civili di cui aveva parlato Benedetto Croce. Non ha nessuna capacità imprenditoriale di investire, ma si tiene strette la rendita parassitaria, vive dei fitti di negozi e case, “succhia l’osso” come dice un grande meridionalista. Quando mette mano, normalmente ricorre al para-stato: abbiamo questo esercito di legulei, figli dei figli, che vanno nelle amministrazioni. Sono loro che possono permettersi di mandare a studiare i figli all’estero, ma questo lo fanno adesso anche i camorristi. In città inoltre c’è una trasformazione in corso e una torsione dell’economia con questo turismo, nazionale e internazionale e anche di prossimità, che ci onora, affolla le nostre strade e viene a vedere la bellezza di Napoli, il miracolo napoletano, il simbolo del Natale... La grande affluenza di turisti a Napoli è data anche da un motivo economico, perché la nostra città è molto meno cara paragonata a città come Roma e Milano. Peccato, però, per la mancanza di una strategia organizzativa efficace che riguardi l’accoglienza, l’ospitalità. A dicembre, per esempio, San Gregorio Armeno, la famosa strada delle botteghe presepiali, è troppo affollata, non si riesce a transitare. Abbiamo la fortuna di avere la magia del Natale, un simbolo che tutti vogliono condividere e ma che non riusciamo a gestire. Eppure basterebbe spostare alcuni stand di artigiani del presepe, ad esempio,  a Piazza del Plebiscito per agevolare le visite. 

Quali libri di autori napoletani consiglieresti di leggere?

Ce ne sono diversi. A Napoli, e nel Sud in generale, si fa buona letteratura, c’è una tradizione di classici -Domenico Rea, Mario Pomilio, Raffaele La Capria, Anna Maria Ortese, Michele Prisco - e ci sono tanti autori straordinari come Erri De Luca, Giuseppe Montesano, Alessio Forgione, Antonella Ossorio, Antonella Cilento, Titti Marrone. Per Natale consiglio un libro di Titti Marrone, Se solo il mio cuore fosse pietra, un eccellente romanzo-saggio, tra quelli in lizza per il nostro premiato “Libro dell’anno”. Tra poco pubblicherò con la mia casa editrice, la Dante & Descartes, un romanzo di una scrittrice esordiente, bravissima, Emma de Franciscis, che ho intercettato tra tanti scriventi che mi inviano dattiloscritti. Il romanzo  L’uomo  che  attraversò  tre  secoli di Emma de Franciscis racconta una storia familiare scritta con grande partecipata passione civile e sentimentale. Una bella lettura per il Natale. 

I libri che pubblico hanno sempre un destino, hanno un messaggio tra le pagine, che fa la differenza in un contesto di editoria da gadget, fatta per i turisti, cosa che trovo offensiva per la nostra tradizione editoriale artigiana ma di grande con straordinarie figure di stampatori, dall’invenzione della stampa fino agli editori dei giorni nostri. Quella che chiamano letteratura divulgativa spesso non rappresenta che macchiettismo editoriale e svuotamento del libro del suo vero statuto di strumento di promozione umana, accrescimento culturale e soprattutto di indipendenza. Altrimenti  perché la Letteratura?