L’estate del 78 di Roberto Alajamo. Intervista allo scrittore finalista del Premio Lattes Grinzane

Intervista di Gioconda Fappiano, Palermo, 9 ottobre 2019

Una donna che voleva afferrare un mondo che le scappava dalle dita, un figlio sulle tracce della madre, la storia di un commiato improvviso, gli anni Settanta tragici e pieni di speranze, una Palermo che si muove freneticamente nella sua immutevolezza. Una storia necessaria e personale in cui l’autore si interroga sul senso del passato e del presente con uno stile efficace ed elegante, senza facili cedimenti nostalgici, che spinge il lettore a diventare prezioso compagno di viaggio.

L’estate del ’78  di Roberto Alajamo è il romanzo Finalista del Premio Lattes Grinzane IX edizione per la sezione “Il Germoglio” assieme a Jean Echenoz (Francia), Yewande Omotoso (Sud Africa), Alessandro Perissinotto e Christoph Ransmayr (Austria). La cerimonia di premiazione avverrà sabato 12 ottobre presso il Castello di Grinzane Cavour.  In questa intervista proviamo a delineare lo sfondo dal quale é partito il romanzo di Alajamo.

L’autobiografia è sempre un rischio per uno scrittore. Come mai Lei ha deciso di correrlo ?

Era come una palla di pelo di gatto. Così fanno i gatti: dopo avere accumulato nello stomaco tanti peli cominciano a tossire, sembrano essere sul punto di soffocare, poi sputano questa palla schifosa e stanno meglio. A me è successa un po’ la stessa cosa. Ci sono libri che non si decidono: sono loro che decidono di essere scritti.

Tre mesi è lo spazio bianco in cui lei ha perso i contatti con sua madre, una donna che voleva afferrare il mondo mentre questo le scappava dalle dita, e questo in un momento storico, il 78, in cui per le donne si apriva un periodo di grandi speranze e di conquiste sociali. Eppure forse, nonostante l’ottimismo, qualcosa nel vissuto individuale delle persone non aveva funzionato. Nel suo libro, la ricostruzione della parte “mancante” di sua madre si è tradotta anche in ricostruzione di ciò che mancava perché certe conquiste diventassero veramente effettive?

Esiste sempre una terra di nessuno, un tempo di metabolizzazione che intercorre fra una riforma e la sua accettazione sociale. Vale per la legge sul divorzio come per la legge Basaglia. Una riforma rappresenta sempre una luce nella notte, e meno male che c’è. Ma allo stesso tempo il rischio è che le creature più fragili, come farfalle notturne si lascino abbagliare dalla luce e si avvicinino troppo fino a lasciarsene bruciare. È quel che successe a mia madre, da quel che posso aver capito con la mia indagine.

Nel libro ricostruisco la sua storia e cerco di renderla, se non universale, almeno empatica per i lettori che vorranno accostarsi alla lettura.

Il ‘78 è anche l’anno delle grandi tematiche sociali, dal caso Moro e la lotta contro il terrorismo,  all’approvazione della legge Basaglia, che lei ha citato, sulla chiusura dei manicomi. Forse questo è stato l’ultimo periodo del Novecento durante il quale c’è stato spazio per il confronto ideologico. Secondo lei, quanta consapevolezza c’era da parte di chi ha vissuto quegli anni sul cambiamento in corso?

È un anno spartiacque, di quelli in cui ciascuno sa dire dov’era, cosa faceva. L’anno dei tre papi, fra l’altro. Una consapevolezza c’era di sicuro fra gli studenti che diedero vita al cosiddetto movimento della pantera. Nel chiuso delle mura familiari, e specialmente nel sud, questi fermenti arrivavano un po’ ovattati, ma sicuramente arrivavano. Poi ripeto: fra un fermento e il corrispondente cambiamento esiste una forbice che può rivelarsi tragica.

Palermo fa da sfondo alle vicende narrate, una Palermo apparentemente vivace, eppure sembra di cogliere sottotraccia la morale gattopardesca del «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima». Lei condivide questa impressione del lettore?

Palermo è sempre stata così, in preda a una immobile frenesia che la porta a dare di sé un’immagine vivacissima ma di sostanza molto relativa.

Sul breve periodo è addirittura irresistibile, dà la sensazione di trasformarsi costantemente. Poi magari torni dopo dieci anni ed è identica a quella che è sempre stata. Poi sul Gattopardo, e su quella frase c’è un grande equivoco, al punto che è paradossalmente diventata la trincea di chi veramente non vuole cambiare nulla.

Dalla storia emerge un ritratto vivido della borghesia italiana e dei suoi valori. Secondo lei, quanto ancora esiste e resiste di quel mondo nell’Italia di oggi?

La borghesia è sempre stata residuale, in Italia, e in Sicilia si può dire che una borghesia produttiva non esiste.

Esiste una borghesia di estrazione burocratica, legata alla Regione, che è sostanzialmente un ceto parassitario.

Gli ideali della rivoluzione francese si sono tenuti alla larga, da Palermo. Però esistono singoli individui di grande valore. Gli anticorpi della mafia, per dire, vanno cercati in questa borghesia siciliana residuale.

A suo avviso, si può oggi parlare di una moderna “scuola siciliana” nell’ambito letterario?

Sicuramente sì, ma è una scuola in cui i docenti fanno di testa propria, ognuno seguendo il proprio stile e il proprio istinto letterario. Una scuola in cui non esiste un programma didattico comune, non esiste un sistema unitario.

Quest’isola è un marchio inconfondibile, ma ogni scrittore viaggia su un binario tutto proprio, con pochissimi scambi.

Stima magari sì, in certi casi. Ma scarsissima osmosi.