Libera circolazione entro fragili confini - Angelo Gallo debutta a Milano

Libera circolazione entro fragili confini - Angelo Gallo debutta a Milano


La tua mostra "Libera circolazione entro fragili confini" (potrebbe essere un titolo di un brano dei Baustelle) arriva a Milano negli spazi della Galleria Raffaella De Chirico Arte Contemporanea. In che modo questo progetto rappresenta un punto di svolta nel tuo percorso?

Sicuramente rappresenta un momento importante nello sviluppo del mio percorso artistico. Nel corso degli anni ho avuto occasione di esporre anche nel Nord Italia, sia in mostre personali che collettive: nel 2016, ad esempio, sono stato selezionato per una biennale di incisione a Castelleone; nel 2017 ho presentato una personale al Museo della Stampa di Soncino e successivamente ho partecipato anche a sue collettive a Lodi. Tuttavia Milano, nonostante la sua centralità nel panorama artistico italiano, mancava ancora nel mio percorso espositivo. Questa mostra rappresenta quindi una sorta di debutto in città e, allo stesso tempo, un momento di verifica dopo circa dieci anni di ricerca artistica.

È l’occasione per osservare il lavoro svolto finora in un contesto nuovo e capire se le opere riescono a restituire e comunicare le riflessioni che le hanno generate.

La realizzazione del progetto è stata possibile grazie al sostegno di A-Head Project realtà impegnata nella promozione di percorsi culturali e artistici legati ai temi della sensibilità e del benessere mentale, e grazie a Raffaella De Chirico, che ha scelto di accogliere il progetto negli spazi della Galleria Raffaella De Chirico Arte Contemporanea e con cui è stato possibile definire e costruire il percorso espositivo della mostra.

Le serie Anatomie Forzate e Anatomie Sensibili sembrano raccontare due modi diversi di abitare il corpo. Quando hai iniziato a sovrapporre la silhouette umana allo scheletro? E come mai nelle tue opere le indicazioni anatomiche cambiano lingua, passando per esempio dal francese all’arabo?

La sovrapposizione tra lo scheletro dell’uccello e la silhouette del corpo umano nasce nel 2019, durante la seconda fase della serie Anatomie Forzate. Nelle prime opere la ricerca si concentrava principalmente sull’anatomia dell’uccello: comparivano strutture ossee sovrapposte a sagome realizzate in acquatinta, lasciando la metafora ancora in una forma più implicita. Con il tempo ho sentito l’esigenza di rendere questa tensione più evidente, introducendo la figura umana e mettendo in relazione diretta il corpo dell’uomo con quello dell’animale.

Questo passaggio mi ha permesso di rendere più chiaro il senso della ricerca: le Anatomie Forzate sono una metafora del modo in cui le strutture culturali e sociali influenzano la nostra percezione del mondo, orientando il nostro sguardo fino a renderci difficile immaginare visioni alternative.

La presenza di lingue diverse nelle indicazioni anatomiche nasce dalla stessa riflessione. Non si tratta di una critica rivolta a un sistema culturale specifico, ma di un’analisi più ampia: ogni contesto culturale costruisce i propri strumenti di interpretazione della realtà. Perciò, nei primi cinque Uccelli senza ali, ho scelto di rappresentare i cinque continenti, utilizzando lingue e mappe differenti. L’intenzione era proprio evitare che il lavoro potesse essere letto come una critica localizzata, mostrando invece come questi meccanismi appartengano a tutte le culture.

In tal senso le Anatomie Sensibili rappresentano un passaggio ulteriore: se nelle Anatomie Forzate emerge il limite imposto dalle strutture culturali, nelle Sensibili si apre invece la possibilità di riconoscere questi limiti e iniziare a superarli, interrogando il nostro modo di percepire e abitare il mondo.

Il tuo percorso parte dalla programmazione informatica e arriva all’incisione e all’installazione. Quanto di quella mentalità tecnica e strutturata sopravvive oggi nel tuo modo di fare arte?

La formazione tecnica continua a influenzare il mio modo di lavorare, anche se spesso emerge soprattutto nella fase realizzativa delle opere. Quando concepisco un lavoro tendo comunque a immaginarlo già attraverso una struttura abbastanza precisa, probabilmente perché porto con me questo tipo di approccio metodico e progettuale.

Le direzioni in cui mi trovo più a mio agio sono l’incisione e le installazioni interattive. L’incisione rappresenta per me un legame con la tradizione tecnica, ma anche uno spazio di sperimentazione: negli ultimi anni ho lavorato alla ricerca di materiali e processi più sostenibili, collaborando con realtà come la Galleria 291 Est di Roma e con altri gruppi impegnati nello sviluppo di pratiche calcografiche meno impattanti dal punto di vista ambientale.

Parallelamente, nelle installazioni interattive mi interessa molto il rapporto con il fruitore. L’interazione permette spesso di superare la distanza che alcune opere contemporanee possono creare in chi non ha una formazione specifica: attraverso l’esperienza diretta, il pubblico può entrare in relazione con il lavoro e portare con sé non solo una visione, ma anche una serie di domande e riflessioni personali.

Opere come Waiting chiedono allo spettatore di fermarsi, ascoltare, sostare nel tempo dell’attesa. In un’epoca dominata dalla velocità, quanto è importante per te costruire esperienze che rallentino lo sguardo?

Per me è estremamente importante. Gran parte della mia ricerca nasce proprio dal tentativo di creare situazioni che invitino il fruitore a rallentare e a prendersi un tempo di riflessione.

Viviamo in un’epoca in cui tutto tende alla velocità e alla fruizione immediata, mentre molte delle domande più profonde richiedono invece uno spazio di ascolto e di attesa.

Opere come Waiting lavorano proprio su questo principio: non offrono una risposta, ma costruiscono una condizione in cui il pubblico è invitato a sostare, ad osservare e a interrogarsi. In quel tempo sospeso emerge una relazione più personale con l’opera, ma anche con se stessi. L’obiettivo non è tanto fornire un messaggio preciso, quanto creare le condizioni perché possano nascere domande. Se l’opera riesce a ritagliare anche solo un piccolo momento in cui una persona si ferma e riflette su qualcosa su cui prima non si era soffermata, allora penso che abbia già compiuto una parte importante del suo percorso.

Se dovessi riassumere la tua ricerca in una domanda più che in una risposta, quale sarebbe?

La domanda sarebbe: "E se il mondo non fosse come lo vediamo, ma solo come abbiamo imparato a guardarlo?"

Gran parte del mio lavoro nasce proprio da questa tensione. Con le Anatomie Forzate indago i sistemi culturali e sociali che modellano la nostra percezione e che, spesso senza che ce ne accorgiamo, finiscono per limitarla. Con le Anatomie Sensibili e con le opere interattive cerco invece di aprire uno spazio in cui queste strutture possano essere riconosciute e messe in discussione. 

Più che offrire risposte definitive, mi interessa creare situazioni in cui lo spettatore possa interrogarsi sul proprio modo di vedere il mondo. 

Se una mia opera riesce anche solo a spostare leggermente quello sguardo, allora il lavoro ha trovato il suo senso.

 

La Galleria Raffaella De Chirico Arte Contemporanea, fondata a Torino nel 2011 e oggi con sede a Milano nel quartiere Brera, promuove progetti espositivi in gran parte inediti in Italia, con particolare attenzione ad artisti under 40 e a un dialogo tra ricerca contemporanea e pratiche storicizzate del secondo Novecento.

Il progetto A-HEAD, nato nel 2017 dalla collaborazione tra la famiglia Calapai e l’Associazione Angelo Azzurro ONLUS e curato da Piero Gagliardi fino al 2022, utilizza l’arte come strumento di sensibilizzazione sui disturbi mentali e sostiene percorsi creativi e riabilitativi destinati ai giovani.

 Angelo Gallo nasce a Cetraro il 20 giugno 1988. L’infanzia e l’adolescenza la trascorre a Fagnano Castello, in provincia di Cosenza. Frequenta L’I.T.C.G. “E. Fermi” di San Marco Argentano diplomandosi come Perito Tecnico. Durante gli anni delle superiori si appassiona alla grafica e alla programmazione. Partecipa a vari seminari di Redazione, di Media-marketing e Comunicazione tramite Assform Confindustria Rimini. Ad un anno dal diploma consegue la qualifica professionale come “Progettista sicurezza informatica e web”. Si iscrive al corso di laurea in Informatica di SMFN presso l’Unical di Rende e dopo tre anni decide di cambiare percorso. Si trasferisce così all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro dove trova il suo mondo riuscendo ad esprimersi ed a sviluppare il suo percorso diplomandosi di I e II livello. Percorso che presenta due lati, uno razionale, preciso, programmato, l’altro irrazionale, sconfinato, libero. Il lato razionale e pratico gli permette di mettere in atto le idee artistiche con consapevolezza e rigore. Condizionato dall’ordine e dal controllo della programmazione, dalla pulizia e le strutture della grafica, visualizza e produce. Il suo percorso precedente è parte fondamentale di quello attuale in quanto sviluppa opere interattive sensoriali oltre ai percorsi scultorei, pittorici e grafici. Seguito da noti critici e curatori, è presente in tutte le manifestazioni artistiche di rilevo e porta avanti la sua ricerca etico/artistica che è in continua evoluzione. Dal 2019 ha fondato il Laboratorio Sostenibile di via Gaeta, un laboratorio di incisione alla ricerca delle metodologie sostitutive Non-Toxic in stretta connessione con la Galleria 291Est/Inc. di Roma. Conosciuto particolarmente per le serie delle Anatomie Forzate, la serie delle Anatomie Sensibili e per l’unconventional Mail-Art Project “Random Recipient”.

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