"Riparare", un antidono al consumismo. La storia dell'Ospedale delle bambole

Intervista di Gioconda Fappiano, Napoli, 28 dicembre 2021         

C’era una volta a Napoli, alla fine del 1800, Luigi Grassi, scenografo dei teatri di corte e dei teatrini dei pupi. Luigi lavorava in via S. Biagio dei librai, stradina famosa e conosciuta fin dall’antichità come Spaccanapoli. Il maestro non dipingeva solo scenografie, ma costruiva e riparava qualsiasi oggetto, compresi i pupi di scena. Il suo laboratorio così strano attirava e incuriosiva lo sguardo di tutta la gente di passaggio. Un giorno una mamma entrò nella sua bottega con una bambola rotta tra le braccia e implorò l’artigiano di aggiustarla. Luigi, sorridendo sicuro nel camice bianco che indossava per non sporcarsi durante il lavoro, rassicurò la donna: la sua bambola sarebbe tornata come nuova. Così, trascorsa qualche settimana la signora ritornò nella bottega e vide la bambola completamente guarita: “Dottore grazie, la mia bambina sarà felicissima, le dirò che sono andata da un mago per far guarire la sua bambola del cuore”. Ben presto la voce si sparse, tante mamme cominciarono a recarsi in bottega per recuperare l’unica bambola della propria bambina e il laboratorio si riempì di ricordi da riparare.

C’erano gambe, occhi e braccia che penzolavano dappertutto. Fu una persona del popolo che passando di lì esclamò: “Me pare proprio ‘o spitale de’ bambule” (Mi sembra proprio l’ospedale delle bambole). Che bella idea! Una tavoletta di legno, un pennarello rosso, una croce come quella degli ospedali veri. La bottega di Luigi Grassi aveva finalmente un’insegna, anche quella antica, artigianale, unica.

Della bellissima storia dell’Ospedale delle Bambole di Napoli ci racconterà Tiziana Grassi che oggi porta avanti l’attività di famiglia.

Cominciamo dal nome: l’Ospedale delle bambole. Molte altre definizioni sono state date però della vostra bottega artigianale. Io ho pensato ad una in particolare: “Ospedale dove si riparano i ricordi”. Le sembra una definizione giusta?

Da quattro generazioni, dal 1895, ripariamo i ricordi delle persone occupandoci della salute dei loro giocattoli. Questa definizione ci appartiene per primogenitura ed è quella utilizzata da mio padre, Luigi Grassi e da me che ne ho ereditato l’arte. L’ospedale delle bambole infatti ripara i ricordi.

Quando si entra nei nostri spazi ci si sente curati, anche se non si portano oggetti da restaurare come bambole, giocattoli, peluche, oppure statuette di santi e di arte sacra. Il contatto dei nostri visitatori con gli oggetti, la relazione con l’artigiano che parla e che racconta le storie di ciò che è raccolto nella nostra “Stanza delle curiosità” - che ricorda quelle che esistevano nel Settecento e nell’Ottocento - fa riaffiorare sentimenti, riaccende i ricordi caduti molte volte nell’oblio.  Non abbiamo volutamente utilizzato la parola museo perché non ci piace in quanto il museo rappresenta un luogo istituzionale della conoscenza storica. Da noi invece più che imparare “la Storia” ti incuriosisce “una storia”, quella della famiglia Grassi che da quattro generazioni si prende cura degli oggetti dell’infanzia che hai amato, hai conservato e ai quali sei legato in maniera speciale. Quando ci si rivolge a noi si chiede che questi oggetti tornino in vita, riacquistino i fasti di un tempo. 

Quindi oltre a riparare i ricordi regalate anche un sogno.

Ci piace pensarlo. Sa, non è facile immaginare la gente che è passata da cento e più anni per San Biagio dei Librai davanti all’Ospedale delle Bambole pensando a questo posto come ad un luogo di cura delle cose più care, oppure a quante persone questo luogo è noto attraverso i racconti che gli sono stati narrati.  “Si è rotta la bambola, si è rotto un santo. Allora portiamolo all’ospedale delle bambole!”. Questo fatto ha inculcato nella mente l’idea che un sogno del passato possa rivivere perché noi proponiamo ai nostri visitatori un contatto soprattutto emozionale.  Il fatto che la gente possa entrare in un posto magico come il nostro, che oggi si sta svelando e che molti scelgono di visitare (per entrare bisogna parlare un biglietto), e non di passarci solamente davanti in maniera distratta come si potrebbe fare con tante altre botteghe, ci rende particolarmente felici del nostro lavoro.  Questo ci consente di poter continuare a raccontare la nostra storia all’infinito, anche quando non ci sarà mai più una bambola da aggiustare.

La vostra è tra l’altro un’azione educativa molto preziosa contro l’economia dello spreco. Potete dirci come operate concretamente?

Oggi le cose che si rompono si buttano, nella maggior parte dei casi. Noi insegniamo invece la “poetica della cura.  

I bambini che vengono a farci visita non vedono tradite le loro aspettative di trovare un ospedale, e quindi facciamo leva sugli stimoli visivi a cui sono oggi particolarmente sensibili. Dunque abbiamo ideato delle “corsie del cuore”, corsie di degenza simili a quelle di un nosocomio, con tanto di lettini per gli ammalati e anche un impianto per le radiografie. Ai bambini proponiamo di diventare medici, infermieri o dei veterinari perché abbiamo anche il reparto di “veterinaria peluche”: curiamo infatti orsi, giraffe e così via. Forniamo quindi loro dei camici e gli attrezzi del mestiere per curare i giocattoli come siringhe, termometri, garze e tutto ciò che serve per un primo soccorso. Nell’ospedale c’è la primaria, che sono io, l’infermiera e i reparti di oculistica, ortopedia e quello della meccanica, tutte stanze delle meraviglie, tavoli di lavoro dove vengono restaurati bambole, peluche e personaggi sacri. La prima parte è quella dell’accettazione della bambola che viene visitata dal primario, viene fatta una diagnosi e poi, in base alla malattia, viene smistata nel reparto di riferimento.  Ogni bambola o giocattolo ha una propria cartella clinica con la diagnosi e la terapia da effettuare. Una volta operata e guarita, la bambola viene dimessa, le viene rilasciato un certificato di sana e robusta costituzione fisica e può essere ritirata dalla proprietaria. 

Molte mamme dicono che io sono molto simile ad un personaggio di un cartone animato della Disney, la Dottoressa Peluche, che le bambine conoscono molto meglio di me. Io però sottolineo il fatto che noi c’eravamo molto prima della Walt Disney e che semmai è stata la Disney ad imitarci.

Oltre a restaurare gli oggetti, noi conserviamo pezzi di giocattoli rotti che chiediamo alle persone di non buttare ma di donarceli perché potranno servire in futuro come pezzi di ricambio per aggiustare altri giocattoli.

Che tipo di clientela si rivolge a voi?

La nostra clientela va dai quattro-cinque anni a salire, sono maschi e femmine che portano un oggetto da riparare che ha un valore affettivo. Prevalentemente vengono dall’Italia ma attraverso Internet c’è anche un pezzettino d’Europa che è arrivato da noi: Belgio, Spagna, Francia, Danimarca, Finlandia. Molti in visita per pochi giorni ci portano degli oggetti da Codice rosso, cioè da curare subito per essere ritirati dagli stessi clienti a fine vacanza. Spesso ci contattano attraverso i social o via mail, ci spediscono gli oggetti, facciamo visita e preventivo e una volta terminato il lavoro spediamo tutto a casa con allegato il certificato sana e robusta costituzione, come già detto in precedenza. Ora abbiamo aggiunto ulteriori servizi con l’allestimento di un centro di bellezza con una sala trucco e parrucco e un’atelier di moda.

Secondo lei, com’è cambiato il concetto del dono nel corso del tempo?

Oggi si dà poca importanza al valore del dono.

Il consumismo imperante ha purtroppo raggiunto anche i bambini che non hanno il tempo di affezionarsi ad un giocattolo che subito se ne ripresenta un altro tecnologicamente superiore e molto più sofisticato. 

Prima una bambola durava decenni. L’ultimo bambolotto che ha avuto vita più longeva è stato Ciccio Bello, che ancora continuiamo a restaurare, e questo fino a quando non è stato inflazionato nella produzione che ne ha fatto il marchio cinese che lo ha acquistato. Pupazzi, bambole, macchine attualmente progettate dai computer fanno una miriade di cose che limitano la creatività e la fantasia del rapporto del bambino con il giocattolo, come se il giocattolo comandasse sul bambino e ne dettasse i comportamenti, e non viceversa.

Che cosa raccontano le bambole?

Le bambole raccontano storie ma fondamentalmente mantengono dei segreti. Le bambole mantengono soprattutto l’amore che una bambina o una bambina ci ha messo nel tenerle. 

Voglio sottolineare soprattutto il fatto che anche i maschietti possono e devono giocare con le bambole, sfatando il pregiudizio che sono giocattoli solo per femminucce. Nell’Ottocento i maschietti giocavano con le bambole senza difficoltà. Le bambole sono un altro “io”. Sicuramente l’interazione sarà diversa a seconda del ruolo che il maschio o la femmina si daranno rispetto alla bambola: fratello, sorella, mamma, papà, dottore, amico. Questo potrebbe essere anche utile per i genitori al fine di conoscere un’eventuale orientamento sessuale del bambino o della bambina. Ad una bambola inoltre si dà il primo abbraccio, il primo bacio, si dedicano I primi momenti di affettività, di eros che un bambino innocente ancora non conosce.

Parliamo un po’ della sua città, di Napoli. Secondo lei l’artigianato viene adeguatamente valorizzato e quanto sopravvive delle antiche botteghe?

A mio avviso, e lo dico con grande rammarico, dell’artigianato rimane ben poco, ad eccezione dell’arte presepiale che ancora resiste e che comunque rappresenta una piccola porzione di quella che era la ricchezza del patrimonio artigianale napoletano di cui fanno sfoggio le nostre chiese.  Lo vediamo negli stucchi, nelle dorature, nelle cornici nei marmi, nei tappeti, nelle cesellature dell’argento, nella falegnameria, nel ferro battuto, nella ghisa, nella tappezzeria, nelle seterie, nel lavoro dei liutai del passato: questo era l’artigianato a Napoli. Le eccellenze e le maestranze si esprimevano nell’arte tuttora godibile se si visitano i palazzi signorili e i grandi e piccoli complessi monumentali. Questo oggi  purtroppo non esiste più.

 Per esempio a San Biagio dei Librai, la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo era quella dedicata alle ricamatrici della seta. Diciamoci la verità, nel tempo non c’è stata la dovuta attenzione alla tutela e alla promozione della meraviglia e della sapienza artigianale della nostra città, non c’è stata la volontà politica per fare tutto questo. Oggi vediamo il proliferare di attività che propongono manufatti in terracotta, anche di gusto molto discutibile nella proposta di una modernità che spesso è dozzinale e pacchiana, legata alla produzione del souvenir grossolano. Ad esempio nel presepe le statuette che sono la copia esatta di personaggi del mondo dello spettacolo o dello sport, sono state mutuate dalla tradizione pugliese. Questa espressione artistica non appartiene alla tradizione napoletana ma coinvolge attualmente la maggior parte del lavoro di modellatura fatto da lavoranti stranieri. A Napoli, invece, c’erano dei “segreti” del mondo artigiano molto più elevati, come quello ad esempio di usare gli stucchi colorati per riprodurre il marmo finto policromo, fatti con una tale maestria da ingannare anche l’occhio più attento, come possiamo ancora vedere in certe chiese.

Cosa si potrebbe fare, secondo lei, per promuovere il ritorno alla sapienza delle mani?

Purtroppo non esistono più gli antichi maestri che possono tramandare questi saperi. Sono rimaste pochissime botteghe che praticano e preservano le antiche arti. Devo aggiungere che inoltre in un certo senso negli anni passati ci si è affidati più al sapere teorico e universitario che a quello pratico, del “saper fare” degli artigiani, spesso etichettati come ignoranti, e in questo le scelte politiche e amministrative sono state guidate da una buona dose di miopia e superficialità di giudizio. Questo ha incentivato sicuramente la dismissione di tante attività e di botteghe che nel corso degli anni non hanno avuto più committenze.  Venti anni fa sono stata presidente di un consorzio di artigiani che propose la creazione di una “cittadella dell’artigianato artistico” per la creazione di botteghe-scuola e laboratori dove poter apprendere le tecniche artigianali coinvolgendo vecchi maestri che avevano dato la disponibilità alla trasmissione delle antiche competenze coniugandole con un discorso comunque innovativo. Avevamo anche individuato nell’ex asilo Filangieri il luogo che avrebbe potuto ospitare questa cittadella dove il design campano e italiano avrebbe dovuto trovare la sua concreta espressione nei manufatti artigianali, ma questo sogno purtroppo non è stato possibile realizzarlo anche per il disinteresse istituzionale rispetto alla nostra proposta. Così come esistono le accademie del gusto, sulle quali si sta scommettendo molto, così dovrebbero esistere a Napoli le accademie dell’artigianato e dell’arredo, poli di attrazione per committenze dal target culturale ed economico elevato - pensiamo per esempio ai Paesi Arabi - in grado di riconoscere, spendere e di investire sull’arte e sulla qualità napoletana e campana, magari promuovendo un nostro marchio riconoscibile in tutto il mondo.