Intervista a Valentina Anzoise e Mario Festa a cura di Antonella Vitelli con le grafiche di Aneta Rybaczuk
C'è un momento, camminando tra i campi dell'Alto Tammaro, in cui la terra smette di essere paesaggio e diventa domanda. Non chiede di essere guardata, ma abitata, con la lentezza di chi sa che ogni raccolto porta il peso di quelli passati, e la promessa di quelli a venire. È qui, in questo scarto minimo tra il vedere e l'appartenere, che nasce il Rural Design: non un metodo, ma un modo di stare al mondo che si rifiuta di trattare la campagna come un margine da salvare o un'origine da rimpiangere.
A Morcone, provincia di Benevento, in una manciata di giornate di giugno, trenta voci diverse, amministratori, contadini, artiste, imprenditori, cittadini e cittadine, hanno provato a dare forma a questa domanda senza soffocarla in una risposta definitiva.

Ne è nato un manifesto in dieci punti che tiene insieme registri lontanissimi tra loro: la governance dei beni comuni e la poesia di Jean-Luc Nancy, il disciplinare agronomico di un grano antico e la lettera che Walter Benjamin scrisse ad Adorno sulla grazia dei bambini, il linguaggio come atto politico e il pane come atto ecologico. Un documento che rifiuta tanto l'immaginario bucolico quanto la retorica del declino, e che propone invece un'idea scomoda: i territori rurali non sono fragili per natura, sono stati resi fragili, da decenni di marginalizzazione economica e culturale, e proprio per questo possono tornare a essere luoghi di innovazione, non solo di conservazione.
Non è un caso che tutto questo accada nel cuore delle cosiddette aree interne italiane, quell'Appennino che attraversa il Paese lontano dalle coste e dalle metropoli, e che da anni le politiche pubbliche provano, con alterne fortune, a riportare al centro dell'agenda nazionale.
Sono territori che hanno pagato il prezzo più alto dello spopolamento e dell'abbandono infrastrutturale, ma che custodiscono al tempo stesso una capacità di tenuta, idrica, agricola, climatica, che le aree urbane hanno in larga parte perduto. Con l'intensificarsi degli eventi climatici estremi, non è azzardato pensare che questi luoghi, oggi ai margini delle mappe dell'attenzione pubblica, potranno diventare nei prossimi decenni un baricentro strategico: riserve d'acqua e di biodiversità, presidi contro il dissesto idrogeologico, spazi in cui sperimentare modelli di produzione alimentare capaci di reggere agli shock climatici. Le immagini arrivate in questi giorni dal Nepal, dove il collasso di una massa glaciale in alta quota ha scatenato un'alluvione devastante tra le valli himalayane, centinaia di vittime accertate, oltre mille dispersi, interi villaggi travolti, restituiscono con crudezza cosa significhi, oggi, l'instabilità crescente delle zone di montagna in un pianeta che si scalda. È un evento lontano geograficamente, ma che pone domande vicinissime: cosa succede quando i territori di alta quota, che per generazioni hanno regolato acqua e clima a valle, smettono di essere stabili? Chi presidia, cura, monitora quei luoghi quando le comunità che li abitavano si sono ridotte o sono andate via? Sono le stesse domande, su scala diversa, che attraversano l'Appennino italiano, ed è proprio in questo scarto tra un disastro annunciato e la cura quotidiana e silenziosa di un territorio che si colloca il lavoro di chi, come Valentina Anzoise e Mario Festa, prova da anni a immaginare un modo diverso di abitare e progettare le aree interne.
Progettare oggi il loro futuro non è quindi solo un esercizio di giustizia territoriale verso chi vi abita ancora, ma una forma di preparazione collettiva a scenari che riguarderanno, prima o poi, tutto il Paese.
A dargli voce e struttura sono stati Valentina Anzoise e Mario Festa, fondatori dell'associazione Ru.De.Ri, insieme alla scrittrice Isabella Bordoni, che ha curato la drammaturgia del testo. Li abbiamo incontrati per farci raccontare come si scrive, collettivamente, un manifesto, e cosa succede dopo, quando quel manifesto deve tornare a camminare sulla terra da cui è nato.
Partiamo dall'inizio: com'è nata l'idea di scrivere un manifesto?
Non è nata a tavolino. È il punto d'arrivo di oltre dieci anni di pratiche sul campo che avevamo battezzato "Rural Design", ma che fino a quel momento non avevano trovato una formulazione condivisa e pubblica. A un certo punto abbiamo sentito che continuare a lavorare senza una dichiarazione esplicita di principi non bastava più. Serviva prendere posizione, anche politicamente, dentro il dibattito su cosa significhi oggi progettare per, e con, i territori rurali.
Il Manifesto nasce da un laboratorio collettivo, non da un tavolo ristretto di esperti. Perché questa scelta?
Perché il tema stesso lo richiedeva. Non avrebbe avuto senso scrivere un documento sulla cura collettiva dei territori chiudendoci in una stanza in due o tre persone. Abbiamo coinvolto oltre trenta persone in giornate di ascolto a Morcone, a giugno 2025. Ne è nata una documentazione fatta di tracce scritte e orali, un materiale vivo da cui poi, insieme a Isabella Bordoni, abbiamo costruito la scrittura definitiva.
Il Manifesto sembra però spingersi oltre la contrapposizione tra città e campagna.
Sì, ed è uno dei passaggi centrali. Il Rural Design prova a superare alcune dicotomie che hanno a lungo organizzato il nostro modo di pensare il territorio: urbano e rurale, centro e margine, soggetto e oggetto, natura e cultura. Non si tratta semplicemente di rivalutare il rurale rispetto all’urbano, perché così resteremmo dentro la stessa logica oppositiva, limitandoci a rovesciarne la gerarchia. Il punto è riconoscere che questi sistemi sono profondamente interdipendenti e che ciò che accade in un territorio rurale riguarda direttamente anche la città: l’acqua che utilizza, il cibo che consuma, il suolo, l’energia, la biodiversità, la regolazione climatica.
Uno dei passaggi più netti del Manifesto è quello sui territori "resi" fragili, non fragili per natura. È una distinzione importante.
Fondamentale. È un rovesciamento di prospettiva: se pensiamo la fragilità come una condizione intrinseca di questi luoghi, la risposta naturale è la protezione, l'assistenzialismo, al massimo la conservazione. Se invece riconosciamo che quella fragilità è il risultato di decenni di marginalizzazione, economica, culturale, infrastrutturale, allora il problema cambia radicalmente: non si tratta di proteggere territori deboli, ma di restituire loro un ruolo, delle risorse, una voce. Sono spazi che offrono benefici ecosistemici enormi, spesso senza che le comunità che li abitano ne traggano alcun beneficio diretto.
Il Manifesto ridefinisce anche l'abitare, includendo intermittenza, mobilità, temporaneità. Non c'è il rischio che questa apertura apra la porta a forme di turismo o sfruttamento mascherate da "rigenerazione"?
È il rischio più concreto, e non lo sottovalutiamo. La differenza, per noi, sta nella qualità della relazione, non nella durata della permanenza. Non è il tempo che si passa in un luogo a renderlo un abitare responsabile, è il modo in cui quella presenza si mette in relazione con chi e cosa quel luogo lo popola tutto l'anno. Un turismo mordi e fuggi estrae senza restituire; una presenza temporanea ma attiva può invece generare valore reale, anche se dura pochi mesi. È una distinzione difficile da normare, lo ammettiamo, ma è quella su cui continuiamo a insistere.
Il Manifesto chiede anche di superare sia l'immaginario bucolico sia la retorica del declino. Con quali parole si può raccontare oggi un territorio rurale senza cadere in nessuno dei due stereotipi?
Con parole che restituiscano anche la dimensione produttiva e politica di questi luoghi, non solo quella estetica o nostalgica. La campagna non è solo un posto bello da fotografare né solo un posto che si sta spopolando: è un sistema che produce cibo, energia, regolazione climatica, welfare, spesso senza essere pagato per questo. Raccontarla bene significa raccontare anche questo, senza vergognarsene e senza romanticizzarlo.
Il Manifesto si chiude, non si apre, con il pane. Perché questa scelta?
Perché il pane è la sintesi più concreta di tutto quello che viene prima. Riprende quasi letteralmente Wendell Berry, quando dice che mangiare è un atto agricolo. Le fasi della panificazione, dalla scelta del grano alla cottura, diventano un modello replicabile: un ciclo che trasforma ogni passaggio tecnico in un gesto di cura. Non è un caso che a Morcone questo principio si sia già tradotto in pratica, con il lavoro sulla Comunità del Grano dell'Alto Tammaro, insieme a Terzo Paesaggio.
Il Disciplinare della Comunità del Grano è già operativo, con obblighi molto concreti: tracciabilità totale, prezzo equo garantito ai contadini, filiera che si chiude localmente. Che resistenze avete incontrato in questo passaggio dal principio alla pratica?
Ogni obbligo di filiera corta significa rinunciare a qualcosa, margini più ampi, materie prime più economiche da fuori zona, tempi di produzione più veloci. Non tutti sono pronti a farlo subito. Ma quello che stiamo vedendo è che un prezzo equo garantito, validato da un accordo di sostenibilità con il mondo della ricerca, protegge chi coltiva dalla speculazione sui prezzi del grano, e questo, nel tempo, costruisce fiducia. È un lavoro lento, ma è esattamente il tipo di lentezza di cui parla il primo punto del Manifesto.

Un manifesto rischia sempre di restare un testo per addetti ai lavori. Come pensate possa raggiungere davvero chi la campagna la vive, senza passare da un progetto culturale?
Crediamo che la sua forza stia proprio nell'essere nato da chi la campagna la vive, non calato dall'alto da un tavolo di esperti. Le persone che hanno partecipato al laboratorio si sono riconosciute in quel testo perché in parte lo hanno scritto loro, con le loro parole. Certo, resta un rischio: che il documento resti confinato agli spazi in cui è nato. Per questo insistiamo tanto sulla sua natura aperta, vogliamo che continui a essere discusso, contestato, riscritto, non solo celebrato.
Parliamo di scala più ampia: le aree interne, di cui l'Appennino sannita fa parte, sono spesso raccontate solo come territori in emergenza. C'è anche una lettura in positivo, guardando avanti?
Sì, ed è una lettura che ci sta particolarmente a cuore. Le aree interne vengono ancora raccontate quasi solo attraverso l'emergenza, spopolamento, servizi che chiudono, dissesto idrogeologico. Tutto vero, ma parziale. Sono anche i luoghi dove si concentrano le riserve d'acqua, la biodiversità agricola, i suoli meno impermeabilizzati: esattamente le risorse che diventeranno decisive man mano che le crisi climatiche si intensificheranno. Non stiamo dicendo che l'Appennino sarà "salvo" dal cambiamento climatico, non lo sarà nessuno, ma che potrebbe diventare un baricentro, un luogo da cui ripartire per ripensare produzione alimentare, gestione dell'acqua, equilibrio tra costruito e naturale. Continuare a trattarli come territori residuali, invece che come infrastrutture strategiche per la tenuta del Paese, è miope. È anche per questo che insistiamo tanto sulla cura come responsabilità collettiva, non come atto caritatevole verso chi è "rimasto indietro".
Se il Manifesto è davvero un documento "in divenire", tra cinque anni cosa vorreste che fosse diventato?
Vorremmo che fosse diventato irriconoscibile rispetto a oggi, nel senso buono: che altre comunità, in altri territori, lo avessero preso, contestato, riscritto con le proprie parole e le proprie pratiche. Il rischio che temiamo di più, al contrario, è che resti fermo così com'è, citato ma non più attraversato. Un manifesto che smette di essere messo in discussione ha smesso di funzionare.
Il Manifesto del Rural Design è consultabile su ruraldesignweek.info e ruderi.org.