Festival delle Arti Popolari 2026

Vanchiglia diventa Il Paese dei Balocchi: Casa Fools porta la cultura fuori dal teatro


Dal 16 al 20 settembre il Festival delle Arti Popolari trasforma il quartiere in un palcoscenico urbano. Cinque giorni gratuiti tra spettacolo, gioco, arte e partecipazione per interrogarsi su tempo libero, spazio pubblico e diritto alla festa.

Intervista a Roberta Calia, direttrice artistica di Casa Fools e voce del Festival delle Arti Popolari, a cura di Silvia Sardi

Cosa succederebbe se, per cinque giorni, smettessimo di considerare le strade soltanto come luoghi da attraversare, il tempo libero come qualcosa da riempire e la cultura come qualcosa a cui assistere?

Dal 16 al 20 settembre il Festival delle Arti Popolari, ideato e realizzato da Casa Fools, torna a Torino per la sua quarta edizione e trasforma Vanchiglia in un grande Paese dei Balocchi: un festival urbano e diffuso che coinvolge teatro, strade, attività commerciali, associazioni, artisti e abitanti del quartiere.

Il riferimento a Collodi è dichiarato, ma il punto non è rifugiarsi nel mondo di Pinocchio. Al contrario. Il Paese dei Balocchi diventa il pretesto per portare nel presente una domanda molto concreta: che spazio hanno oggi il gioco, le relazioni, la festa e il tempo libero nella nostra vita e nelle nostre città? 

In un tempo che sembra oscillare tra l'obbligo di essere produttivi e quello di consumare anche il divertimento, Casa Fools prova a immaginare un'altra possibilità: il tempo libero come spazio di relazione, creatività e partecipazione.

Lo chiediamo a Roberta Calia, direttrice artistica di Casa Fools.

Quale domanda fate alla città quest’anno, con la quarta edizione?

«Quest'anno la domanda riguarda soprattutto lo spazio pubblico: di chi è, oggi, una strada, una piazza, un cortile?

È una domanda che a Vanchiglia ha un peso particolare, perché qui la questione dello spazio non è astratta: il quartiere porta ancora addosso i segni di un conflitto recente. Non possiamo far finta che questa storia non ci riguardi.

Per questo, quando parliamo di riappropriazione dello spazio pubblico, vogliamo che le strade tornino a essere sentite come luogo di tutte e di tutti, uno spazio da abitare e non solo da attraversare o da presidiare. E solo dentro uno spazio pubblico riconquistato il tempo libero può trovare davvero un luogo dove esistere.»

[il riferimento è alle vicende legate all'ex centro sociale Askatasuna e alle tensioni che hanno interessato Vanchiglia, riaprendo anche il dibattito sull'uso e sulla gestione degli spazi del quartiere - ndr]

Nel programma del FAP by Fools la parola “festa” non indica soltanto intrattenimento, ma una possibilità di incontro, presenza e condivisione. Se il divertimento non è consumo né evasione, cosa significa oggi rivendicare un vero e proprio “diritto alla festa”?

«Per noi significa prima di tutto fare in modo che tutte le persone possano davvero parteciparvi. E questo si costruisce su più livelli di accessibilità insieme.

Il primo è economico: il Festival è interamente gratuito, proprio perché pensato per avvicinare le persone, non per selezionarle.

Ma c'è anche qualcosa di più profondo: rivendicare il diritto alla festa significa dire che il tempo libero, il tempo dello svago e della condivisione, non deve essere per forza un tempo commerciale. Non dovrei dover spendere per stare con altre persone, per vivere un momento di festa. Per questo il Festival è pensato fuori dalle logiche commerciali: non è uno spazio da consumare, è uno spazio da abitare insieme, gratis.

Poi c'è un'accessibilità che quest'anno abbiamo curato più che negli anni precedenti, lavorando insieme a Disability Pride e a Le Ruvide non solo per abbattere le barriere fisiche, ma per rendere davvero il Festival accogliente e fruibile da persone con esigenze diverse.

E infine c'è un livello che ci sta ancora più a cuore: costruire luoghi sicuri, protetti, accoglienti per tutte le sensibilità. Il diritto alla festa, per noi, comincia esattamente da qui: da chi altrimenti resterebbe fuori per motivi economici, fisici o perché lo spazio non è stato pensato anche per lui o per lei.»

Il FAP non sceglie però Vanchiglia come semplice location: il quartiere entra nel progetto, attraverso commercianti, associazioni, artisti, spettatori e abitanti. Che valore ha, per Casa Fools, costruire il Festival insieme al territorio invece di limitarsi a portare lì un programma?

«Il valore del coinvolgimento attivo delle persone è altissimo: quello che riescono ad apportare è davvero fondamentale per creare identità e caratterizzare il Festival.

Quest'anno più che mai il Festival è immaginato, realizzato e progettato insieme a gruppi di cittadine e cittadini. Li abbiamo chiamati Fools For Fools: sono spettatori e spettatrici, gente che frequenta Casa Fools e che condivide con noi la stessa visione sul mondo, lo stesso sogno di una società più a portata di essere umano.

Con loro abbiamo voluto fare qualcosa di diverso: abbiamo deciso insieme, costruito insieme, prodotto insieme, dato corpo a questo Festival insieme.

Accanto a questo, il Festival continua a essere un contenitore che mette insieme tantissime realtà torinesi delle arti performative, delle arti visive, della cultura: pezzi di città che stimiamo e con cui scegliamo di lavorare. E poi ci sono i partner storici, quelli che sono al nostro fianco da anni, come Play with Food o la rete di ARCI Torino.»

Ci fai un esempio concreto di una scelta del Festival nata dai Fools For Fools e che, senza il loro contributo, sarebbe stata diversa?

«Il contributo dei Fools For Fools è davvero trasversale rispetto al Festival. Si sono divisi in diversi gruppi di lavoro: chi si è occupato di accessibilità, chi di comunicazione, chi ha ideato la caccia al tesoro che sabato 19 invaderà le strade di Vanchiglia. I Fools For Fools hanno anche costituito la giuria del concorso letterario Il Paese dei Balocchi, che quest'anno ha visto quasi duecentocinquanta racconti in gara. E non finisce qui: si sono occupati anche di fare proposte per concerti, laboratori e attività, comprese quelle pensate per le famiglie.»

L'arte come terreno comune

C’è però un elemento che tiene insieme questa dimensione sociale e territoriale con la natura stessa del Festival: sono i linguaggi artistici a costruire lo spazio della relazione.

Casa Fools non occupa lo spazio pubblico per fare semplicemente animazione territoriale. Teatro, musica, circo, danza, arti visive, manualità e pratiche partecipative diventano il terreno comune sul quale persone diverse possono incontrarsi. Il programma lo rende evidente: dalla musica classica proposta attraverso differenti modalità di ascolto alle passeggiate culturali nel quartiere; dal teatro di figura alla danza afro contemporanea, dalla capoeira alle arti visive, dai laboratori creativi fino all’opera collettiva che invita il pubblico a immaginare una diversa cartografia della città.

È proprio l’esperienza artistica — a volte da guardare, altre da attraversare o costruire insieme — a trasformare valori come accessibilità, partecipazione e condivisione in esperienza concreta.

In questo senso Casa Fools sembra fare un doppio movimento: è “la casa con il teatro dentro”, ma con il Festival porta il teatro fuori, fino alla strada. Cosa significa oggi essere un teatro indipendente a Torino?

«Significa fare i conti ogni giorno con risorse limitate e con la necessità di reinventarsi in continuazione, ma anche avere la libertà di immaginare un teatro diverso da quello che ci si aspetta.

Essere “la casa con il teatro dentro” ci ha insegnato che i confini di uno spazio teatrale si possono spostare: con il Festival li spostiamo fino in strada, per riuscire a incontrare chi normalmente non frequenterebbe lo spazio.

C'è poi un altro aspetto a cui teniamo molto: un teatro indipendente è, prima ancora che un luogo di spettacolo, un terzo luogo, un presidio per le persone. È uno spazio dove si trovano occasioni di socialità, dove si fa comunità, dove ci si può incontrare.

Sentiamo questa missione con molta forza, ed è una missione che troppo spesso le istituzioni faticano a riconoscere fino in fondo.»

Quando dici che le istituzioni faticano a riconoscere questa funzione, cosa manca concretamente oggi a Torino per sostenere luoghi culturali indipendenti come Casa Fools?

«Le linee di sostegno dei bandi, il più delle volte, sono rivolte a progetti e non a strutture. Questo porta il comparto culturale a doversi trasformare in una specie di progettificio, una fucina continua di idee nuove, spesso solo per riuscire a intercettare un finanziamento.

Ma uno spazio con una vocazione di terzo luogo avrebbe bisogno di un altro tipo di sostegno: un sostegno per esistere.

Per pagare le persone che ci lavorano, per pagare l'affitto, le bollette, insomma per poter semplicemente alzare la serranda ogni giorno e far sì che la gente trovi lo spazio aperto e disponibile.»

L’accessibilità è un altro dei fili che attraversano l’intera edizione: sottotitolazione, LIS, audiodescrizione, modalità differenti di ascolto, spazi calmi e aree dedicate. Quando si smette di “aggiungere servizi” e si comincia davvero a progettare cultura pensando fin dall’inizio a pubblici diversi?

«Quando smettiamo di chiederci “come rendiamo accessibile questo evento?” e cominciamo a chiederci “per chi lo stiamo progettando?”, fin dall'inizio.

Quest'anno questo lavoro l'abbiamo fatto insieme a Disability Pride e a Le Ruvide, non solo per abbattere le barriere fisiche, ma per rendere il Festival davvero accogliente e fruibile da persone con esigenze diverse.

Per noi è importante dire con chiarezza che questo è un processo: quest'anno abbiamo fatto un grande passo avanti, ma c'è ancora tanta strada da fare, e lo sappiamo bene.

Eravamo già vocati a questi temi, ma è stato il finanziamento di Fondazione CRT, attraverso il bando Eventi for All, a darci una spinta concreta in questa direzione: ci ha fornito le risorse necessarie per fare un passo avanti e anche una formazione specifica su questi temi.

Non è un capitolo a parte del programma: è un criterio con cui il programma viene scritto, ed è un criterio che speriamo di poter continuare ad affinare negli anni a venire.»

Cinque giorni nel Paese dei Balocchi

Il Festival prende il via mercoledì 16 settembre al Kontiki con Musiche per TuttƏ di SmartOpera, concerto di musica classica costruito attraverso differenti possibilità di ascolto e fruizione; seguono la premiazione del concorso letterario e il live di Lostintheloop.

Giovedì 17 settembre, a Casa Fools, il talk Tempo libero, spazio comune mette esplicitamente al centro il rapporto tra festa, sicurezza, accessibilità e diritto allo spazio pubblico, con Benedetta La Penna, Anna Maria Bava e Disability Pride. A seguire la stand-up comedy di Corinna Grandi.

Sabato 19 il quartiere stesso diventa materia del Festival: laboratori per bambine, bambini e famiglie, passeggiate culturali in Vanchiglia, una grande caccia al tesoro e il concerto della Suma Fòlkestra.

Il culmine arriva domenica 20 settembre, quando Via Bava e Casa Fools diventano per un'intera giornata un palcoscenico diffuso: circo, giochi, workshop di manualità e arti visive, teatro di figura, capoeira, danza afro contemporanea, rockabilly, performance di strada, talk e musica.

Tra gli appuntamenti anche la mostra collettiva Immagina se… e Il Paese dei Balocchi, opera partecipata di Sara Pezzotta nella quale persone di tutte le età contribuiscono alla costruzione di una grande cartografia immaginaria di una città dove il tempo libero torna a essere tempo di relazione, creatività e partecipazione.

Non soltanto, dunque, un calendario di eventi: un programma multidisciplinare che usa l'esperienza artistica per mettere materialmente le persone nello stesso spazio e farle partecipare alla sua trasformazione.

Ed è forse proprio qui che si misura il senso di un festival urbano: non soltanto in quello che accade mentre esiste, ma in ciò che riesce a lasciare dopo. Quando domenica sera finirà il Festival e Via Bava tornerà a essere una strada, cosa vorresti fosse rimasto davvero di questi cinque giorni?

«Il mio sogno è che questi giorni siano un'occasione per costruire relazioni, anche nuove, e per piantare un seme: l'abitudine a considerare il tempo e lo spazio in modo libero.

Vorrei che fosse un piccolo passo verso la consapevolezza che tutte e tutti abbiamo diritto alla leggerezza, il diritto di abitare gli spazi, di usarli per stare insieme alle altre persone, di appropriarci della città.

Vorrei restasse la percezione che la cultura e le arti possono essere nutrimento per l'anima, e che sono uno strumento potentissimo per stare insieme e costruire ricordi condivisi.»

CREDITS

Festival delle Arti Popolari 2026 — 16–20 settembre, Torino · Vanchiglia.
Ideato e realizzato da Casa Fools: Luigi Orfeo, Roberta Calia e Stefano Sartore, insieme alla comunità che anima il teatro e i suoi progetti.

casafools.it
casafools.it/festival-delle-arti-popolari/

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