Intervista di Silvia Sardi (Sissa) per Lentiapois.it - Irene Romano — @the.feminine.home
In occasione di SAT Parej — festival dedicato alle pratiche corporee, alla ricerca interiore e alle forme contemporanee del benessere — Lentiapois.it partecipa come media partner aprendo uno spazio di dialogo con alcune delle voci presenti nel programma.
Quella con Irene Romano è un’intervista che attraversa corpo, maternità, memoria e ascolto. Insegnante di yoga e operatrice di somatica del femminile, Romano racconta il passaggio dalla performance all’interiorità, il rapporto tra lentezza e trasformazione, e il modo in cui il corpo continui a custodire tracce profonde delle esperienze vissute.
Ne emerge una conversazione che mette in discussione la cultura della produttività e della prestazione, riportando l’attenzione su una domanda semplice e radicale: cosa accade quando smettiamo di mostrarci e iniziamo davvero a sentirci?
Hai attraversato tanti paesi e comunità diverse: cosa ti ha insegnato il viaggio sul corpo?
Il viaggio mi ha insegnato ad ascoltare i segnali del mio corpo. Mi ha aiutata ad alzare il volume della sua voce, così da poter sentire anche i sussurri più piccoli: richieste, intuizioni, bisogni.
Viaggiando ho incontrato anche l’Ayurveda e un approccio diverso allo stile di vita e al cibo, ma soprattutto ho compreso che nel corpo esistono memorie molto più profonde delle convinzioni della mente. Credo sia stato lì che ho iniziato a percepire la sovranità del corpo sulla mente.
Quando hai capito che il tuo lavoro sarebbe passato dall’ascolto?
È un apprendimento quotidiano. Ogni giorno è un promemoria che provo a praticare: creare quanto più silenzio possibile nella mente affinché il corpo — fisico, emotivo, sensibile — possa parlare con maggiore chiarezza.
L’ascolto non è qualcosa che si raggiunge una volta per tutte. È una pratica continua.
C’è stato un momento in cui hai sentito di dover rallentare o cambiare direzione?
Per me rallentare e cambiare direzione non sono la stessa cosa. A volte si intrecciano, ma non coincidono necessariamente.
Sono una persona molto veloce, piena di energia, e credo che la mia pratica di vita — almeno in questa fase — sia proprio imparare a rallentare. Non perché qualcosa me lo imponga da fuori, ma perché oggi, arrivata quasi ai quarant’anni, sento che è un bisogno che nasce da dentro.
Il primo grande rallentamento è arrivato con le gravidanze e con i primi anni di vita dei miei figli. Ho capito che il tempo lento non significa fare meno o creare meno, ma restare in osservazione e in silenzio per vedere cosa si muove fuori — nelle persone, nelle situazioni — e dentro, nei processi evolutivi.
I grandi cambi di direzione della mia vita sono spesso coincisi con partenze e ritorni: lasciare paesi, relazioni, città. Ma il cambiamento più profondo è arrivato dopo la prima gravidanza, quando ho sentito il richiamo delle radici. Dopo più di dieci anni all’estero sono tornata in Italia: è stato un ritorno alla terra, a mia madre, alla mia femminilità.
Da lì è iniziato un processo lento che oggi sento finalmente fiorire.
Anche il passaggio dal musical, dal canto e dalla performance alla pratica dello yoga e alla somatica del femminile è stato un cambio di direzione importante. Eppure sento che oggi la voce sta tornando nella mia vita in una forma nuova, più intima e somatica.
Sta nascendo un nuovo sentiero.

Cosa significa “somatica” per chi non ne ha mai sentito parlare?
Io lavoro nella somatica del femminile, ma credo che la somatica riguardi la vita in generale.
La parola “somatica” deriva dal greco soma: il corpo vissuto, esperito. Non il corpo come macchina o oggetto anatomico da correggere, controllare o migliorare — come spesso accade nella cultura occidentale — ma il corpo come sistema intelligente.
Un sistema che registra le esperienze vissute e organizza continuamente risposte per cercare equilibrio.
La somatica studia e pratica il modo in cui la coscienza abita il corpo. Non è un corpo osservato da fuori, ma un corpo sentito da dentro.
Qual è la differenza tra muovere il corpo e ascoltarlo?
Io aggiungerei anche: qual è la differenza tra notare il corpo e sentirlo davvero?
Ho passato gran parte della mia vita lavorando con il corpo: cantando, ballando, recitando. Eppure entrando nel mondo della somatica mi sono accorta che alcune parti del mio corpo non erano realmente connesse al resto. Non le sentivo fino in fondo.
La differenza non sta tanto tra muovere e ascoltare, ma tra muovere in modo dissociato e muovere incarnando davvero l’esperienza.
Posso muovermi perfettamente senza abitare il corpo.
Questo accade spesso nei contesti performativi o accademici, quando il corpo diventa qualcosa da mostrare all’esterno. Ma quando il movimento viene vissuto e sentito profondamente, l’esperienza cambia completamente.
La pratica diventa presenza.
In che modo il corpo conserva memoria?
Non significa che i muscoli conservino ricordi come farebbe il cervello. Significa piuttosto che esperienze emotive intense, stress cronico o vissuti non elaborati possono lasciare tracce durature nei sistemi corporei.
Lo vediamo nella postura, nel respiro, nelle tensioni muscolari, nelle risposte nervose, nel movimento.
Le neuroscienze e la psicologia parlano di “memoria implicita”: apprendimenti e schemi che influenzano comportamento e fisiologia anche senza un ricordo cosciente e verbale.
Una persona può irrigidirsi automaticamente davanti a un conflitto, trattenere il respiro in alcune situazioni o reagire in modo sproporzionato a certi stimoli.
Per la somatica, il corpo ricorda attraverso pattern motori ripetuti, livelli cronici di attivazione, riflessi difensivi incompleti, associazioni sensoriali ed emotive.
Si parla anche di “corazze muscolari”: emozioni represse che si trasformano in tensioni croniche e diventano parte della postura e del modo di stare al mondo.
Come racconta Peter Levine, il trauma non è soltanto ciò che è accaduto, ma la risposta fisiologica rimasta incompleta nel corpo: un impulso a fuggire mai espresso, un tremore trattenuto, un’immobilizzazione protratta.
Il sistema nervoso continua a riprodurre ciò che non è stato completato finché non trova una forma di regolazione.

Quanto è difficile oggi praticare senza performare?
Moltissimo.
Viviamo in una cultura profondamente focalizzata sulla produttività e sulla performance. I social media hanno amplificato questa dinamica in modo enorme: non solo facciamo qualcosa, ma sentiamo continuamente il bisogno di mostrarlo.
Questo crea disconnessione.
Anche nella pratica può accadere di essere completamente rivolti all’esterno: praticare pensando allo sguardo degli altri, a come appariamo, a come veniamo percepiti.
Eppure la pratica autentica è profondamente intima.
La cosa paradossale è che oggi perfino quando siamo soli in casa spesso sentiamo il bisogno di accendere il telefono e trasformare quell’esperienza in contenuto.
E invece alcune pratiche hanno bisogno di invisibilità, silenzio e interiorità.
Ti piace l’idea di un festival che mette insieme pratiche molto diverse?
Assolutamente sì.
Amo conoscere prospettive nuove sulla vita, forme diverse dell’umano, colori differenti.
Per me lo scambio è essenziale per l’evoluzione personale, ed è qualcosa che cerco di trasmettere anche ai miei figli: la possibilità di incontrare mondi differenti senza chiudersi dentro un’unica forma.
Per questo trovo bellissimo che esista un festival capace di creare dialogo tra pratiche e sensibilità diverse.
Cosa speri che le persone si portino via dalla tua pratica al festival?
Spero che le persone possano anche solo per un istante sentire — non soltanto notare — un respiro nuovo, una parte del corpo viva in modo diverso.
E soprattutto spero che le donne possano sentire profondamente che va bene così.
Che si può scegliere. Che si può andare più lentamente. Che si può fare meno. Che si può usare un supporto in più, fermarsi prima, saltare qualcosa.
Siamo abituati a ricevere riconoscimento quando facciamo di più: più veloce, più intenso, più performante.
Io invece vorrei trasmettere l’idea che la vita ci premia anche quando rallentiamo, stiamo in silenzio e lasciamo spazio ai processi interiori.
✨ Che cosa significa per te “essere così come si è”?
Per me significa essere onesti e autentici nell’istante presente.
Significa abbracciare la propria storia, lasciando andare ciò che non serve più e imparando ad amare anche ciò che magari non ci piace del tutto, ma che continua a raccontare qualcosa di noi.
Una cosa da lasciare andare.
L’idea che bisogna trattenere tutto.
Sto imparando che la vita ha continuamente qualcosa da offrire: quando perdiamo un lavoro, una relazione o una forma di noi stessi, spesso si apre spazio per altro.
Mi interessa coltivare questa fiducia.
Una cosa da portare con te al SAT Parej.
Entusiasmo, allegria, voglia di stare insieme.
Ma anche vuoto, radicamento e spazio lento.

