Dalla Spagna e Stati Uniti all'Italia. La storia della ricercatrice Chiara Ambrogio

Credits_ Photo di Marco Carulli
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 La ricerca scientifica sta godendo di una visibilità unica che noi ricercatori dovremmo interpretare come una occasione da sfruttare per poter davvero far capire l’importanza del nostro mestiere a livello sociale ed economico". Il momento giusto, insomma, per  ritornare a parlare di dati e di ricerca, di competenze e complicazioni strutturali con le quali fare i conti. Lo facciamo con la Dottoressa Chiara Ambrogio, ricercatrice dal curriculum internazionale,  ritornata in Italia dopo aver fatto ricerca per dieci anni in Spagna e negli Stati Uniti portando con sé un finanziamento di 1 milione di dollari dalla Fondazione Armenise Harvard e 2 milioni di euro dall’ERC. Ha fondato, presso il Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università di Torino, un suo laboratorio di biotecnologia molecolare. Il suo progetto è intitolato “Karma - dalla comprensione delle dinamiche della membrana Kras - Raf alle nuove strategie terapeutiche del cancro” e oggi è una delle Ambassador dell'evento Just Woman I am che quest'anno si svolgerà con un’edizione speciale, virtuale, definita appunto “Virtual Edition”. L’evento, che ormai da sette anni promuove la parità di genere, lo sport, la cultura del benessere, dell’inclusione, della prevenzione e sostiene la ricerca universitaria, è organizzato dal Centro Universitario Sportivo torinese in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino e il Politecnico di Torino

Chiara che significato ha assunto, dal punto di vista professionale ed umano, questo ritorno in Italia?

Professionalmente è una grande soddisfazione poter essere la dimostrazione che l’impegno e la serietà pagano. L’obiettivo in ambito professionale accademico (e non) è quello di poter arrivare ad una situazione in cui la meritocrazia è la regola e non l’eccezione. A livello personale, sono felice di ritornare nello stesso Ateneo che mi ha educata e poter contribuire a mia volta a formare e stimolare le nuove generazioni di giovani ricercatori italiani.

Qualche settimana fa abbiamo intervistato sul nostro magazine la geofisica Elena Pettinelli che assieme al suo team scoprì nel 2018 l’acqua su Marte. La Professoressa ci ha raccontato una falla nel sistema Italia evidenziando che il problema è che spesso nei laboratori si coltivano eccellenti ricercatori, ma l’incapacità e l'impossibilità di stabilizzarli li costringe a fuggire all’estero. Vale anche per il vostro campo?

Sono pienamente d’accordo. Anche nel campo biomedico, a fronte di una preparazione eccellente e competitiva a livello internazionale, le possibilità di stabilizzazione di carriera in Italia sono limitatissime, particolarmente per quella che viene definita “mid-career”, ovvero i primi livelli di impiego post-formazione e che invece all’estero vengono considerati una preziosissima risorsa.

L'erogazione dell'assistenza sanitaria in quasi tutti i paesi è stata interrotta e ritardata. Si parla per il futuro anche di questo, anche dell’emersione di problematiche mal curate o non curate tempestivamente per il Covid. Com’è cambiata la percezione verso la ricerca e il vostro lavoro con la pandemia Sars-Covid 2?

In questo ultimo anno la categoria dei ricercatori ha subito sorti alterne nell’opinione pubblica, passando da essere percepiti come unici detentori di potenziali soluzioni sanitarie oppure l’esatto contrario quando i risultati attesi si prospettavano con tempistiche più lunghe di quelle sperate. In ogni caso, la ricerca scientifica ha goduto e sta godendo di una visibilità unica per la società che noi ricercatori dovremmo interpretare come una occasione da sfruttare per poter davvero far capire l’importanza del nostro mestiere a livello sociale ed economico.

Il futuro che l’umanità immagina per se stesso, o meglio che deve obbligatoriamente immaginare, include una chiara valorizzazione delle componenti green e salutiste. Il Covid ha evidenziato tanti limiti nella Sanità dei paesi occidentali, attualmente i più esposti a problematiche quali obesità e diabete tipo 2. Il nuovo mondo da dove dovrà partire?

L’ecosostenibilità è l’unica via percorribile per non collassare come specie. Il compito della scienza e delle nuove tecnologie è di studiare ed individuare strategie e soluzioni per poter riconciliare sviluppo e sostenibilità. La pandemia ci ha costretti a fermarci; la ripartenza dovrebbe essere l’occasione per cambiare il nostro modello di sviluppo.

Quanto sarà importante per il futuro un coordinamento scientifico internazionale sui problemi legati alla sanità dei singoli paesi, ma soprattutto quanto è fondamentale in questo momento di sfiducia mettere al centro la ricerca scientifica?

Il coordinamento scientifico a questo punto è fondamentale. Le valutazioni dei comitati scientifici preposti ed i programmi suggeriti come soluzioni di contenimento devono essere implementati a livello globale in uno sforzo congiunto e coordinato con le politiche governative e la società intera per poter raggiungere i risultati attesi con le tempistiche che ormai sono diventate drammaticamente urgenti.

Assieme a Cristina Chiabotto e Chiara Appendino è una Ambassador di questa edizione di JUST THE WOMAN I AM. Donne, salute, scienza. Cosa ci dice su questa triade?

In un’intervista del 2006, a 97 anni, Rita Levi Montalcini diceva:

Per la componente femminile del genere umano è giunto il tempo di assumere un ruolo determinante nella gestione del pianeta. La rotta imboccata dal genere umano sembra averci portato in un vicolo cieco di autodistruzione. Le donne possono dare un forte contributo in questo momento critico.

A quindici anni di distanza, le sue parole sono più che mai attuali, la nostra partecipazione non deve essere concessa sotto pressione di politiche paritarie, ma garantita sulla base delle nostre competenze e della nostra preparazione.

Intervista di Antonella Vitelli | 5 marzo 2021