Intervista a Matteo Miavaldi a cura di Antonella Vitelli
In un mondo caratterizzato da insidie crescenti, tensioni e guerre commerciali intermittenti, in molti si interrogano sul ruolo che potrà avere a livello geopolitico l'India guidata dal Presidente Narendra Modi.
È evidente sia a Washington sia a Bruxelles che per governare efficacemente questa nuova stagione di cambiamento globale è a dir poco indispensabile coinvolgere New Delhi.
Innanzitutto, il Paese del Gange si configura come un autentico gigante demografico, avendo ormai superato la Cina per numero di abitanti e avviandosi rapidamente verso il miliardo e mezzo di persone. Un dato rilevante è che oltre il 40% della popolazione indiana ha meno di 25 anni: un capitale umano giovane e dinamico, dotato di enormi potenzialità economiche, sociali e culturali. Tale composizione demografica offre all'India opportunità straordinarie, dal momento che una forza lavoro giovane rappresenta un motore fondamentale per lo sviluppo, l'innovazione e la crescita sostenibile nei prossimi decenni. Ma questa ricchezza demografica comporta anche grandi sfide, tra cui l'esigenza di garantire istruzione, formazione e occupazione a una generazione sempre più numerosa, ambiziosa e connessa al mondo. Non solo, questa formidabile risorsa coesiste con una trasformazione radicale e controversa, segnata dal crescente nazionalismo hindu, da tendenze autoritarie e da equilibri geopolitici sempre più delicati. Questa realtà complessa viene spesso oscurata da una percezione stereotipata e romantica dell’India all’estero. È proprio questa percezione superficiale che il giornalista Matteo Miavaldi si impegna a sfatare nel suo libro recentemente pubblicato da Add Editore, "Un'altra idea dell'India". Attraverso un reportage lucido e incalzante, Miavaldi, da profondo conoscitore del paese, analizza i meccanismi della propaganda governativa rivelando una nazione ben più complessa e sfaccettata rispetto all'immagine consolidata che la lega esclusivamente a spiritualità e yoga.

"Un'altra idea dell’India". A leggere il titolo ci si aspetta, per uno strano pregiudizio, un testo dedicato ad un’India migliore di quella che abbiamo immagazzinato nel corso degli anni. Invece appare chiaro, quasi si da subito, che l’India descritta nel libro è un paese esattamente inglobato, pertinente, in questo tempo, in questo spirito del tempo in cui dominano i vari Trump, Musk, Milei.
Più che migliore o peggiore di quanto si pensi, l’India che ho provato a raccontare è un paese che ha intrapreso un processo di cambiamento molto profondo sin da quando Narendra Modi è stato eletto alla guida del governo nel 2014.
L’India che sta cercando di plasmare Modi è una superpotenza economicamente iper-performante, politicamente stabile al suo interno, assertiva nella politica regionale e candidata a svolgere un ruolo di primo piano in un nuovo ordine mondiale che le destre internazionali in forte ascesa intendono stabilire.
È una New India che per raggiungere questi obiettivi ritiene sia lecito soprassedere sull’adesione ai cosiddetti “fondamentali democratici” - che dovrebbero in teoria accomunare una democrazia da 1,4 miliardi di persone col resto delle democrazie liberali “occidentali” – in favore di un autoritarismo crescente. A farne le spese sono le minoranze, soprattutto quella religiosa musulmana, e chiunque si opponga a questo processo democraticamente regressivo.
Ugo Tramballi qualche anno fa proprio su Lenti a pois parlava della politica estera indiana come una politica “on demand”. Amica della Russia, della Cina, ma anche un partner strategico e amichevole di Donald Trump. Cosa c’è dietro questa mancanza di posizionamento? O di posizionamento multiplo non escludente?
Una chiave di lettura che propongo nel libro, mutuata dalle parole del ministro degli esteri indiano Jaishankar, è che l’India in politica estera si muove col solo obiettivo di fare gli interessi dell’India, rigettando una presunta divisione in schieramenti ideologici e preferendole un atteggiamento più multipolare, a conferma della puntuale analisi di Tramballi. Per questo l’India di Modi punta a intrattenere rapporti fruttuosi con qualsiasi partner internazionale, dalla Russia di Putin (fondamentale per l’approvvigionamento energetico) alla Cina di Xi Jinping (descritta come avversaria ma in realtà potenza imprescindibile per i piani di crescita indiani) fino agli Stati uniti, ai quali l’India si è progressivamente avvicinata fin dall’amministrazione Bush e con cui, in questi 11 anni di amministrazione Modi, ha stretto relazioni sempre più buone, indipendentemente dal colore politico dell’inquilino della Casa Bianca.
Modi è stato il terzo leader straniero che Trump ha incontrato dal giorno della sua rielezione alla Casa Bianca. Quali sono i rapporti che legano i due paesi e di conseguenza come è da considerare la questione dei dazi, perché appare evidente che gli indiani non siano esenti da questa iniziativa protezionistica.
Sono fondamentalmente rapporti di mutuo beneficio: l’India ha bisogno degli Stati uniti per crescere economicamente e per aumentare il proprio peso specifico nei processi decisionali che coinvolgono le principali potenze mondiali; gli Stati uniti hanno bisogno di un’India sempre più forte per poter circoscrivere l’ascesa della Cina in ogni ambito, dall’economia alla sicurezza.
Ora, con Trump, l’incognità è capire quanto sia compatibile il proseguimento di questo rapporto di mutuo beneficio con l’estremizzazione della dottrina dell’”America First” che vediamo concretizzata in questa fase di protezionismo commerciale sotto steroidi.
Dal vertice di Washington tra Trump e Modi pare sia emersa la volontà di entrambi di trovare un accordo commerciale di ampio respiro che contenga un sostanziale abbassamento dei dazi da parte dell’India, in aggiunta a una maggiore spesa indiana in Usa nei settori della difesa e dell’energia. L’accordo potrebbe venir definito entro la fine di quest’anno e, in tal caso, potrebbe essere la “tassa” che l’India di Modi ha deciso di pagare per prolungare la luna di miele con gli Usa anche in questa seconda amministrazione Trump. Determinare se questa sarà una scelta oculata o meno è materia più divinatoria che giornalistica.

Invece con l’Europa? Le dispute commerciali e le politiche protezionistiche verso cui si muovono i grandi player potrebbero influenzare negativamente anche l’export indiano e gli investimenti nel Paese. Cosa dovrebbe fare l’India per diversificare le sue relazioni commerciali? Molti parlano di Europa anche considerando le ottime relazioni tra Meloni e Modi.
Più che le ottime relazioni tra Modi e Meloni mi sembra più indicativo notare che pochi giorni dopo il vertice di Washington tra Trump e Modi la commissione europea si è recata a New Delhi con la delegazione più numerosa di sempre – capitanata da Ursula von der Leyen – per incoraggiare un accordo commerciale tra Unione europea e India su cui si discute da decenni. Il potenziale di un simile accordo, con contenuti e deadline molto simili a quello con gli Stati uniti, è enorme: l’India è la quinta economia del mondo, presto potrebbe diventare la terza sorpassando Giappone e Germania; l’Ue è già ora il primo partner commerciale indiano.
Non è un caso che nel giro di un mese sia Washington sia Bruxelles, in questa fase di profondissime ridefinizioni dell’assetto commerciale mondiale, abbiano individuato in New Delhi uno degli interlocutori da coinvolgere con maggiore urgenza per provare a governare questa stagione di cambiamento. È il segno che l’India certamente non ha ancora raggiunto lo status di superpotenza che rincorre sin dalla svolta capitalista dei primi anni Novanta del secolo scorso, ma che i tempi sono più che maturi e i grandi della Terra se ne sono accorti e già si stanno muovendo di conseguenza.
Se ci aggiungiamo i margini di crescita interni, le centinaia di milioni di persone indiane che potrebbero presto ingrossare le file della classe media e un’età mediana della popolazione tra le più basse del pianeta (intorno ai 29 anni), le condizioni per un’età dell’oro indiana ci sono tutte.
Servirà sfruttare questa felicissima congiuntura, soprattutto migliorando il mercato del lavoro indiano con la creazione di milioni di posti di lavoro dignitosi e ben remunerati: missione non semplice per il governo Modi, ma sicuramente al centro dei progetti di sviluppo del Paese.