La sfida della crescita di produttività nel post pandemia

L'Europa appare in ritardo in settori come la genomica, l'informatica quantistica e l'intelligenza artificiale, dove è superata da Stati Uniti e Cina, ma una buona notizia arriva da uno studio dell’università di Oxford che vede il nostro paese al secondo posto nel mondo, dopo la Germania nel Green Complexity Index per maggiori potenzialità di esportare prodotti verdi in modo competitivo. In generale si colgono opportunità di crescita in un'ampia varietà di settori che rappresentano circa il 60% dell'economia non agricola. Questi includono telemedicina, edilizia, e-commerce, produzione di robot, canali digitali e turismo, settore duramente colpito dalla pandemia da Covid-19. L'orizzonte nonostante queste indicazioni non è chiaro e le schiarite non sembrano esentare da preoccupazioni. Qualche giorno fa l'economista Nouriel Roubini sul magazine Project Sindacate ha evidenziato il pericolo derivante dalle minacce inflazionistiche. Il timore è che si assista nell'era post covid ad una vera e propria inflazione con stagnazione economica, stagflazione per l'appunto. Un punto fermo c'è è concerne la capacità e la tenacia delle nostre economie di adattarsi in un minor tempo possibile al cambiamento e alla necessità di una "resilienza della biosfera". Gli essere umani gestiscono il 75% dei territori abitabili sulla Terra e il 96% dei mammiferi è rappresentato da noi e dal nostro bestiame. Questi dati rendono doverosi degli interventi transnazionali come il Green Deal europeo. Proprio ieri l'EU ha espresso la necessità di ridurre entro il 2030 le emissioni del 55% e la neutralità climatica entro il 2050. Un accordo che ora dovrà essere approvato definitivamente dai Consiglio dei Paesi membri e dalla plenario dell'Europarlamento. Di questi trend del futuro ne abbiamo parlato con Fabio Pompei, AD di Deloitte Italia. 

 

Dottore cosa ci dobbiamo aspettare nel mondo post Covid? Come ne usciremo e quali saranno i settori economici trainanti?

La pandemia ha accelerato diversi processi avviati a fatica negli ultimi anni, come il ricorso al digitale, alle nuove tecnologie, allo smart working, alla sostenibilità e all’innovazione per tanti settori strategici del nostro Paese. Adesso bisogna proseguire il percorso intrapreso, sia attraverso riforme strutturali sia sfruttando al meglio le risorse previste nel programma di rilancio europeo Next Generation Eu. Così come nella lotta al virus nessuno è stato lasciato indietro, questo dovrà accadere anche in fase di ripartenza dal punto di vista dell’economia e dei rispettivi comparti.

Anzi, un occhio di riguardo andrà tenuto per le nostre piccole e medie imprese, maggiormente in difficoltà allo stato attuale, ma da sempre cuore pulsante del tessuto imprenditoriale italiano. Servono una strategia inclusiva e uno sforzo corale per salvaguardare il Made in Italy a 360 gradi.

O CAMBIAMO O IL NOSTRO SARA' UN MONDO VUOTO. L'INTERVISTA AD ELISABETH MARUMA MREMA

L’Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo dei rifiuti, ma è avanti anche sulle rinnovabili e le tecnologie green. Secondo uno studio dell’università di Oxford, l’Italia grazie al numero di brevetti ambientali depositati, basse emissioni di CO2 e rigorose politiche ambientali risulta al secondo posto nel mondo nel Green Complexity Index, dopo la Germania e seguita da USA, Austria, Danimarca e Cina. Ripartiamo da qui?

Anche la terza edizione del rapporto Istat 2020 sui Sustainable Development Goals ha evidenziato che nella decade 2010–2019 si è verificato un miglioramento della qualità ambientale nel nostro Paese, grazie a nuove pratiche sostenibili e a una maggiore diffusione dell’energia green. Sicuramente c’è una buona base di partenza, ma bisogna fare di più per recuperare i ritardi accumulati negli anni e superare valutazioni basate sulla sola crescita economica. Un passo decisivo in questa direzione si sta compiendo con la corsa per la definizione di metriche globali ESG: uno sforzo a cui Deloitte sta partecipando attivamente collaborando con l’International Business Council del World Economic Forum. Un’iniziativa che, secondo le nostre previsioni, porterà a una integrazione sempre più stretta di informativa finanziaria e non finanziaria: stando a un nostro studio, nel 2019 già il 42% delle quotate in Italia forniva un’informativa climate in bilancio.

Per gli anni a venire ci aspettiamo un ulteriore incremento di informativa sulla sostenibilità e un generale innalzamento dell’asticella sulla competitività ambientale del mondo corporate.

Gli Stati Uniti e la Cina si stanno configurando come i principali motori della crescita globale nel 2021. I consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese sono aumentati in entrambe le economie, insieme a misure di fiducia del settore privato. La produzione industriale è rimbalzata nella maggior parte dei paesi, rafforzando i prezzi delle materie prime e il commercio internazionale. Tuttavia, gli Stati Uniti, la Cina, l'India, l'Indonesia e la Corea del Sud saranno probabilmente le uniche grandi economie a superare i livelli del PIL pre-pandemia entro la fine di quest'anno. L’Europa come dovrebbe muoversi, in che modo i fondi del Recovery dovranno aiutare le nostre imprese?

C’è da dire che i Paesi dell’Unione Europea, essendo legati a una regia unica, in questa prima fase stanno scontando alcuni ritardi legati alla produzione e all’approvvigionamento dei vaccini. Una volta superati auspicabilmente questi ritardi, più o meno uniformi, sarà possibile ripartire per davvero. Per cogliere al meglio la sfida dei fondi legati al piano Next Generation Eu sarà cruciale avere un coordinamento proficuo a livello nazionale e sovranazionale, bilanciando la necessità delle urgenze con i progetti a lungo periodo. Quest’occasione può rappresentare un acceleratore unico per la ripresa di tutto il sistema economico, a partire dalle nuove frontiere della digitalizzazione e dai nuovi modelli sostenibili, due priorità messe in evidenza dalla Commissione Europea. All’Italia è stato destinato circa il 27% dei 750 miliardi del piano complessivo di rilancio, che rappresenta una fetta di straordinaria rilevanza a cui legare nuovi investimenti, proposte di riforma organiche, puntuali piani di ricerca e sviluppo e azioni concrete per creare occupazione.

Quale sarà il valore aggiunto di una premiership come quella di Mario Draghi in questa cornice? 

Il Premier e il Governo in carica in questo momento hanno un compito delicato per traghettare il Paese fuori dalla crisi scatenata dalla pandemia. Al di là della gestione emergenziale c’è in ballo la stesura del Recovery Plan italiano, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), a cui è legata l’erogazione di quei fondi europei che avranno una portata storica a livello d’impatto per la nostra economia. Adesso bisogna dare concretezza alle intenzioni, puntando su due temi che la Commissione europea considera cruciali, ossia transizione ecologica e digitalizzazione. Serve un disegno organico di riforma per un Paese che sia all’avanguardia, dotato di infrastrutture digitali innovative e che investa sulla ricerca e sul capitale umano a favore delle nuove generazioni. Ai progetti trasversali andrà accompagnato un cambiamento culturale, senza ripetere gli errori commessi in passato che storicamente ci vedono poco inclini all’assorbimento dei fondi strutturali erogati dall’Unione Europea.

La leadership di Draghi oggi ci assicura un tasso di credibilità e di fiducia nei mercati internazionali che ha pochi eguali negli ultimi decenni. Dovremo fare in modo di non disperderle.